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Il dolore non è un ciao

[Piccola premessa: ho scritto molte volte sulla produzione letteraria di Walter Veltroni, cercando di tenere ben distinto un giudizio sull’uomo politico. Penso che quest’esercizio di onestà intellettuale sia stato per molti versi una mia forma di colpevole tenerezza. Perché, per fortuna, da qualche mese, da più parti vedo emergere una presa di distanza molto critica e molto condivisa per quell’esperienza politica lì. In modi molto spesso elaborati, ma anche in modo molto spesso semplicemente schietti, il giudizio su Veltroni e il veltronismo comincia a essere storico e implacabile. Anche il mio. Ma provate per esempio a vedere i commenti sul sito della Rai dopo la sua intervista a Che tempo che fa? Nonostante questo, Walter Veltroni appunto continua a avere un credito giornalistico incommensurato al suo credito politico. Ieri ha detto quello che ha detto sull’Articolo 18. Posto oggi questo pezzo che avevo scritto per Alfabeta2, che raccoglie anche considerazioni che ho fatto altrove e la cui pubblicazione su minimaetmoralia avrei rimandato a altre occasioni. Ma ieri Veltroni stesso mi ha fornito un pretesto che non avrei voluto.]

Perché un uomo politico importante si mette a fare lo scrittore mediocre?
Ho cominciato a interessarmi al Walter Veltroni letterato un giorno che ero in redazione a minimum fax, e qualcuno buttò lì la proposta di chiedere a lui – allora sindaco di Roma – una prefazione per un libro che stavamo mandando in stampa: una raccolta di discorsi dei Nobel per la pace. Io scalpitai. Ma mi resi subito conto che c’era qualcosa di più sotto quest’irritazione a pelle. E che da un certo punto di vista mi sarebbe legittimare quest’idiosincrasia nei confronti del Veltroni uomo di cultura, altrimenti sarei sembrato un qualunquista della peggior specie, uno snob.
La cosa non fu così difficile. Un paio di giorni dopo mandai alle varie persone che lavoravano in casa editrice una mail che aveva come oggetto Piccolo quiz editoriale.
Nella mail c’era un elenco di quasi settanta titoli di libri. Da E li chiamano disabili di Candido Cannavò a Oltre il giardino di Jerzy Kosinski a Mo’ je faccio er cucchiaio di Francesco Totti a Donne dell’altro mondo. Dodici donne celebri si raccontano al soprannaturale di Stefano Mastrosimone… Nella mail chiedevo: cos’hanno in comune tutti questi libri? La risposta era abbastanza impressionante. Legati apparentemente da nulla (gialli, raccolte di aforismi, biografie, libri di storia locale, qualunque branca dello scibile umano), aveva però uno stigma condiviso. Portavano in dote tutti la prefazione di Walter Veltroni. E l’elenco non era nemmeno completo.
Il libro dei Nobel che si intitola Costruire la pace alla fine riuscì a non avere nessuna prefazione: i nomi di Mandela e Luther King si presentavano giustamente da sé. Mentre il mio giochino fu ripreso da vari siti, dal Riformista e dal Corriere, e da Enrico Mentana a Matrix che pose proprio a Veltroni in studio una domandina velenosa sulla sua prolificità prefativa.
Da allora il suo nome dopo “prefazione di” è quasi scomparso dalle copertine, per accedere direttamente al posto d’onore: i caratteri cubitali da autore di grido.
Questa sfida a distanza poteva anche finire qui. Mi sembrava talmente squalificante il profilo culturale di onniprefatore che interessarmi ancora a quello che aveva scritto Veltroni mi sembrava un giochino da nerd. Ma, come spesso continuò a accadermi, leggendo le sue cose, mi era sembrato di vedere altri livelli di analisi possibile oltre la denuncia della sciatteria un po’ nepotistica di chi deve mettere il suo nome ovunque. Mi pareva insomma che ci fosse dell’altro, oltre il desiderio di potere e di presenzialismo. Mi sembrava interessante leggere politicamente la sua produzione letteraria.
Avevo ragione. Credo di essere ad oggi uno dei più attenti se non il più attento lettore di Veltroni in Italia. Ho letto per intero i suoi romanzi La scoperta dell’alba e Noi, il suo monologo poetico Quando l’acrobata cade, entrano i clown, il suo saggio programmatico del Pd Una nuova stagione, la sua inchiesta-memoir L’inizio del buio, i suoi racconti Senza Patricio, la sua piccola biografia su Luca Flores Il disco del mondo, e ho sfogliato anche il resto, le biografie di Bob Kennedy e Berlinguer, il suo libro di storia della televisione, oltre essermi sorbito per anni le sue recensioni ai film sul Venerdì di Repubblica, e altre decine di interventi sui giornali (interviste, editoriali, e soprattutto molte lettere – il suo genere preferito).
