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Il dossier della felicità. Parte II

 

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(foto di Sergio Lipari)

Pubblichiamo la seconda puntata (qui la prima parte) del reportage sul concetto di felicità degli italiani nel Messico contemporaneo, realizzato grazie ad una borsa d’eccellenza del Governo messicano e alla Secretaria de Relaciones Exteriores, che ha permesso all’autore un progetto di arte pubblica letteraria sviluppato a Città del Messico ad agosto del 2015.

di Alessandro Raveggi

Sparire in Messico senza sparire sul serio

In Messico l’arte della fuga è una delle specialità degli italiani: fuggire dall’inedia, dall’IRPEF, dalle partite iva, dalle notizie sui giornali locali, da una celebrazione del passato che non riserva alcuna promessa del futuro, e mimetizzarsi nella polvere, sotto l’ombra di una piramide azteca, sparire in una selva più o meno reale, meglio con una strada imboccante il mare caraibico. “Se un giorno mi cercherete, non mi troverete qui” dice il Buñuel citato dal mio secondo intervistato, Diego Barboni, esperto di cinema e docente tra i più apprezzati all’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico. Eppure Buñuel qui c’è rimasto quasi mezzo secolo e da questo trampolino surreale ha raggiunto la fama internazionale.

Parlare poi di sparizione, vedendo le notizie e l’innumerevole numerazione dei cadaveri nascosti, sotterrati, fatti sparire, non può che produrre un gran stridore in testa: il termine sparizione in un paese di desaparecidos politici suona cinico, relegato ad un escapismo a buon mercato e sfacciato: “Vado in Messico, provo il peyote, due sorsi di mezcal col baco, una puntatina a San Cristobal, le rovine del Chiapas, questo e quello, e sto a posto, con la mia sparizione!”, quante volte l’abbiamo idealmente sentito mormorare da quelli che all’aeroporto se ne ritornano poi a Roma a Milano con le catenelle variopinte al collo e il contraffatto artigianato maya…

Questo non è certo il caso di Diego, che incontro in un altro dei luoghi di riferimento della comunità italiana: la spartana pizzeria Amore Divino, gestita da un’affabile napoletano, nella Avenida Miguel Ángel De Quevedo, nel quartiere, a sud della città, di Coyoacán. Il quartiere è una delle case base di punta degli emigranti nostrani, vuoi perché è presente lo storico Istituto Italiano in via Francisco Sosa, meravigliosa villa coloniale e refugium peccatorum di molti esuli che arrivano qui e si mettono anche solo per puro caso a fare i docenti di italiano. Vuoi anche per la relativa tranquillità con cui vi si vive, a Coyoacán, che ricorda in grande qualche isola felice e lussuriosa di palme e giardini in provincia che ancora sopravvive alla guerra civile tra narcos, esercito e autodefensas (cittadini che imbracciano le armi per difendersi dal fuoco incrociato dei primi due), oppure resistente ad un altro nemico assai feroce: la povertà estrema ed endemica di certe zone, spesso montagnose, acciottolate, usurate dall’ingiustizia.

