Il corpo di Elizabeth, patriarcale e mercificato

di Stefano Jorio

L’amore, la malattia, l’infanzia: i temi non sono mai decisivi per la riuscita di un romanzo. Il tema della famiglia ha prodotto tanto capolavori quanto stupidaggini, al tema del bene e del male si sono ispirati tanto Dostoevski quanto De Amicis. Come tema lettarario il buco del culo non fa eccezione, e a dimostrarlo è uscito da pochi giorni in Germania Schoßgebete (Le preghiere del ventre), secondo romanzo di Charlotte Roche. Un ottimo esempio mitteleuropeo – a partire dal titolo che allude al Feuchtgebiete di tre anni fa, debutto molto fortunato e molto bello – di quella bieca editoria del profitto di cui negli ultimi mesi si è molto parlato in Italia.
A rendere attraente e nuovo Feuchgebiete era il modo in cui l’adolescente protagonista pensa al proprio corpo e il modo in cui lo colloca materialmente nel mondo. Helen era un tenero e goffo kamikaze nel sistema morale delle repulsioni che la civiltà patriarcale ha costruito intorno al corpo femminile, e a esso opponeva una sua fiaba visionaria e (fintamente) ingenua. Elizabeth, io-narrante di Schoßgebete, è invece una donna di trentatré anni che ammaestra ininterrottamente i lettori sui temi del sesso, della famiglia e dell’educazione dei bambini: per quale motivo è auspicabile andare nei bordelli insieme al proprio marito, come ci si comporta quando la bambina ha paura del buio, in quali casi si deve salvaguardare l’ambiente. Trecento pagine di visione del mondo che all’ordine della fuga al quale si ispiravano le peripezie di Helen sostituiscono un nuovo ordine della norma. Helen disperdeva gioiosamente il proprio corpo, Elizabeth lo amministra esigentemente nel quadro di una cupa economia dei piaceri che si iscrive senza sforzo nell’assetto sociale e politico caro alla classe dirigente di un paese benestante, bianco e illuminato quanto basta per avere analizzato, indagato, mostrato ogni possibile aspetto della sessualità. Nelle sue istruzioni per l’uso Elizabeth non fa mancare nulla: sesso orale e anale, dirty-talking, automasturbazione, sesso a tre, come si fa a prendere un cazzo in mano, uso dei film porno, come si fa un pompino.
Quel corpo che in Feuchtgebiete parlava di un malessere e di un’ansia di liberazione, in Schoßgebete è diventato una protesi dello status quo. Elizabeth depreca gli agi della famiglia borghese ma li illustra nei dettagli e se li gode, desidererebbe tradire il marito ma non ha il coraggio di dirlo a lui che va regolarmente al bordello, protesta che la benzina inquina ma continua a guidare. I lunghi preparativi per l’abito da sposa, il fratello “gentleman”, il cibo biologico, la psicoanalista, la donna delle pulizie, un intero stile di vita viene raccontato ma mai interrogato in questo curioso romanzo che tanto più rafforza le sue prospettive conservatrici quanto più cerca di profetizzare nuovi piaceri. Tanto che le stesse condivisibili accuse ai dictat sessuali del femminismo vecchia scuola suonano generiche: quel femminismo aveva almeno legato in una sola analisi la condizione sessuale e quella economica. Elizabeth non guadagna e trova suo marito molto sexy anche perché è ricco: ma non si accorge del fatto che è poi lei a cucinare, mettere in tavola, portare a letto la bambina e leggerle la favola, ad alzarsi alle sei di mattina per preparare la colazione: lui fa di tanto in tanto piccoli lavori domestici “nonostante sia pieno di testosterone” e si rifiuta di includere uomini nei loro terzetti sessuali. Non nota nemmeno che la sua emancipazione sessuale presuppone l’asservimento di Grace, la prostituta brasiliana che ha delle belle tette, è tutta profumata e “parla il tedesco decisamente