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Il corpo ferito del Sannio

 

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di Clemente Lepore

L’Alente è un torrente che scorre per circa venti chilometri tra la zona dell’Alto Tammaro e la Valle telesina. Nasce sui pendii di Cerreto Sannita, attraversa San Lupo, Pontelandolfo e Casalduni e, in prossimità di Ponte, si immette nel fiume Calore. Ogni estate nella contrada Cerquelle di Pontelandolfo i sentieri e le sponde del torrente sono occupati da giovani in cerca di refrigerio, solcati da amanti della natura, fotografati da curiosi di ogni età.

Nessuno o quasi chiama l’Alente col suo nome. È più facile sentir parlare di “pozze” o di “briglie”. Nel lessico geologico le briglie sono opere di ingegneria idraulica, muretti di sbarramento (il più delle volte) che servono a regolare il flusso dell’acqua ed evitare fenomeni di erosione. Più di mezzo secolo fa a Pontelandolfo le donne del paese raccoglievano pietre sul monte Calvello e le trasportavano a valle per “imbrigliare” il corso del torrente. Un modo per dominare la natura, senza tradirla. Un esempio di cura e dedizione, che stride con la negligenza che impedisce di vedere cosa comportano la mancata o scarsa manutenzione dei fiumi, la cementificazione, il calpestamento delle più elementari norme ambientali. Le conseguenze per l’Italia ce le elenca Gian Antonio Stella in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 5 novembre: 69% di tutte le frane mappate in Europa, oltre 5mila morti causati dai disastri dell’acqua nell’ultimo mezzo secolo, 448 miliardi di euro di danni dal 1951 a oggi, 73 ettari al giorno mangiati dal cemento.

“Qua non si previene. Si interviene dopo e si interviene male. Lo sapete come si dice a Napoli? Ropp’arrubbata a Santa Chiara, facetter ‘e port ‘e fierr (Dopo il furto a Santa Chiara misero le porte di ferro, nda)”, dice Pasquale, operaio in pensione impegnato in questo periodo nella raccolta delle olive. Pasquale ha avuto a che fare per trent’anni con i pozzi artesiani. Una vita nel fango. E ora quel fango è venuto di nuovo a bussare alla sua porta, distruggendogli casa e rovinando quel po’ di terreno che ha. Pasquale è di Paupisi, il paese del Beneventano più colpito dall’alluvione del 15 e del 19 ottobre.

È trascorso ormai più di un mese. La (già poca) attenzione mediatica si è spenta. Rimangono i milioni di danni, i ponti crollati, le strade interrotte, i vigneti distrutti, gli alberi piegati. La devastazione ha un colore: è marrone, come la melma che ha ricoperto case, ha ridipinto muri, ha saccheggiato colture.

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Già a chi percorre la Telese-Caianello partendo da Benevento, Paupisi mostra il suo corpo ferito. La violenza subita è talmente evidente che la si percepisce a chilometri di distanza. Laddove c’erano i colori del Sannio autunnale e l’eleganza dei vigneti disposti in fila ora ci sono solo resti, detriti e segni di qualcosa che poteva essere e non sarà. Tutto spianato dalla furia dell’acqua e della fanghiglia. Anche l’immaginazione, per chi non è abituato alla dolcezza di quei paesaggi.

Tutte le coltivazioni a ridosso del fiume Calore sono state rovinate. A farla da padrone sono limaccio e sterpaglie. Ci vorrà tempo per cancellare questo strazio. Si parla di tre, quattro anni per rimettere in sesto l’economia vitivinicola di quest’area. Qui si producono Aglianico e Falanghina di prima qualità. Lucia, 45 anni, gestisce l’azienda di famiglia. A un mese dall’alluvione ancora sta risistemando i fabbricati e sta facendo i conti con i danni causati dall’esondazione: “Nella mia casa (che si trova di fronte all’azienda di famiglia, nda) c’è ancora limaccio. Quasi un metro di fango. Abbiamo dovuto buttare tutto e per fortuna siamo riusciti a recuperare carte e registri importanti. La notte del 15 sono salita al secondo piano e dal balcone vedevo i divani di mia madre trascinati dall’acqua. Qualcosa di inspiegabile”.