All’inizio di questa immersione ero semplicemente infastidito che un politico (che tra parentesi era il mio sindaco e che potevo considerare anche lodevole per alcune scelte politiche) potesse licenziare dei libri così malconci. Nella recensione che feci alla Scoperta dell’alba partivo tratteggiando una sorta di declino dei tempi: una volta erano gli scrittori come Sciascia o Calvino a impegnarsi politicamente, oggi sono i politici di professioni che aspirano a uno scranno letterario. Ero un po’ indignato: il fatto che chiunque oggi, sia un comico, un cantante, un ballerino, oggi possa ritenersi degno di una patente di scrittore solo in virtù della sua popolarità mi sembrava il sintomo di quella “strana sfera gassosa che è il contesto culturale e politico oggi in Italia (un paese dove, per dire, la direzione dei programmi culturali della tv nazionale è affidata a Gigi Marzullo e quella dei servizi parlamentari a Anna La Rosa), dove il pensiero che la letteratura abbia una sua autorevolezza autonoma, una sua specificità, e delle sue regole da imparare e sperimentare prima contro se stessi e poi rispetto a un editore e un pubblico di lettori magari indulgenti, non sfiora per niente nemmeno Veltroni”, così scrivevo.
Mi rodeva, e molto, perché qualcuno incapace pretendeva di fare lo stesso mio lavoro. E allora – come un falegname che mostra a un bricoleur della domenica gli errori più rozzi che ha combinato (guarda quanta colla che esce qui! quest’asse così non regge! occorre prima scartavetrare e poi lucidare!), anch’io segnavo una a una le pecche strutturali della Scoperta dell’alba: 1) La mancanza di differenziazione dei personaggi, che parlavano tutti con una lingua media bassamente lirica; 2) la ridondanza e l’enfasi del discorso; 3) l’incapacità di dar corpo ai personaggi e di gestirli nel tempo. Se avessi dovuto riassumere in un’evidenza il deficit principale della sua scrittura (ero buono) “mi sembrava l’applicazione di una retorica specificamente politica all’ambito letterario, ossia l’ignoranza assoluta di quel monito che si ripete alla nausea nei corsi di scrittura, Show! Don’t tell! Ogni sentimento in un romanzo dovrebbe essere declinato in azione, dialogo, descrizione, in una costruzione che renda questi sentimenti piuttosto che enunciarli; mentre la retorica politica richiede proprio l’opposto: la chiarezza, l’immediata corrispondenza tra parola e riferimento, la psicagogia ottenuta attraverso anche la ridondanza. Un piano dove il simbolo dev’essere sempre trasparente, e il più possibile univoco”. 4) La reverenzialità nei confronti della letteratura, trattata come un feticcio. Le citazione, gli omaggi, i “come dice quel grandioso scrittore” si sprecano nei libri di Veltroni.
Al tempo stesso nella Scoperta dell’alba c’era anche un altro elemento però che mi pareva da evidenziare per una lettura politica di questo scadente oggetto letterario. Il protagonista scopre che il padre ha abbandonato la famiglia perché era entrato in clandestinità. Questa rimozione dei conflitti degli anni ’70 è un filo rosso che attraversa tutta la visione veltroniana, culturale, letteraria e politica. Rimozione che per me poteva essere sintetizzata nell’idea di intitolare una via a Roma a Paolo Di Nella, giovane militante di destra ucciso a sprangate nel 1981, e a cui Veltroni definito nella targa a suo nome, una “Vittima della violenza”. Così, senz’altro aggettivo a connotarlo. Come se a Roma, o in Italia, fosse passato uno tsunami incomprensibile.
Questa stessa incapacità di comprendere la nostra storia e questa stessa rimozione dei conflitti (il che vuol dire anche disconoscimento delle differenze e delle soggettività) è la cifra più accesa anche degli altri suoi testi. Dal micro manifesto politico del PD, La nuova stagione, di cui se si fa un’analisi linguistica ci si rende conto di avere a che fare con un monstrum. Le parole in questo suo libretto non si capisce proprio cosa significhino. Sembra un esercizio di neolingua orwelliana: ve lo ricordare il “partito a vocazione maggioritaria”. Tutta la retorica della Nuova stagione, una congerie di quelli che in sociolinguistica si chiamano “plastismi” se la prendeva con i “vecchi linguaggi” del Novecento, con “le identità”. Uno poteva anche comprendere il tentativo di aggregare invece che disperdere, ma sarebbe stato bello già allora ricordare allo staff veltroniano che il linguaggio non funziona così, una lingua – Saussure docet – identifica per opposizione. Un significato o è oppositivo o non è.
