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Il cranio di Lombroso

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Un paio di mesi fa, Beppe Grillo ha auspicato sul suo blog la dissoluzione dello stato nazionale in più macroregioni “recuperando l’identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie”. A molti è sembrata poco più di una boutade, ma leggendo gli oltre duemila commenti al post è possibile comprendere come Grillo abbia colpito, consapevolmente, laddove sapeva di poter essere ascoltato.

Oggi al Sud una brace cova sotto la cenere, in maniera del tutto speculare al leghismo più acceso e alle scriteriate avventure del separatismo veneto. È il revanscismo neoborbonico.

Basta fare un giro in rete. Una miriade di siti (da reteduesicilie.blogspot.com a neoborbonici.it, da eleaml.org a molti altri) ripropone con forza un’altra verità: i Mille erano una banda di criminali al soldo dei Savoia, la liberazione del Sud è stata una brutale annessione e soprattutto – come si legge su “eleam” – è ormai da ritenersi “incompatibile la permanenza nell’attuale stato dei territori dell’ex-Regno delle Due Sicilie, in quanto lo Stato Italiano è sorto su un imbroglio e gli interessi fra le due Italie confliggono e non sono conciliabili”.

In condizioni normali, tale storiografia-fa-da-te rimarrebbe confinata nelle cantine del web. Tuttavia oggi si propaga nel vuoto e acquista consensi, perché incontra davanti a sé due porte spalancate. La prima è costituita dal silenzio che avvolge la “questione meridionale” nei palazzi della politica, proprio nel momento in cui tutte le regioni del Sud (come rilevano i rapporti Censis, Svimez, Istat) sono state piegate dalla crisi e risucchiate in un gorgo di deindustrializzazione, altissima disoccupazione femminile e giovanile, ritorno di forme massicce di emigrazione.

La seconda è la fine del meridionalismo storico, quello progressista, illuminista, cosmopolita, antiautoritario, che proveniva da Villari e Zanotti-Bianco, Gramsci e Salvemini, Dorso e Rossi-Doria, e che via via – negli ultimi decenni del Novecento – è stato sostituito da una sorta di “professionismo del Mezzogiorno”. È stato quest’ultimo a gestire la mediazione e lo scambio tra centro e periferia, tra Stato ed enti locali, per poi essere travolto nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica.

Nell’ultimo ventennio, agonizzante il meridionalismo, è trionfato il sudismo: una nuova galassia di idee e rivendicazioni, che non rimane confinata sul web, a giudicare dallo spazio dato alle sue tesi e alle sue vicende su molte testate locali.

Un libro uscito di recente illustra molto bene i meccanismi di questa torsione: Lombroso e il brigante. Storia di un cranio conteso, edito da Salerno editrice e scritto da un’antropologa calabrese, Maria Teresa Milicia.

Il “cranio conteso” è quello di Giuseppe Villella, nato a Monta Santa Lucia in provincia di Catanzaro e morto in carcere a Pavia negli anni sessanta dell’Ottocento. Anni dopo la morte, Cesare Lombroso si accorse che il cranio di Villella presentava una accentuata fossetta laterale e, affinando le sue tesi sull’atavismo, stabilì una relazione tra questa e la propensione a delinquere, enunciando la teoria del “delinquente nato”. Si convinse così di aver fatto una eccezionale scoperta, e diede il via alla controversa stagione dell’Antropologia criminale.

Nel Novecento l’atavismo è stato smontato pezzo su pezzo, e il cranio di Villella è rimasto un reperto tra i tanti reperti lombrosiani, dimenticati dalla stessa scienza italiana. Ma nel 2009, quando viene inaugurato il nuovo allestimento del museo “Cesare Lombroso” a Torino, esplode un’insolita protesta sul web.