Non solo la piena del Calore. L’intensa pioggia del 15 ottobre ha scosso il fragile equilibrio idrogeologico del territorio di Paupisi. Interi pezzi di montagna sono caduti a valle e una frazione in particolare – quella di San Pietro – si è trasformata in una distesa di pietre. C’è chi ancora non può rientrare nella propria abitazione. C’è chi ha dovuto usare l’escavatore giorno e notte per settimane per rimuovere i massi. C’è chi faticosamente sta cercando di rimettere le cose a posto e andare avanti.

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Anche Pasquale, l’operaio dei pozzi artesiani, abita a San Pietro. Sugli eventi di ottobre ha le idee abbastanza chiare: “Qui si è costruito dove non si doveva costruire. Si è scavato dove non si doveva scavare. Circa sette anni fa il Comune stanziò un po’ di soldi per l’imboschimento della montagna. Sfido chiunque a dimostrare che sia stato piantato un solo albero. E ora il paese crolla su se stesso. Se la notte del 15 la pioggia fosse durata altre due ore con quella intensità, avrebbe raso al suolo Paupisi”.

Ad ascoltare la voce degli alluvionati del Beneventano – soprattutto quella dei più anziani – ci si abitua a due concetti, ripetuti ossessivamente.

Uno si riferisce all’alluvione del 2 ottobre 1949, che provocò la morte di 20 persone e disagi per 2mila sfollati. Numeri ben più pesanti rispetto a quelli attuali. Eppure, chi ha vissuto la tragedia del ’49 non ha dubbi: “Questa alluvione è stata peggiore. Mai vista tanta pioggia in così poco tempo”. Ne è certo anche Elio, 94 anni e una vita passata nei campi dopo essere scampato alla follia dei lager nazisti. Zio Elio – così lo chiamano i suoi compaesani – mostra i segni lasciati dal fango sui muri di casa e quelli più profondi che hanno reso il pollaio una stanza vuota. Sono innumerevoli gli animali morti a causa della piena in tutto il Beneventano.

L’altro concetto è forse dettato dalla immediatezza degli eventi, ma riflette una convinzione radicata in chi è abituato a osservare con interesse i ritmi della campagna: “La natura riprende ciò che le viene tolto”. Si ritorna al tema della negligenza, della mancanza di cura. E c’è chi prova a interrogarsi sulle responsabilità.

La rabbia della natura ha trascinato via tutto. È un azzardo parlare in questo caso di cambiamenti climatici? Di fenomeni atmosferici sempre più aggressivi e devastanti? “Sono palesi le variazioni del regime delle piogge. L’incremento dell’intensità e della numerosità degli eventi estremi è una delle evidenze”, afferma Francesco Maria Guadagno, ordinario di geologia applicata presso l’Università del Sannio e membro della Commissione Grandi Rischi. Sottolineare il ruolo dei cambiamenti climatici non equivale a una sottovalutazione delle responsabilità umane. Anzi, il contrario e per due motivi. In primo luogo, su un piano più generale, perché questi squilibri non si generano ex nihilo ma proprio a causa di un modo di produzione fortemente orientato al sovrasfruttamento delle risorse naturali. In secondo luogo, nello specifico, perché nulla si è fatto negli anni per gestire con riguardo la manutenzione di torrenti, fiumi e terreni. “L’area sannita è una zona fragile, resa ancora più fragile da un irrazionale utilizzo del suolo e da un’urbanizzazione non corretta. Al di là dei cambiamenti planetari – e forse a maggior ragione per questi – si dovrebbe agire verso la riduzione dei rischi sia attraverso misure di prevenzione sia mediante l’attuazione dei piani di protezione civile, su cui siamo molto indietro. Nella consapevolezza che il rischio zero non esiste”, aggiunge Guadagno.