Questa pervicace mancanza di capacità di riconoscere le differenze arriva a dei vertici di irresponsabilità nel momento in cui Veltroni comincia la sua parabola politica discendente. Ossia quando, dopo le regionali in Sardegna, si dimette da segretario del PD. Dopo aver minato il fragile equilibrio del governo Prodi con l’idea del nuovo partito a vocazione maggioritaria, dopo aver lasciato Roma alla destra orribile di Alemanno, dopo aver perso le elezioni del 2008, a Veltroni non sembra comunque arrivato il tempo di fare un bilancio dei fallimenti, e scrive invece un monologo teatrale in versi sulla tragedia dell’Heysel. Riscriviamolo: un poema sull’Heysel! Pubblicato da Einaudi, che si vergogna di spacciarlo per poesia, giustamente. Il libro è una perla assoluta. Va preso e letto tutto a alta voce, perché è un’operazione terrificante molto di più dei duetti di Berlusconi e Apicella. Eppure: recensioni su Repubblica, letture con grandi attori all’Auditorium e alla Fiera del Libro.
Quando cade l’acrobata, entrano i clown è tutto un versificare adolescenziale, ingolfato, bolso che associato al nome Walter Veltroni crea un involontario risultato comico; quando non grottesco, trattandosi di morti a cui rendere omaggio. 
Ci sono immagini come questa: Da quel giorno alla parola giocare si trova, come sinonimo, morire. / Un mondo che non è capace di giocare è condannato all’infelicità. / E alla violenza. / Quella che ruba la vita e prende a bottigliate il futuro. Ci sono versi in cui l’andatura prosastica diventa un po’ insostenibile: Boniek tocca a Paolo Rossi ma la palla è oscurata da un sei. / 0636911-399707-3960781-3962772 / Migliaia di matite, migliaia di fogli di carta, sono volati in quella notte di mano in mano /Nelle case degli italiani che avevano ascoltato la voce sicura di Bruno Pizzul. Ci sono associazioni presuntamente suggestive ma francamente difficili da decifrare: Cominciano a volare degli oggetti. / Sono aste di bandiere, anacronistici ombrelli. Ci sono versi icastici che stentano a non risultare caricaturali: Il dolore, viene proclamato verso la fine, non è un ciao.
Ma l’analisi di sociologia politica mi sono reso conto a un certo punto non bastava. Perché Veltroni aveva bisogno di scrivere? Perché aveva bisogno di parlare di tutti questi morti: desaparecidos, morti dell’Heysel, Bob Kennedy, Berlinguer, Luca Flores, i morti degli anni di piombo e ora nell’ultimo uscito, Alfredino Rampi e Roberto Peci? Proprio la lettura dell’Inizio del buio mi ha illuminato su un aspetto psicanalitico del personaggio Veltroni. La conclusione che si può trarre da tutto questo attraversamento che fa delle tragedie della storia non porta mai a nessuna elaborazione. Nella sua visione del mondo, il male non ha senso (non vale nessuna spiegazione politica, sociale, di teodicea, di psicologia sociale). Il male arriva e le persone ne sono in balia. Il buonismo è una sorta di prospettiva leibniziana di vivere nel meno peggiore dei mondi possibile.
Un’altra conclusione è nella sua visione non si distingue l’elemento immaginato da quello reale. Il continuo ricorso a una narrazione ipotetica, il prevalere di una memoria emotiva sulla ricostruzione storica, definiscono una visione infantile, priva di quel principio di realtà, che seppure permette di salvare un bambino dalla violenza del reale quando si manifesta, rischia per un adulto di trasformarsi in una prigione mentale, in un sogno nostalgico in cui appunto non c’è differenza tra i propri desideri e quelli degli altri.
In questo senso, il trauma veltroniano, lui stesso inconsapevolemente ma esplicitamente lo cita nell’ultimo libro sembra essere proprio il non aver mai conosciuto suo padre, Vittorio, giovane dirigente Rai morto che lui era neonato. Quest’impossibilità di confrontarsi con un padre che ci guida e ci giudica e quindi possa mediare sui nostri successi e sui nostri fallimenti, fa sì che per noi il fallimento, la sconfitta sia sinonimo di non-realtà. È un tipo di complesso che Massimo Recalcati ha definito “complesso di Telemaco”: come novelli figli di Ulisse aspettiamo il ritorno di questo padre eccezionale con il quale non possiamo confrontarci mai. Nel frattempo, non sappiamo cosa e bene e cosa è male. La cosa incredibile è come questa proiezione veltroniana sia riuscita a diventare una visione suggestiva oltre che una grande narrazione politica. Perché ne siamo stati in parte stregati anche noi? Riusciremo a affrancarcene?