La galassia neoborbonica pretende la chiusura del museo intitolato a una sorta di Mengele nostrano e soprattutto la restituzione del cranio del “patriota” Villella che tanto aveva lottato, a loro dire, contro gli invasori del Nord. Viene istituito un “Comitato No Lombroso” che alla fine ottiene, a seguito di una ordinanza del Tribunale di Lamezia Terme, il diritto di tumulare i resti di Villella nel suo paese natale.

Sul loro sito si legge: “il medico Lombroso non esitò a scorticare cadaveri, mozzare e sezionare teste, effettuare i più incredibili e crudeli interventi su uomini ritenuti criminali per le misure di parti del cranio e del corpo”. Da una parte un neoborbonico molto attivo come Duccio Mallamaci vede nel museo in onore dell’“ebreo” Lombroso un complotto organizzato “dal massimo vertice illuminato massonico ebraico, sionista, razzista…” contro i meridionali. Dall’altra la storiografia-fai-da-te sudista rinnova l’equiparazione piemontesi-nazisti.

Il testo più noto di questi anni (Terroni di Pino Aprile, un bestseller da oltre duecentomila copie vendute) ha un incipit che non dà adito al minimo dubbio: “Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per tanti anni.” Poche righe dopo continua: “Non volevo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Europa li istituirono gli italiani del Nord, per tormentare e farvi morire gli italiani del Sud, a migliaia, forse decine di migliaia.” Quali sono le fonti che sorreggono tali affermazioni? Non ne è indicata neanche una. Intanto il virus revanscista e sudista si allarga.

Il libro di Maria Teresa Milicia parte proprio di qui: dal desiderio di scrivere la biografia del “cranio conteso”, facendo ricerca storica senza pregiudizi o paraocchi. Si scopre così che l’intera vicenda è piena di sfumature. Innanzitutto Milicia indaga sulla biografia di Villella, cosa che nessun neoborbonico finora si era preoccupato di fare, girovagando fra gli archivi del comune e della parrocchia del paese. E apprende che non era affatto un brigante né tanto meno un guerrigliero legittimista (come vuole la vulgata sudista), ma un povero ladruncolo, per i casi della vita finito a scontare una condanna in un penitenziario del Nord, dove si spense.

Intorno al cranio dell’ignaro Villella sembra essere esplosa una feroce battaglia tra due manipolazioni. Da una parte quella operata dallo stesso Lombroso, intenzionato – a partire proprio da quel cranio e da quel corpo, su cui peraltro non aveva condotto alcuna autopsia – a stabilire una relazione tra malformazioni congenite e delinquenza. Dall’altra la creazione, a un secolo e mezzo di distanza, di una biografia inventata, quella del brigante rivoltoso. È una guerra di specchi, condotta tra ieri e oggi, che rivela molto di quanto avviene nelle pieghe dell’Italia contemporanea.

Tuttavia la stessa figura di Lombroso, scrive Milicia, è molto più sfaccettata. Innanzitutto perché le sue discutibili tesi, evidentemente reazionarie, non avevano un diritto collegamento con il razzismo antimeridionale. Lombroso non scrisse mai della propensione a delinquere dei calabresi in quanto tali, cosa che invece fece degli “zingari” (le cui vicissitudini però non interessano i neoborbonici). In secondo luogo, perché proprio in Calabria Lombroso era stato come giovane medico nel 1862, al seguito dell’esercito sabaudo, e aveva scritto un resoconto (In Calabria, fatto ristampare nel 1980 dal meridionalista Pasquino Crupi), in cui non c’era alcun riferimento alle future tesi dell’atavismo. Anzi, ben lungi da ogni forma di stigmatizzazione etnica, il giovane Lombroso scriveva chiaramente che all’origine delle drammatiche condizioni igieniche-sanitarie delle masse impoverite c’era innanzitutto la rigida, oscena, feudale divisione in classi della società.