bene” – requisito essenziale perché Elizabeth e Georg possano avere un pomeriggio piacevole (lautamente pagato, si precisa, 350 euro): sono una coppia raffinata, intelligente, vogliono potersi intrattenere con Grace e scherzare con lei. Ma non penetrarla: Georg “non vuole infilare il suo cazzo in una prostituta”. Sono gente beneducata: e dopo la visita al bordello vanno a mangiare nel “miglior ristorante indiano della città”. Gli effetti a volte sono involontariamente comici: “Prende dal cassetto un oggetto di metallo che sembra molto pregiato. Prima mi lecca un po’ la vagina e poi il buco del culo, per preparare la strada a quel costoso giocattolo.” Si vive indubbiamente nel migliore dei mondi possibili quando tra gli oggetti del proprio piacere compare un pregiato cazzo finto. È però un riso amaro, suscitato da chi riempie con parole sue le caselle vuote fornite dalla civiltà del sesso industriale.
Del resto queste sue parole sono stanche e mansuete, si articolano in un lessico e una sintassi reazionari. Non soltanto quelle del sesso. Nella lunga rievocazione dell’incidente stradale nel quale tre suoi fratelli sono morti e sua madre è rimasta gravemente ferita, nella indignata invettiva contro i tabloid che hanno fatto mercato del dolore della sua famiglia, Elizabeth suona falsa e logora, come se stesse raccontando tutto per la centesima volta e per solo dovere. E finisce per mettere in mostra quel dolore esattamente come fanno i tabloid, in una verbalizzazione del lutto che attinge a piene mani dal repertorio del patetico. Ubique sono le ripetizioni nei passi emozionalmente più carichi: “Nessun rispetto per chi è in lutto. Nessun rispetto per il dolore.” “Penso alla vendetta. Mi vendicherò.” “Non voglio continuare a vivere per me. Vivo per mia madre.” “È oggi che dovevamo sposarci. Oggi.” “Devo accudirti. Accudirti. Accudirti.” Queste anafore grevi, usate come scorciatoia cheap verso un’esperienza esclusiva ed esigente com’è quella del dolore, lo svendono in una melassa dei sentimenti pari a quella del giornalista “porco” che chiama Elizabeth al telefono solo “per farci dei soldi”. Fare mercato del dolore è ignobile, fare mercato del dolore denunciando chi fa mercato del dolore è offensivo. Al pari dell’assurda mescolanza di lutto e sbarazzina insolenza (“Aaah. Aiuto”, commenta Elizabeth quando sua madre, gravemente ustionata e sotto shock per la perdita dei figli, le chiede di fare presto tre bambini. “Perfetto, ho un nuovo incarico”, commenta quando il medico le chiede di vegliare perché sua madre non si suicidi.) Al pari delle frasi in inglese sparse ovunque: non gettano luce nuova, non costruiscono il personaggio, non fanno ridere, non fanno piangere: “verrò presa dal suo stesso delirio. Questa bomba a orologeria called madre.” “Un matrimonio e tre casi di morte. I cannot fucking believe it!”
Opinioni di una bianca benestante, poteva chiamarsi questo romanzo banale e singolarmente infelice, così ingenuamente reazionario. Helen portava dal chirurgo il suo buco del culo ferito e le sue disturbate visioni. Elizabeth porta ai lettori una saggezza da quattro soldi e la gioia di ricevere dal marito, nel finale del libro, il sospirato permesso di andare a letto con un altro uomo. Una corsa nel principio di piacere è stata sostituita da un annidarsi triste nel principio di realtà: il sesso vende, il dolore vende ancora di più.

Commenti
2 Commenti a “Il corpo di Elizabeth, patriarcale e mercificato”
  1. Giordano Tedoldi scrive:

    Pensavo parlasse di Elisabeth di Sortino. Ci sta a pennello.

  2. Mariateresa scrive:

    Anch’io…dev’essere la mitteleuropa che in certi aspetti fa davvero orrore…

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