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
29 Commenti a “Il dolore non è un ciao”
  1. Enrico Marsili scrive:

    Caro Christian, iniziare la settimana con questo post e`davvero molto bello, grazie. Mi permetto (da non scrittore, of course) di aggiungere una piccola considerazione.

    Oggi tutti vogliono fare tutto, e peggio credono di saper fare tutto. Che ci vuole a scrivere, pensa il giovane W.? Basta una penna e un foglio, e magari neanche un cestino.

    Ma al di fuori della scrittura, tutti sono medici, tutti sono scienziati, tutti sono politici, e tutti sono allenatori di calcio. Mi sembra che anche qui operi questo principio di non-realta`, il non sapere ammmettere i propri limiti. Lasciateci fare il nostro lavoro, chiedete e interagite, ma NON vi sostituite per narcisismo e delirio di onnipotenza. Si puo`godere di un libro come di una scoperta scientifica o di una vittoria della Roma anche senza credersi in prima fila nella produzione dell`evento.

    E comunque prima di leggere il giovane W. aspetto di morire. Grazie per esserti sobbarcato questa faticaccia.

    Saluti

  2. peppe scrive:

    Davvero interessante. Siccome anch’io sono rimasto stregato dal Veltroni sindaco, e non me ne pento, mi ha fatto piacere leggere questa analisi;questo articolo contiene quel non detto necessario elaborare oggi, per non restare imprigionati anche noi. Non è male interrogarsi su come abbiamo vissuto, con tutto il carico d’aspettative(diventavo padre in quegli anni) e desideri, in quel periodo veltroniano.
    Credo che non sia più accettabile il non liberarsi, almeno mentalmente, di questo nepotismo cultural-politico. Il dualismo veltroni-d’alema ha paralizzato un intero mondo politico e, forse, anche culturale. ora basta. no?
    grazie

  3. Franco Rampazzo scrive:

    Trovo molto interessante questo intervento, soprattutto nella parte che esamina i deficit del Veltroni narratore.
    Peraltro trovo sprecata l’utilizzazione ideologica di un pezzo che nelle sue parti concernenti la politica editoriale è veramente pregievole e persino istruttivo. Di fatto, la “piccola premessa” (“ho scritto molte volte sulla produzione letteraria di Walter Veltroni, cercando di tenere ben distinto un giudizio sull’uomo politico”) mi sembra poco credibile, alla luce del seguito dell’articolo. A me pare che una molto ponderata critica letteraria -che arriva all’uso dello strumento psicanalitico- sia usata qui per screditare l’uomo politico. Sarà un caso che ciò avvenga all’indomani delle dichiarazioni sul tormentone “articolo 18”?
    Se è vero che è abbastanza insopportabile un’editoria che fa spazio a scrittori mediocri solo perché la loro faccia in copertina garantisce qualche migliaio di copie vendute, è altrettanto vero che questo succede non solo per i politici, ma anche per giornalisti televisivi, cantanti, presentatori, etc.
    Se si vuole parlare del mercato del lavoro, delle riforme sul tavolo, delle alternative buone o pessime all’articolo 18, lo si faccia sul merito. Churchill e Hitler erano “interessanti” per quel che facevano e dicevano, non per come dipingevano. (Anche se Churchill, certo, era molto meglio in entrambi i campi).

  4. Bartolo Anglani scrive:

    Siccome detesto, e non da poco tempo, Veltroni e il cosiddetto veltronismo, potrei compiacermi di trovare in questo articolo molte delle mie idee, meglio spiegate e articolate anche perché Raimo ha avuto il coraggio e le perseveranza di leggere TUTTO ciò che W: V, ha scritto. Condivido perciò la tesi dell’articolo. Ma a questo punto mi chiedo: quante di queste osservazioni (mi riferisco a quelle di natura letteraria) potrebbero adattarsi a gran parte della narrativa italiana contemporanea? E’ vero, W. V. è un politico che pretende di fare il poeta e il romanziere ignorando le regole elementari della scrittura letteraria: ma siamo sicuri che gli scrittori italiani di oggi, che non fanno politica e dunque non hanno nemmeno l’alibi veltroniano del dilettantismo, non scrivano come e peggio di lui? E anche su di loro piovono le grazie dei giornali, dei critici compiacenti, della TV che li lancia, dei librai che ne espongono le opere in modo da promuoverne l’acquisto. Mi chiedo insomma se il caso W. V., benché deprecabilke, non sia alla fin dei conti un dettaglio di un quadro orripilante nel suo insieme.

  5. Michele scrive:

    Caro Bartolo. Leggiti un libro di Walter Siti. Poi uno di Michele Mari. Poi magari anche uno di Giorgio Vasta. Se non di Aldo Busi. Oppure che so anche le cose migliori di Sandro Veronesi. Le prime della Parrella e della Ferrante? Fois? Murgia? Ma ce ne sono molti altri… Trovreai sicuramente libri molto buoni, alcuni eccellenti.
    Insomma, scoprirai un livello incommensurabilmente più alto di Veltroni, e anche modestamente più alto del livello medio della letteratura francese contemporanea, anche di quella tedesca, belga, greca, olandese. Non probabilmente spagnola o inglese, però, per rimanere nel nostro continente.