Sull’altro versante, la “santificazione” del cranio (e soprattutto dell’uomo a cui era appartenuto) da parte della galassia neoborbonica rivela qualcosa di molto più ampio. Innanzitutto il bisogno di riscrivere la propria storia, specie in angoli della provincia meridionale poveri di eroi locali. Come aveva già notato Carlo Levi a suo tempo, la storia del brigantaggio racchiude gli unici eventi percepiti come storia propria da parte dell’universo contadino. Oggi è come se, mentre il Sud viene dimenticato, i figli dei figli di quell’universo scomparso si aggrappino alle poche tracce rimaste. Non è solo un prodotto della storiografia-fai-da-te: sono molti i raduni in cui si rievocano gli eventi salienti della “guerra al brigantaggio”. Basta consultare Youtube.

Bisogna di storia e di comunità a parte, il punto saliente dell’intera faccenda è però un altro. Il meridionalismo che nasce con l’Unità d’Italia ha sempre chiesto più Risorgimento democratico, non la sua sconfessione; più rivoluzione, non certo il ritorno dell’Ancien Régime; più unità, non la sua dissoluzione. Se oggi viene accantonato e sostituito da questa paccottiglia, forse è il segno che qualcosa è andato storto. In tal modo, le responsabilità dei mali del Sud vengono individuate solo e soltanto al di fuori del Sud, allontanando dalle lenti della critica le colpe delle classi dirigenti locali, il ruolo dei cacicchi  e della “borghesia lazzarona”, e vagheggiando un passato mitico che non è mai esistito.

Negli stessi anni in cui il cranio di Villella diveniva un reperto scientifico, Vincenzo Padula, un prete garibaldino che a lungo aveva patito la repressione borbonica, organizzò a Cosenza un piccolo settimanale di cui era l’unico redattore, “Il Bruzio”. I suoi straordinari articoli, che Pasolini indicò come raro esempio di realismo poetico, sono stati raccolti in Persone in Calabria (Rubettino 2006).

Padula scrisse a lungo di briganti e brigantaggio. Pur sapendo che il fenomeno nasceva dagli sconquassi della società meridionale, dalle convulsioni del processo di unificazione, dalla coscrizione obbligatoria e dalla proclamazione dello stato d’assedio, non confuse mai il piano sociale della questione con quello politico. Il Sud sotto i Borboni era stato un inferno. E quando i briganti non erano poveri disperati o semplici criminali che vessavano gli stessi meridionali, quando cioè mettevano insieme le loro idee e le manifestavano al mondo non chiedevano altro che il ritorno di Francesco II e del mondo immobile di prima. E allora, si chiedeva Padula: “I briganti fan guerra ai contadini: chi dunque li protegge? I briganti intendono a promuovere una reazione: chi ne tiene le fila?”

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
9 Commenti a “Il cranio di Lombroso”
  1. Caro dr. Leogrande, lei parla di “paccottiglia neoborbonica” perché, evidentemente, ha letto quello che voleva leggere senza approfondire i temi trattati. Esiste il “mare magnum” di internet, esistono grandi libri di efficace divulgazione, esiste una ricca bibliografia che, oltre ai libri “neoborbonici” (non amo citarmi ma nei miei libri le fonti in gran parte archivistiche occupano più spazio dei testi), conta ormai prestigiosi accademici che lei forse non conosce e che confermano in pieno le tesi “neoborboniche”. Le cito tra gli altri Collet, Daniele, Malanima, Fenoaltea, Ciccarelli, Fiore, De Matteo, Di Rienzo, Tanzi… Al punto che i Galli Della Loggi sono costretti ad ammettere che quelle tesi sono “ormai maggioritarie nell’intellettualità diffusa meridionale”. Al punto che lo scorso settembre l’università di New York ha dedicato un approfondito e articolato convegno al tema del neoborbonismo. Troppo facile “etichettare” o generalizzare… Il fenomeno esiste e dilaga ed è un fenomeno davvero nuovo e con prospettive ancora sconosciute. Cortesi saluti. Prof. Gennaro De Crescenzo (presid. movimento neoborbonico, neoborbonici.it).

