Il cuore dello Stato

di Marco Rossari

Se dovessi girare un film sui cosiddetti anni di piombo, evitando di prendere di petto i momenti che hanno cambiato l’Italia (piazza Fontana, la vicenda Pinelli-Calabresi, Moro e così via), ovvero provando a rispecchiare orrori e speranze dell’epoca in una storia semplice, forse sceglierei la figura di Adelaide Aglietta e l’avvincente episodio raccontato nel suo Diario di una giurata popolare al processo delle Brigate Rosse (Lindau 2009; la prima edizione, per Milano Libri, risale al 1979, con una prefazione di Leonardo Sciascia, qui arricchita da una premessa di Adriano Sofri). Il clima dell’epoca è quello cupo di molti resoconti: il tribunale allestito in caserma, lo stato d’assedio di una città operaia al centro dello scontro, la paura di avvocati e giurati, quando per la prima volta vengono portati alla sbarra i leader storici delle Br, processati per banda armata. In udienza gli imputati revocano il mandato ai difensori di fiducia, minacciano di morte gli avvocati che accetteranno la nomina e scelgono il “processo di rottura”: dal “Vi proibisco di difendermi!” di Dreyfus si passa all’avvocato come “altra faccia del giudice” e quindi complice del regime. Ne scaturisce un dibattito sull’autodifesa e un’oggettiva difficoltà a trovare avvocati disposti a mettersi in gioco. Non solo. I giudici popolari estratti a sorte cominciano a defilarsi. Se perfino un senatore a vita come Eugenio Montale, dopo l’omicidio del presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino Fulvio Croce, giustifica la viltà di chi ha paura, non sorprende vedere piovere una quantità di certificati medici sulla “sindrome depressiva” che contagia i torinesi.

È qui che il primo marzo 1978, dopo centocinquanta estrazioni, entra in scena Adelaide Aglietta, segretario del Partito radicale, che sorteggiata casualmente accetta l’incombenza. Attraverso il suo diario veniamo resi partecipi dei travagli di una madre di famiglia cresciuta nella borghesia torinese e travolta dalla politica che deve spiegare alle figlie la propria scelta (sono forse le pagine più toccanti), di un cittadino che rifiuta la scorta anche davanti a minacce esplicite (straordinarie, a questo proposito, le sue parole di rammarico: “Ciò che più mi angoscia non è la cosa in sé, ma il fatto di non poter parlare con questo o con questi, […] che lo abbiano deciso senza conoscermi […]; è la negazione del dialogo […]. È questa la vera violenza”) e di una radicale che trova la legge “un’occasione di confronto in ogni caso”. In breve, di un individuo che si assume la responsabilità di salvaguardare i valori in cui crede sia davanti alla violenza brigatista sia davanti alle incongruenze del processo, senza mai rifugiarsi in una formula ambigua.

Intorno a queste pagine rimbombano il dibattito sull’aborto (memorabile la scena in cui un imberbe carabiniere si avvicina all’Aglietta per chiederle dove la morosa potrebbe trovare assistenza), il rapimento Moro (con i diciassette omicidi brigatisti perpetrati durante il processo), il recente assassinio di Giorgiana Masi e il referendum sulla legge Reale, insomma tutta un’epoca di battaglie e ferite. Il miracolo di Adelaide Aglietta è di non perdere mai il senso della propria identità e la risorsa inestimabile di una sensibilità intelligente davanti ai ricatti morali che ogni scelta comporta (quando dichiara, tanto per fare un esempio, di presumere l’innocenza degli imputati – com’è sacrosanto – un giornale l’accusa subito di connivenza).

Terminata la lettura ci resta una serie di immagini limpide, sofferte, appassionate. La scena commovente di una donna coraggiosa che arriva in una caserma blindata da quattromila uomini con la propria macchina, che giura con in mano un fiore e che privilegia sempre la ragione al fanatismo, il coraggio alla paura. Ma soprattutto rimangono indelebili le poche parole che usa per raccontare, dopo le estenuanti sedute in aula e le paranoie sulla propria incolumità, di come la passione civile possa diventare la salvezza di una persona, ma anche di un paese. Arrivata a un congresso del Partito radicale, Adelaide Aglietta scrive: “Quando sono in mezzo alla gente mi rendo conto di come la mia sicurezza risieda proprio in questo: riesco finalmente a liberarmi di ogni forma di angoscia e di sospetto”.
Forse è stato questo il grande errore dei brigatisti: aver pensato che il cuore dello Stato fosse un uomo politico e non persone come lei.

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