  6. carmelo scrive:

    Perché un uomo politico importante si mette a fare lo scrittore mediocre?

    al posto di uomo politico importante basta mettere
    soubrette, conduttrice televisiva, comico, giornalista, calciatore, attore…insomma uomo famoso che in genere ha facile accsesso ai media (giornali e televisioni).
    La risposta è sempre la stessa. Perche vende e se vende per i lmercatro questo è un buon motivo.
    A questo punto mi viene spointanea una domanda:
    perchè un critico letterario perde il suo tempo a leggere (ma questi sono fatti suoi), ma soprattutto a recensire scrittori mediocri e famosi?

  7. Franco Rampazzo scrive:

    A RIPENSANSARCI PIÙ CHE UNA CRITICA QUESTO MI SEMBRA UN PROCESSO IN PERFETTO STILE SOVIETICO.

    Scusate se intervengo di nuovo, ma ho continuato a pensare a questo articolo, e a ben vedere si tratta di tutto fuorché una decente critica letteraria.
    Si rilegga questo passo:

    “Ma l’analisi di sociologia politica mi sono reso conto a un certo punto non bastava. Perché Veltroni aveva bisogno di scrivere? Perché aveva bisogno di parlare di tutti questi morti: desaparecidos, morti dell’Heysel, Bob Kennedy, Berlinguer, Luca Flores, i morti degli anni di piombo e ora nell’ultimo uscito, Alfredino Rampi e Roberto Peci? Proprio la lettura dell’Inizio del buio mi ha illuminato su un aspetto psicanalitico del personaggio Veltroni. La conclusione che si può trarre da tutto questo attraversamento che fa delle tragedie della storia non porta mai a nessuna elaborazione. Nella sua visione del mondo, il male non ha senso (non vale nessuna spiegazione politica, sociale, di teodicea, di psicologia sociale). Il male arriva e le persone ne sono in balia. Il buonismo è una sorta di prospettiva leibniziana di vivere nel meno peggiore dei mondi possibile.
    Un’altra conclusione è nella sua visione non si distingue l’elemento immaginato da quello reale. Il continuo ricorso a una narrazione ipotetica, il prevalere di una memoria emotiva sulla ricostruzione storica, definiscono una visione infantile, priva di quel principio di realtà, che seppure permette di salvare un bambino dalla violenza del reale quando si manifesta, rischia per un adulto di trasformarsi in una prigione mentale, in un sogno nostalgico in cui appunto non c’è differenza tra i propri desideri e quelli degli altri.”

    Già l’uso dell’ “Analisi sociologica” come se si trattasse di uno strumento scientifico irrefutabile e irrefutato è assai dubbio e risuona inquietantemente da “sentenza in nome del popolo”. Ma lo stabilire una (supposta) prevalenza della memoria affettiva su quella storica (!) e dire che questo è necessariamente MALE richiama quel tipo di arringa accusatoria in cui l’autore che si è discostato da un sano “principio di realtà” è di per sé sospetto di moralità piccolo borghese.
    Ma con questa prigione ideologica (altro che prigione mentale!) non si taglia fuori una quantità enorme di splendide eccezioni alla correttezza psico-sociologico-narrrativa che hanno arricchito la letteretatura di tutti i tempi? Ora tutto questo farebbe solo ridere se non fosse per l’amara constatazione oltre a una pletora di scrittori che non sanno fare il loro mestiere ci sono anche alcuni critici che utilizzano qualche arma spuntata da corso di “creative writing” per dare sfogo alle proprie idiosincrasie.

  8. virgilio scrive:

    ottimo post.
    ho due curiosità.Le prefazioni aiutano un libro?le prefazioni vengono fatte gratuitamente,magari per amicizia,oppure a pagamento?

  9. behemoth scrive:

    Incredibile quanto è semplice trovarsi di fronte all’epiteto nazista o sovietico quando qualcuno tenta di fare una critica dura e dirimente. Incredibile quanto questo schema ricalchi l’ultimo pezzo dell’articolo, la citazione di recalcati sull’incapacità e la paura di dirimere, scegliere, giudicare il bene dal male. A rischio di errore. Con la paura della tragedie novecentesche sembra che tutto debba essere vaporoso, buono, deresponsabilizzante e che debba accontentare tutti. Il Walter pensiero sicuramente non è nazista o sovietico ma non inpedirà mai al nazismo o al totalitarismo di manifestarsi.

  10. Franco Rampazzo scrive:

    Riconosco che l’aggettivo “sovietico” è un po’ abusato. Forse “totalitario” sarebbe stato più preciso, ma “sovietico” serviva a stare un po’sul concreto. L’appoggiarsi a strumenti opinabili (come la cosiddetta “analisi sociologica”o “psicanalitica” del testo) per stabilire regole che dirimerebbero nientemeno che il bene dal male, o il vero dal falso, è di fatto un vecchio trucco di chi agisce in modo totalitario. Anche l’invenzione di categorie suggestive come “Walter pensiero” per scagliarle sull’interlocutore al solo fine di non entrare nel merito dei suoi argomenti è atteggiamento totalitario. Non si pretende da un critico letterario l’osservanza di un una stretta etica della confutabilità, ma neppure il suo contrario -l’uso sistematico di concetti non falsicabili, sciorinati per di più con sfoggio di grandeur retorica- è accettabile. Né sul piano morale né su quello epistemologico.