  2. P.S. Sul libro della Milicia dedicato a Lombroso le evidenzio solo che 1) il tema del brigantaggio è tema complesso e drammatico e tutto ancora da approfondire con le decine di migliaia di vittime mai raccontate, come dimostrano studi tuttora in corso presso l’AUSME, l’Archivio Centrale dello Stato e gli archivi locali del Sud come del Nord (altro che fonti prese tra i “preti garibaldini”); 2) se davvero Villella non fosse stato un brigante (in contrasto con quanto sostenuto da Lombroso) sarebbe ancora più grave non restituire i resti di “un povero ladruncolo” a chi li richiede; 3) sull’attendibilità del libro della Milicia le suggerirei di leggere una recente pubblicazione del prof. Giuseppe Gangemi, ordinario dell’Università di Padova e disponibile gratuitamente anche online. La ri-saluto. Prof. Gennaro De Crescenzo.

  3. Adriano Pirillo scrive:

    Il Dr. Leogrande naviga da sempre “tutto a babordo” e dunque vede e scrive pro domo sua, anche se finge una obiettività che fa fatica a contenere laddove parla, sapientemente, di “paccottiglia neoborbonica”, denunciando chiaramente la sua ignoranza sull’argomento. Per avere un minimo di fonti, gli sarebbe bastato leggere l’opera di Giacomo Margotti (tutti documenti ufficiali del Regno d’Italia) e le note della diplomazia austriaca, francese e inglese riportate in tanti testi (Mundy, Acton, O’ Clery, Salera, Jaeger, Moscati); per quanto attiene l’economia e finanza borboniche, i testi di Lodovico Bianchini, di Mauro Luigi Rotondo, di Francesco Durelli, di Ciro Pelliccio, etc., anziché cliccare le noterelle di internet….Idem dicasi del Lombroso e del fenomeno brigantaggio, di cui ha solo una vaga infarinatura che non gli permette alcuna analisi seria…la materia, insomma, per lui, GRAECUM EST NON LEGITUR. Saluti
    Adriano Pirillo

  4. Ciro Pelliccio scrive:

    Egr dott. Leogrande mi permetta di esprimere la mia opinione.

    L’analisi storica, politica e sociale del fenomeno del brigantaggio post-unitario, è argomento troppo complesso per essere sufficientemente esplorato su di un blog, soprattutto quando manca una necessaria “attrezzatura metodologica” per il suo approfondimento. Sicuramente, come lei afferma, il vuoto della classe dirigente di questa Seconda Repubblica sulla “questione meridionale”, in un grave contesto di crisi economica e sociale come quella che stiamo vivendo, può aver contribuito a dare la “spunta” al neo-borbonismo, ma, tuttavia, le ricordo che esso ha una genesi molto più antica di questo “vuoto”, e si sviluppa indipendentemente da esso.
    Il movimento neo-borbonico o i movimenti legittimisti in genere, e tutti quelli che si occupano di storia del Mezzogiorno, per quanto possano essere criticati o criticabili, per quanto possa essere più o meno approfondita sul piano della metodologia storica la loro attività (che trovo veramente difficilissimo, mi permetta di dirlo, ritenerla come “storiografia-fai-da-te”), per quanto possano sembrare poco opportuni o poco “eleganti” sotto il profilo semantico taluni accostamenti, effettua indubbiamente un’operazione sul piano culturale di grande importanza: la riconquista di una propria identità che per oltre un secolo e mezzo è stata derisa, connotata in termini negativi, subordinata ai modelli di sviluppo del nord. Certo, il regno borbonico non era l’”arcadia” dell’Europa, (come molti intellettuali fuoriusciti dopo il ‘48 tendevano ad accreditare) ma ciò non giustifica affatto l’”espropriazione” del diritto di autodeterminazione dei popoli meridionali nel processo unitario. L’inopinata alleanza tra una borghesia meridionale, carica di illusioni per l’avvenire del nuovo Stato, e quella settentrionale, carica di aspettative sul piano economico, sfociò in un “matrimonio” che per le modalità attuative finì per deludere tutti; anche, e soprattutto, quella parte dei ceti popolari che almeno fino al giugno del 1860 avevano appoggiato Garibaldi. Il brigantaggio politico post unitario fu l’espressione più violenta di questo errore, che è costato tantissimo ai meridionali. E non mi riferisco al povero Villella che, per quanto mi riguarda, non mi affascina più di tanto conoscerne le gesta, ma a fenomeni che sono connaturati in modo incontrovertibile con il processo unitario e le modalità con le quali è stato attuato: l’immigrazione e la sostituzione delle strutture politiche, amministrative e culturali del nord.
    La invito ad approfondire gli studi sugli effetti dell’Unità: la caduta della domanda interna, la caduta del reddito procapite e del potere d’acquisto nel sud, il processo di deindustrializzazione che ne derivò, l’impoverimento delle classi subalterne, la costante sostituzione con elementi nordisti nei posti chiavi dell’amministrazione pubblica del regno. Tutto contribuì a fermare il decollo industriale iniziato con il secondo Ferdinando, e che non sapremo mai dove ci avrebbe portato se non fossero giunti gl’ Italiani a “liberarci” da Francesco II di Borbone.
    Sono certo che una volta approfonditi la sua posizione al riguarda cambierà.

