Il corpo che vuoi Alexandra Kleeman

Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman: un estratto

Il corpo che vuoi Alexandra Kleeman

Festeggiamo l’arrivo in libreria di Black Coffee, un nuovo editore indipendente, con un estratto dal primo libro pubblicato, in uscita in questi giorni: Il corpo che vuoi, romanzo d’esordio di Alexandra Kleeman. Vi segnaliamo i primi appuntamenti per conoscere questo nuovo marchio: il 23 marzo Black Coffee Night Show alla libreria Gogol & Company di Milano, dal 24 al 26 marzo a Book Pride a Milano e dal 18 al 22 maggio al Salone Internazionale del Libro di Torino. (Foto: Martino Pietropoli)

di Alexandra Kleeman

traduzione di Sara Reggiani

È vero che dentro siamo più o meno tutti uguali? Non psicologicamente, intendo. Parlo degli organi vitali, lo stomaco, il cuore, i polmoni, il fegato, della loro posizione e del loro funzionamento, del fatto che un chirurgo mentre effettua un’incisione non pensa al mio corpo in particolare, ma a un corpo generico, riprodotto in sezione su una pagina qualunque di un testo scolastico. Il cuore potrebbe essere tolto dal mio corpo e messo nel tuo, e quella parte di me che avevo incubato fino ad allora continuerebbe a vivere, pompando sangue estraneo in canali estranei. Posto nel contenitore giusto potrebbe non avvertire mai la differenza.

Di notte me ne sto sdraiata a letto e, anche se non posso toccarlo o tenerlo in mano, sento il cuore muoversi dentro di me, troppo piccolo per occupare il petto di un adulto, troppo grande per stare nel petto di un bambino. Ho letto un articolo sul giornale, su un uomo in Russia che tossiva sangue; una radiografia aveva evidenziato la presenza di una massa nel petto, una macchia in espansione, dai contorni irregolari. Credevano fosse un cancro, ma quando l’hanno aperto gli hanno trovato un abete di quindici centimetri incastonato nel polmone sinistro.

Dentro un corpo non c’è luce. Un’umidità densa, schiacciata su se stessa, forme che premono le une contro le altre, senza cognizione di dove si trovino. Si scompongono nell’affollamento, si disfano. Appoggi una mano sulla pancia e premi sul morbido, cercando di intuire con le dita che cosa sia successo. Dentro potrebbe esserci di tutto.

Non c’è da sorprendersi, pertanto, che ci importi di più delle nostre superfici esterne: loro soltanto ci distinguono l’uno dall’altro e sono così fragili, dello spessore di un foglio di carta. Sono in piedi davanti allo specchio della mia stanza, sbuccio un’arancia. La tengo stretta nel palmo della mano, affondando un’unghia nella buccia. Ci infilo un dito finché non sento la polpa fresca e poi mi metto a scavare tutto intorno. La buccia si stacca con un rumore delicato, come di cotone, una scia sottile e levigata che si allontana dal nucleo del frutto. Mi metto le lenti a contatto e sbatto le palpebre guardandomi allo specchio.

La maggior parte delle mattine quasi non mi riconosco: è come svegliarsi con una sconosciuta. Intravedo nello specchio il mio corpo aggrovigliato, pallido, e immagino che ci sia un’intrusa nella mia stanza. Ma mentre mi vesto e mi trucco, mentre mi applico sostanze colorate sulla pelle e guardo la mano nello specchio imitare i movimenti della mia, ripristino il legame con la faccia che porto fuori e mostro a chi mi sta intorno.

La mia mano stacca uno spicchio d’arancia e lo spinge nello spazio fra le labbra. Il succo mi cola lungo un lato del palmo. Come la luna, la mia bocca allo specchio cambia un poco ogni giorno. È estate e il caldo non si è ancora avviluppato intorno ai nostri corpi, rendendoci umidicci e appiccicosi, imprigionandoci in un abito che detestiamo portare. Una brezza leggera penetra dalla finestra aperta recando con sé odore di erba tagliata, fiori recisi, e sento la gente fuori abbandonare le proprie abitazioni. Portiere di auto aperte e chiuse, ruote che scricchiolano sulla ghiaia mentre chi le guida si allontana sui vialetti e svanisce per otto, nove ore, per poi ricomparire nello stesso punto con un’aria meno frizzante, le maniche della camicia sbottonate.

Mi piace lasciar penetrare nel sonno i rumori del vicinato e iniziare a dare un nome alle cose. Mi piace, e allo stesso tempo non mi piace, mi infastidisce il ridicolo spazio che separa le case, mi infastidisce che la prima cosa che vedo al mattino quando guardo fuori sia la faccia gonfia della mia padrona di casa che fa capolino dall’ingresso per raccogliere il giornale da terra. Vive al piano di sotto, ma da certe angolazioni riesce a vederci dentro casa. Ogni mattina si china per prendere il giornale, poi si gira e allungando il collo sbircia nella mia camera da letto per vedere se ho passato lì la notte. I suoi repentini e insensati cambi di acconciatura e colore di capelli, una settimana castano ramato, quella dopo biondo sporco con i colpi di sole, non mi permettono di capire se siano davvero suoi o se porti una parrucca, e, qualora di parrucca si tratti, se ci vada anche a dormire. La mia coinquilina B dice che è come un’evasa nella sua stessa casa, una che è sempre in fuga ma non va da nessuna parte.