  11. Christian Raimo scrive:

    Franco non capisco. La mia analisi della poetica veltroniana si basa su un’analisi testuale di centinaia di pagine. Prendo Veltroni alla lettera. Lui si dice scrittore, io faxcio il critico. E trovo che le sue pagine siano penose. Strutturalmente penose. Ti sfido a leggere qualunque suo libro.
    Poi mi faccio una domanda: perché un politico invece di occuparsi per esempio di fare autocritica sulle sue scelte, metti di fronte alla tripla sconfittta del 2008 2009, si dà così pervicacemente alla letteratura. E provo a dare una risposta attraverso l’analisi tematica delle sue pagine. Partendo da questa sua passione per gli anni sessanta settanta e la morte. Tutto qua. Altro che sovietico mi scusi, se vogliamo essere russofili, direi bachtiniano. Con tutta l’umilta del caso.

  12. Mario Rossi scrive:

    Avere in antipatia qualcuno è legittimo. Molto meno sbrodolare (sì, sbrodolare, perché raramente, a proposito di stile, mi sono imbattuto in un modo di scrivere così inutilmente pomposo) una “critica” di questo genere. E a proposito di persone che vogliono fare cose diverse dal loro mestiere, eviterei, caro Raimo, i giudizi politici. Perché anche li’, sai, a chi e’ un po’ del mestiere basta poco per accorgersi, al di là delle legittime diverse opinioni, dell’incompetenza in materia.
    Saluti

  13. peppe scrive:

    Scusate se mi intrometto di nuovo, ma credo che, al di là delle opinioni leggittime di quelli che criticano questo articolo, ci siano anche dei tabù riguardo a un certo periodo politico, ripeto, gravido di speranze per una certa sinistra, e anche per me, che non permette di fare una riflessione (pacatamente) e un’autocritica sul periodo veltroniano. A proposito di elaborazione del lutto, a volte spingiamo più in là del nostro giardino ogni possibile messa in discussione.
    Il giudizio su Veltroni scrittore è come togliere un velo, e poi vedere che la bellezza stava solo nei nostri occhi. forse.
    E questo non è bello, neppure salutare; ma è necessario come atto. Credo.
    un caro saluto

  14. Michele scrive:

    Scusa Mario Rossi: la tua tesi sarebbe che uno scrittore non può parlare di politica?

    Abito a Roma, mi è capitato per il mio mestiere (lavoro nella pubblicità) di incrociare personaggi politici, soprattutto DS, e spesso (per questioni del Comune) legati a Walter Veltroni. Be’. Non parliamo dell’entourage di Alemanno che a malapena capiscono il contesto storico in cui vivono e a malapena articolano i tempi verbali…
    Ma davvero – tornando ai veltroniani – ho conosciuto poca gente più inconsapevole di sé e più ignorante (aggiornarsi ogni settimana l’albo delle figurine dei santini mediatici non è cultura) e incapace di autonalisi di loro e di una certa sinistra di oggi. Sono dei grigissimi burocrati capaci di citare Almodovar e Martin Luther King. Non nel senso di grigissimi burocrati alla sovietica. Riaggiorna tutto al XXI secolo e avrai veltroni.

    A me invece gli scrittori che dal basso della loro cultura, capacità retorica e sensibilità sputtanano i personaggi politici che li osservano dall’alto della propria ignoranza, boria, inconsapevolezza, crudeltà (Veltroni pare sia tra le persone più vendicative e rancorose dell’emisfero politico, e anche tra i più ossessivi per ciò che riguarda il controllo della propria immagine in tutti i contesti mediatici, tanto che non mi sorprenderebbe trovarlo come troll, lui o chi per lui, in questi commenti) piacciono molto.

  15. Michele scrive:

    Dimenticavo. Per capire chi è Veltroni, e quanto l’analisi di Raimo sia efficace, andate su twitter e leggete i suoi messaggi. Cosa trovate?

  16. Michele scrive:

    Intendevo sul twitter di Veltroni, non di Raimo.

  17. mario rossi scrive:

    Scusa Michele, la mia tesi è esattamente contraria: gli scrittori certo che possono parlare di politica, purché siano coerenti e permettano a chi vuole, anche ad un politico, di scrivere, anche perché poi il giudizio spetta ai lettori, tutto sommato, o no? Quanto al resto di quello che scrivi, francamente è un trionfo del luogo comune e della banalità qualunquista (pure gratuitamente offensiva), per cui mi fermo qui…

  18. Michele scrive:

    Mario Rossi. I miei non sono insulti. Le mie sono impressioni ricavate da ciò che ho visto. Ho visto gli uomini di un partito per cui ho votato e continuo a votare, e mi sono molto dispiaciuto per loro.