    Distinti saluti.

  5. Ciro Pelliccio scrive:

    Egr dott. Leogrande,
    se vuole un approfondimento sul mio pensiero circa il brigantaggio politico post unitario, la invito a leggere il mio articolo al presente link

    http://www.instoria.it/home/brigantaggio_politico.htm

    distinti saluti

  6. Egr. dott Leogrande, mi rendo conto che il titolo “dott.” in fin dei conti non è tutto, dopo aver letto il suo ridicolo commento sul sito web neoborbonico. è deplorevole il concetto che lei ha della storia del popolo meridionale. non è accettabile che un commento di un profano, quale lei degnanente rappresenta, possa minimizzare il dolore di un popolo vigliaccamente violentato da 154 anni. Per lei saremmo una ” Paccottiglia”? ma forse lei volutamente ignora che a commerciar a proprio vantaggio sul nostro sangue è stato una parte del terrritorio di questa nobile penisola, che ancora non ho capito in quale valori unitari si possa identificare visto il pregiudizio e la discriminazione nei nostri confronti che si insegna fondamentalmente nell’ evolute scuole nordiche, e che lei degnamente ne esprime lo spirito sportivo. non bastava Il Mirabile “Giorgio Bocca” ,degno eroe di come si calpesta la dignità di un popolo, ci mancava la solenne offesa di personaggi alquanto meno eminenti come lei . non mi dilungo, ma le vorrei consigliare alcuni testi sul brigantaggio, economia e società dell’ illustre avvocato e storico lucano Tommaso pedio, e si informi prima sul brillante storico meridionalista. le consiglierei anche il testo “relazioni sulla puglia del 700″ redatto dal rappresentante di ferdinando IV Giuseppe Maria Galanti, a cura di enzo panareo( capone editore). io penso che ai personaggi di spicco quanto lei, sarebbe il caso di dedicare una delle tante massime di cicerone: ” NIHIL TURPIUS QUAM COGNITIONI ASSERTIONEM PRAECURRERE. Prima di scrivere parole abominevoli metta in rotazione l’ universo cervello.

  7. Egr. dott Leogrande le cito questa frase di un grande antifascista meridionale ““L’unità d’Italia non è avvenuta su basi di uguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno, nel rapporto territoriale città-campagna. Cioè, il Nord concretamente era una “piovra” che si è arricchita a spese del SUD e il suo incremento economico-industriale è stato in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale. L’Italia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole, riducendole a colonie di sfruttamento”. [Antonio Gramsci]. si è mai chiesto sig luminare, in quali terre nacque il lungimirante e neorisorgimentale fascismo? si, quella stessa politica di convinzione nazionalistica, e figuriamoci unitaria, che durante il ventennio impediva ai meridionali di cercar lavoro in settentrione? cosi lei pensa veramente che il regno duosiciliano fu un inferno? che dire del fascismo allora e della nobile politica nordica che trascinò due generazioni in due assurde guerre mondiali? che dire del patto storico scellerato tra stato unitario e mafie? cordiali saluti.