Il Tammaro e il Calore sono esondati sì per l’incredibile quantità di acqua che ha bagnato il Sannio ma anche per l’assenza di una pianificazione idrica. Alberi secchi e rifiuti sono ormai ospiti fissi dei corsi d’acqua che scorrono tra il Fortore, la Valle telesina e quella caudina. Basta osservare, per esempio, il Tammarecchia, affluente del Tammaro. L’associazione Altrabenevento ha puntato il dito contro amministratori, tecnici e politici, incapaci di realizzare un progetto di pulizia del torrente previsto anni fa. Il piccolo Tammarecchia si è trasformato in un terribile mostro acquatico. Ha divelto ponti a Circello, ha sommerso case e terreni nella piana di Calise a San Giorgio la Molara, ha scavato le sponde fino a far emergere una discarica abusiva di rifiuti a Fragneto l’Abate.

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“La politica è stupida. Bisognava agire a monte”, sintetizza Sara, che gestisce un bar nei pressi della piana di Calise. Qui, a pochi chilometri dal centro di San Giorgio la Molara, c’è un’intera economia agricola che rischia di naufragare. Prodotti spesso di eccellenza, che connotano l’identità del Fortore, una delle zone più impervie e affascinanti del Sannio. Se Benevento è la “provincia dell’impero”, il Fortore è la provincia della provincia. Il rimosso del rimosso. È un luogo “senza qualità”, poco attraente per i media e lontano dagli interessi dei centri decisionali. L’alluvione di ottobre apre uno squarcio di verità su questo pezzo di Sud, ignorato e dimenticato. Qui dove la crisi si avverte con particolare forza, dove la mancanza di opportunità non è un vuoto gioco di parole, dove l’alternativa posta ai giovani tra smarrimento e fuga è una realtà. Sinuoso nel suo ondeggiare elastico tra valli, colline e monti, il Fortore è una zona di straordinaria bellezza, aggrappata al suo isolamento che la identifica e insieme la condanna. Aggrappata soprattutto alle sue risorse agricole, un fiore nel deserto che rischia di essere spazzato via dall’impeto distruttore della natura e dal bacio mortale dell’uomo indifferente, incurante e avido (come dimostrano, in questo caso specifico, i progetti di sfruttamento petrolifero).

“È come se fossimo nel dopoguerra”, dice Maria Grazia, fiduciaria della condotta Slow Food Tammaro-Fortore. Nella piana di Calise, come a Circello, ci sono persone bloccate, tagliate fuori da strade interrotte e cumuli di detriti che rendono inutilizzabili i normali percorsi. In questo scenario da dopoguerra ci sono genitori costretti ad accompagnare i figli piccoli a piedi – anche per otto, nove chilometri – per permettere loro di prendere gli scuolabus. Chi deve arrivare col pullman a Benevento dal Fortore o dall’Alto Tammaro deve affrontare un viaggio a ostacoli tra arterie stradali messe fuori uso da smottamenti, restringimenti di carreggiata, ponti crollati. Appunto, i ponti crollati. A Circello ne contano cinque. È un’altra istantanea da dopoguerra. Come l’acqua che manca ancora in alcune contrade di Reino, come le candele che gli abitanti del centro storico di Cautano sono costretti a usare.

Al pari degli altri paesi alluvionati (da Castelpagano a San Bartolomeo in Galdo, da Ponte a Dugenta), a Circello si sono rimboccati le maniche, hanno spalato la fanghiglia e ora stanno provando a voltare pagina. Ciò che non sopportano i circellesi è l’indifferenza: “Qua nessuno ti pensa. Siamo abbandonati a noi stessi”, si lamenta Raffaele. Intere contrade sono isolate. Il cedimento dei ponti vuol dire per centinaia di persone impossibilità a muoversi e a compiere le attività più usuali. Comprare il pane o andare in farmacia sono diventati una missione impossibile per questi sventurati. Con il paradosso che chi abita nelle aree interrotte deve giocoforza passare per il vicino paese di Castelpagano per raggiungere Circello. E così i residenti di contrada Cesa – giusto per nominarne una – impiegano quaranta minuti per spostarsi da un punto a un altro della propria piccola cittadina. Solo un’ultima istantanea dal Sannio condannato all’oblio. (ha collaborato Giuliano De Martino)

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