    Ma a te sembra possibile che, dopo vent’anni di fallimenti che sono costati a noi tantissimo e a loro e alle loro famiglie e alla figlia di Veltroni niente, è possibile che dopo tutto questo, se vadano in giro tutti sorridenti tipo gita aziendale come se non fossero responsabili di niente? Come se non avessero, con i loro errori, semidistrutto una comunità? Come se (con le loro distrazioni) non avessero causato sofferenze, frustrazioni, danni economici, emotivi, psicologici, a buona parte della cittadinanza italiana?

    Il limite del pezzo di Raimo è che è analitico e non onirico.

    I sogni di Veltroni temo siano popolati da continue autoassoluzioni allo zucchero filato dietro le quali centinaia di migliaia di cittadini si dolgono e soffrono. Ecco cos’è stato.

  19. Christian Raimo scrive:

    non so in quale città sia vissuto, signor Mario Rossi, io in quella dove le borgate non avevano la minima integrazione con il centro, e dove invece dei laboratori culturali si finanziavano le vetrine culturali. è interessante leggersi quello che scrive Walter Tocci su cosa poteva essere Roma, e cosa non si è riuscito a fare

  20. mario rossi scrive:

    non so (seguo il suo stile da critico, senza maiuscole e con punteggiatura approssimativa) in quale quartiere di Roma vive lei, signor Christian Raimo, perché delle borgate di Roma, dei suoi quartieri periferici, francamente non credo conosca molto. legga pure libri, come quello di Tocci, ma non dimentichi che se Veltroni fu confermato Sindaco nel 2006 con il 65 per cento e passa di voti qualcosa di buono, evidentemente, deve aver fatto. almeno agli occhi dei romani, di chi ad esempio come me vive in un quartiere come Laurentino (cade veramente male nel chiedermi in quale città io sia mai vissuto). non le ricordo, ammesso lei conosca quella realtà, la riqualificazione dei “Ponti”. mi basta dirle, visto che fa cenno a questi aspetti, con la solita banale contrapposizione delle “vetrine culturali”, del Laboratorio Laurentino, dell’incubatore d’impresa presso il Ponte 8, della sistemazione di piazza Elsa Morante con una sala polifunzionale e una piazza telematica. oppure che so, vuole parlare di una realtà che certo conoscerà a fondo, quella di Corviale? dell’apertura lì di un un centro di orientamento al lavoro, di un centro di formazione professionale, di un incubatore di imprese, di un centro culturale polivalente e di una biblioteca? oppure del programma “Immaginare Corviale”, laboratorio di produzione artistica, musicale e multimediale? continui a leggere libri su Roma nel comodo del suo salotto, signor Christian Raimo, ma si sforzi anche di conoscere personalmente la realtà, senza sacrificarla sull’altare di uno sterile (e ripeto, mi scusi, davvero troppo pomposo) spirito polemico… dimenticavo, a proposito di “vetrine culturali”: Dio solo sa quanto servissero a creare un clima diverso da quello che oggi si vive in questa nostra città anche quelle iniziative di massa e popolari (io preferisco chiamarle così, ma sono una persona normale, non un raffinato critico) che facevano trascorrere serate diverse a migliaia di ragazzi che assistevano ad un concerto che altrimenti non si sarebbero mai potuti permettere… a differenza di quanto ha fatto lei, la saluto

  21. Christian Raimo scrive:

    signor mario rossi mi scusi, che fine hanno fatto gli incubatori d’impresa della stagione veltroniana?

  22. mario rossi scrive:

    signor christian raimo, vedo che lei continua a rispondere solo a ciò che le pare ed evita il resto, su cui evidentemente non ha argomenti… per me può bastare così, non facendo il “critico” e non avendo tempo da perdere….

  23. christian raimo scrive:

    Mario, non voglio svicolare dal dibattito. E se vuoi approfondirò anche il discorso sulla cittrà. Per adesso, le dico che le quattro scelte di Veltroni

    fondare il Pd (bruciando Prodi)

    lasciare il posto di sindaco a Roma (dando carta bianca a una destra improponibile)

    andare alle elezioni come candidato del centro sinistra di un partito a vocazione maggioritaria (tagliando fuori dal parlamento tutta la sinistra radicale, e portando in parlamento gente come Calearo)

    dimettersi dalla direzione del partito senza fare autocritica, continuando a fare fronde interne

    Ecco, questi mi sembrano errori politici importanti. Su Roma, le assicuro, ci tornerò.