Nella casa accanto vivono due studentelli del college che tengono la tv accesa a tutte le ore, anche quando vanno a lezione o a lavorare, o ad assumersi altri tipi di responsabilità, qualsiasi esse siano. Lo schermo brilla tutta la notte, proiettando un bagliore azzurrognolo su un divano solitario. Fa buio solo quando i ragazzi si spostano nella terza stanza, quella che non riesco a vedere dal nostro appartamento.

A volte, per cambiare, io e B guardiamo la loro tv invece che la nostra, per quanto a quella distanza possiamo soltanto tirare a indovinare che cosa stiamo vedendo e di conseguenza cambiare canale nella nostra finché non troviamo lo stesso programma.

Dall’altra parte della strada vive una famiglia con un cane che dorme quasi tutto il giorno, ma ogni tanto di pomeriggio si precipita verso le finestre sul davanti, schiaccia il muso contro il vetro e abbaia finché dalla bocca non iniziano a uscirgli strani gemiti rauchi. Io mi alzo sempre dalla scrivania per andare a vedere che cosa succede, ma non c’è mai niente da vedere, nemmeno uno scoiattolo. Qualche volta, in quei momenti, ci guardiamo, io e il cane, ci fissiamo proprio, ciascuno sul suo lato della strada, senza sapere che fare.

È un quartiere sicuro. Non puoi lamentarti di nulla senza sembrare ridicolo. Il sole splende in cielo e sento gli uccellini nascosti tra le fronde popolare gli alberi di movimento, di richiami, sento i rami oscillare sotto il peso dei loro corpicini.

 

Da dietro la porta della camera da letto provengono dei rumori. È B che si aggira per l’appartamento: un piccolo tonfo in soggiorno, poi un altro, poi il rumore di qualcosa che viene trascinato sul pavimento. Sento che fa per accendere la macchina del caffè e poi cambia idea, apre il frigorifero e cambia ancora idea. Immobile al centro della stanza, cerco di valutare quanto possa muovermi senza farle capire che sono sveglia. Non può pensare che lo sia a quest’ora del mattino, ma questo di solito non le impedisce di venire a controllare ogni cinque o dieci minuti, fermandosi ad ascoltare se dalla stanza provengano rumori sospetti.

A volte si siede accanto alla porta con l’orecchio premuto contro lo stipite e inizia a parlarmi come se stessimo avendo una normale conversazione. Parla finché non le rispondo. B dice che la casa le sembra vuota quando dormo. Dice che, quando dormo, è come se fossi morta. Desidera la mia compagnia, lo scambio di opinioni, desidera che la aiuti a prepararsi la colazione.

Le volte che mangia, cioè non sempre, preferisce toccare il cibo il meno possibile per preservare le mani da quello che chiama «odore di commestibile». Le servono le mie mani per tagliare, spremere, spostare, rompere le uova e gettare i loro sottili e viscidi gusci nella pattumiera.

Sia io che B siamo di corporatura minuta, pallide e soggette alle scottature. Abbiamo entrambe i capelli scuri, il mento appuntito e i polsi ossuti; portiamo il trentasei di scarpe. Se dovessero ridurci a una lista di aggettivi, risulteremmo praticamente equivalenti. Il mio ragazzo, C, sostiene che è per questo che lei mi piace, che è questa la ragione per cui trascorriamo tanto tempo insieme. Sostiene che nel prossimo non cerco altro che un riflesso della mia persona, che mi risulti comprensibile quanto lo sono io per me stessa. Quando dice così mi fa sentire pigra.

Io e B ci assomigliamo nell’aspetto, nel modo di parlare, su questo non c’è dubbio. Agli occhi di sconosciuti che ci osservassero da lontano mentre tracciamo un intricato percorso fra le corsie del supermercato, mano nella mano, appariremmo identiche. Ma io che in questo corpo ci vivo vedo differenze ovunque, anche se è solo una questione di dimensioni.

Siamo giovani donne, ma nel modo in cui lei si trascina qualunque cosa stia facendo c’è un che di smarrito, di infantile. Abbiamo entrambe gli occhi castani, ma i suoi sono più infossati, tanto che quasi scompaiono dietro l’ombra delle sopracciglia. Siamo esili, ma B lo è in modo eclatante: l’ho aiutata a chiudere la lampo di un vestito, le ho tenuto i capelli raccolti dietro le spalle e le ho accarezzato con le dita la nuca sudata mentre riversava nel lavello il contenuto dello stomaco. So come sono fatte le sue ossa, come si muovono appena sotto la superficie della pelle.

Ogni volta che dico qualcosa di bello o di brutto su di lei, C scrolla le spalle e dice che lo penso solo perché ci assomigliamo molto. Mi fraintende continuamente. B è fragile e malaticcia, e necessita attenzioni. Ha un’aria denutrita, tocca le cose come chi non possiede nulla al mondo.

Provare compassione per lei mi fa uscire da me stessa, mi allontana dai miei problemi. È fatta su misura per me, come una botola: così simile da permettermi di immaginarmi dentro di lei, così diversa da rendere quella fantasia una via di fuga.

 

Commenti
2 Commenti a “Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman: un estratto”
Trackback
Leggi commenti...
  1. […] Sorgente: Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman: un estratto – minima&moralia : minima&moralia […]