  8. Alfonso Valenti scrive:

    Gentili Sig.ri, Illustri studiosi,
    non ho pretese di conoscenza, ma sono un Calabrese convinto che la Cultura Meridionale sia degna al pari di qualsiasi altra.
    Ho vissuto per mia fortuna in una famiglia agiata e culturalmente attrezzata, figlio nipote e pronipote di maestre e maestri elementari, giusto per completare uno Zio paterno Direttore Didattico in Rapallo.
    Queta premessa per chiarire e far comprendere il mio stupore, quando da bambino, in giro per “l’Italia” bambini e ragazzi e anche qualche adulto, evidentemente meno “acculturati di me” ostentavano disprezzo additandomi quale “meridionale” e si stupivano nell’apprendere che a Crotone nei primi anni 60 io raccontassi di ascensori e impianti di riscaldamento centralizzati, pittosto che di palestre e scuole attrezzate.
    Il mio stupore con il passar del tempo diveniva rabbia quando, coetanei incontrati durante le vacanze estive, magari di origine meridinale, dileggiavano le mie origini e pregiudizialmente cercavano di etichettarmi quale rozzo ed ignorante.
    Non ho idea quanta parte abbia avuto in tutto ciò il Dott. CEsare Lombroso e le Sue pseudo rivelazioni scientifiche, registro che ancora oggi chi è “meridionale” è visto con sospetto con diffidenza che sono duri da digerire.
    La vera indignazione risiede nel fatto sconcertante che sugli scranni del Parlamento e poi del Governo della Repubblica Italiana abbiano trovato sede ” secessionisti padani” e i ladroni di tutte le latitudini.
    Il decadimento della Politica deriva, a mio avviso, dal progressivo smantellamento, che avviene per deroghe tacite e/o per norma, dell nostra magnifica Costituzione.
    Il Museo LOMBROSO va chiuso perchè é assurdo che venga permesso sul Suolo Italiano una così grottesca violazione dell art. Art. 3

    Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

    È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

    La connivenza con le organizzazioni che prima infettava solo il Sud e che gli Illuminati ipocritamente e fintamente combattevano oggi travolge il Nord.
    MIlano capitale morale, aspetteremo altri 20 anni per una nuova tangentopoli per stupirci dell malaffare MILANESE ?

  9. Augusto scrive:

    Concordo perfettamente con Leogrande circa i danni provocati dalla storiografia-fai-da-te, alla quale si devono alcune delle più vistose e incredibili sciocchezze diffuse in rete: dal Regno delle Due Sicilie uscito come “terza potenza industriale d’Europa” dall’Esposizione parigina del 1855 (alla quale il Regno delle Due Sicilie non partecipò neppure, tanto che i pochi espositori siciliani o napoletani furono costretti a farsi ospitare nel padiglione degli Stati Pontifici) alla chiusura decennale o anche più lunga (ma sì, esageriamo, come diceva Totò) delle scuole nel Meridione d’Italia, allo smantellamento forzato delle industrie in Terra di Lavoro o dei cantieri di Castellamare di Stabia.
    Quanto alle tesi lombrosiane, vanno considerate come documenti di una particolare stagione della storia culturale europea: cosa c’entra l’articolo 3 della Costituzione sfugge al mio modesto intelletto.
    Ultima, rapida considerazione: non esistevano nel 1860 il Sud ed il Nord; esistevano molti Sud ed altrettanti Nord, senza dimenticare che esisteva anche il Centro. Certe contrapposizioni sono davvero frutto di una propaganda vecchia di oltre centocinquanta anni.

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