  24. marco mantello scrive:

    Il problema è innanzitutto distinguere, a mio parere, il “personaggio pubblico” che ha già un “nome” dallo “scrittore” che diventa tale in quanto “personaggio pubblico”. Veltroni ha distinto i piani? O pubblica romanzi perché è un politico e ha già una sua immagine pubblica e benefici adi una rendita di posizione in quanto Walter Veltroni? Ma il discorso allora non può riguardare solo questo pover’uomo, andrebbe ampliato e dovrebbe estendersi a tutta quella massa di gente, che so Faletti per Einaudi, l’emblema del berlusconismo che agli incontri con le scolaresche ti fa il panegirico di se stesso sulla base dell’equazione ‘se ho successo valgo’ (brave Oggero e Gallo, o Cesari o chi per voi, complimenti continuate così…). Perché non parlare di Fabio Volo (Franchini? Sei tu che selezioni Fabio Volo? O chi per te?), o dei vari feltrinellici Ligabue, Jovanotti…fino ad arrivare a Benedetta Parodi. Poi certo ci sono anche i libri di Capossela, o di Guccini, che hanno una loro dignità, ma il problema resta sempre quello: il bacino di utenza garantito dal nome pubblico . Ora se mi chiamo Veltroni, o Benedetta Parodi, e penso di avere un talento letterario, la prima cosa che farei è darmi uno pseudonimo, e cercare di pubblicare i miei libri di narrativa senza questo vantaggio di posizione iniziale, ecco forse questo sarebbe un caso in cui usare un nome falso avrebbe un senso, e conferirebbe credibilità alla propria scrittura e ai propri ricettarii (non è che se hai un nome in quanto politico o caridologo di fama internazionale o presntatrice di ricette in tv, non hai talento letterario a priori però ecco, allora, cari personaggi pubblici, mettetelo alla prova il vostro talento, e sottoponetevi alle forche caudine del non essere nessuno… Saluti.

  25. marco mantello scrive:

    Chissà quanti libri pubblicherà Veltroni, e quanto saranno contenti gli editori generalisti di pubblicarlo lo stesso, se decidesse di chiamarsi , che ne so? Articolo Diciotto

  26. franco Rampazzo scrive:

    Neppure io amo i successi ottenuti per ragioni che sono estranee al puro fatto letterario. Ma credo sia irrealistico aspettarsi atteggiamenti virtuosi al punto da indurre le celebrità politiche, sportive, di spettacolo, giornalistiche, etc. a usare un pseudonimo. Se una di queste persone firmasse un articolo di biologia, o di matematica, o di fisica, certamente sarebbe pi1u prudente. Ma nel campo della letteratura o della filosofia spicciola molti di questi personaggi si sentono -spesso arbitrariamente- all’altezza, o, come minimo, non si preoccupano di perdere la faccia tra gli “esperti”. Le varianti individuali sono poi molte, ma credo sia un errore di impostazione aspettarsi dalla celebrità un’etica superiore alla media della popolazione. È certamente vero che molti libri pubblicati sono mediocri ma è altrettanto plausibile che ancora più vasta sia la massa di scrittori frustrati che, vedendosi superare senza sforzo da un conduttore televisivo o da un politico nell’accesso all’editoria che conta, sfogano nel web tutta la loro rabbia, improvvisandosi severi tutori della meritocrazia. Il punto è, a mio parere, che la maggior parte di questi scrittori frustrati sono giustamente frustrati, semplicemente perchè le loro opere non valgono un gran ché. Per concludere, io credo si debba accettare il fatto che l’editoria è anche un mercato, dove molte persone debbono guadagnare. É cosí da sempre, in tutti i settori dell’arte. Eppure questo non ha impedito che insieme ai sovrani che pubblicavano i loro insopportabili trii o quartetti, i vari Bach, Mozart e Beethoven vedessero stampate le loro opere straordinarie.

  27. marco mantello scrive:

    Ok il sistema funziona e io e tanti altri moralisti dell’ultima ora siamo una massa di frustrati che sfogano rifiuti editoriali millantando purezza su minima e moralia. Non se ne esce, anche quando uno abbassa i toni e prova a fare un ragionamento…

  28. franco Rampazzo scrive:

    @marco mantello Io non ho detto che il sistema è ottimo e neppure che lei appartenga a quella massa di frustrati di cui parlavo (tra cui non avrei difficoltà a includermi). Ho solo rilevato come la situazione di chi si dedica ad attività creative sia sempre stata controversa e soggetta ad (inevitabili?) ingiustizie. Faccio sinceramente fatica a pensare a un mercato editoriale MOLTO migliore. Certamente, comunque ,in quello italiano c’è molto da fare nel segno del merito e contro il corporativismo.

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  1. […] di essere uno dei lettori più attenti della sua opera in Italia (dai romanzi agli pseudosaggi alle poesie), tanto da averne fatto un bilancio di questo rapporto critico. Questa continuità forse mi dà la […]



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