I mimetizzati del Chiapas e i tradizionalisti dell’Inter

Con Diego Barboni, ordinata una focaccia che, arrivata, inspiegabilmente reca una grande spalmata di burro e aglio sopra, è da subito mia intenzione allargare l’obiettivo, e parlare di cinema: uno spazio al buio dove idealmente le facce degli italiani e quelle dei messicani si confondono nella smerigliatura dei riflessi dei film. E se i film sono italiani, un luogo dove si scontrano speranze e pregiudizi del pubblico variegato: le speranze degli italiani residenti di vedere certe migliorie e respiri nelle scene proiettate dall’Italia contemporanea – spesso disilluse – e i pregiudizi dei messicani, sognanti un’Italia che fu, del Boom, svelta, goduta e stereotipata, da commedia all’italiana viaggiata in Vespa o con la faccia immersa in un piatto vivace di spaghetti al pomodoro fumante (situazione ben diversa dall’attuale, da landa atrofizzata, nelle parole del mio precedente intervistato.) Fuori dalla sala oscura, il Messico risulta però il vero mondo svelto, di speranze e di sorprese inattese per i miei intervistati, dove magari non si vince proprio alla lotteria, ma spesso si è cercati dal lavoro più che essere disperatamente alla ricerca: è successo anche a Diego, un altro dei “folgorati” dal Messico, acchiappato dallo spirito sciamanico di questa nazione, piuttosto che arrivato con un trasferimento progettato. “Sono atterrato qui oramai quasi dieci anni fa, da turista, aperto però a scovare qualche opportunità. Al terzo giorno, ho trovato lavoro, per puro caso, in un liceo privato. Un’amica mi segnala che cercano. Venerdì mi fanno il colloquio, lunedì inizio a lavorare. Per questo sono rimasto!” e aggiunge, sorridendo, che in Italia, nel quartiere periferico di Roma da dove proviene, era “uno studente perennemente senza un soldo, sempre in bolletta”. Vado avanti nello scandaglio, vedendomi davanti i tanti amici di Diego che sicuramente, altrettanto squattrinati, hanno intrapreso il sentiero dell’emigrazione: “E gli italiani qui che hai incontrato? Come sono?”, gli chiedo. “Ho conosciuto vari tipi di italiani”, mi risponde, subito nell’intento di creare una sorta di classificazione per me utile. “Quelli che vengono per sparire, per mimetizzarsi. E quelli che potremmo dire i tradizionalisti, che hanno molta nostalgia di casa, che si ritrovano fra di loro. A dire il vero quasi tutti gli italiani qui hanno nostalgia”, conclude senza far trasparire però melancolia.

Mescoliamo così le nostre esperienze e idee: la categoria del mimetizzato spesso coincide con chi se ne va a fare volontariato, cooperazione, in Chiapas, o nel Nord, sulle montagne, con chi si sveste completamente dell’italianità alla ricerca di un Messico autentico, frugale, semplice e generoso da aiutare – non necessariamente con chi si perde nel deserto allucinato alla ricerca del proprio animale guida. La categoria del tradizionalista è quella di chi la domenica si mette su la propria maglia dell’Inter, del Milan, della Juve e, forzando la realtà, si ritrova a vedere le partite della Serie A sul satellite, magari alle 8 della domenica, cappuccio e cornetto, come in una mattina italiana acciuffata in ritardo. In Messico la categoria lavorativa di italiani forse più frequente è poi non tanto quella dei ristoratori quanto quella dei professori d’italiano, che arrivano con un buon bagaglio di cultura ma spesso pochissima esperienza di docenza, e si trasformano in ambasciatori di usi e costumi, non solo grammaticali, del Bel Paese, coadiuvati da un Qui Italia o un Espresso o un Italiano, Pronti Via!.

Ci sono però ovviamente anche italiani più silenziosi: sono gli imprenditori, venuti per fare affari, agevolati dai frequenti accordi governativi. Ritroverò nelle parole dei miei intervistati qualche disappunto verso alcuni di questi imprenditori: la percezione è che si facciano affari sulla pelle dei messicani, che si applichi un imperialismo colonialista a discapito delle popolazioni abbindolate, o costrette dalla promessa di un benefattore italiano. Il silenzio di quest’ultimi assume un tocco di malizia, di furberia etnocentrica. Basterebbe andare a ricercare gli stipendi da fame dei camerieri di certi hotel e ristoranti italiani del Pacifico o del Mar Caraibico… Ti risponderebbero però, loro gli imprenditori italiani, che si adeguano agli standard del posto, dove un operaio specializzato guadagna ad andar bene 400 euro. Cosa dovrebbero fare? Proporre gli stipendi degli italiani? Rivendicare l’aumento dei salari, del costo del lavoro? La questione si fa spinosa, ma anche ci riguarda: per Diego è quasi inevitabile “essere visti come europei e quindi in qualche modo far parte di una sorta di classe sociale più privilegiata”, in un gioco di sguardi prospettico promosso dai messicani stessi, “e che lavorando spesso nell’ambito culturale si enfatizza.” Ancora distorsioni del Messico: lavorare nell’ambito culturale è un privilegio, una merce vantaggiosa di scambio. Se sei italiano, poi, sei operatore culturale tuo malgrado, un libro ambulante, uno scrigno di prelibatezze e fama gloriosa ab urbe condita.

Elio Germano e Los olvidados

“Parlami ora del tuo lavoro di esperto di cinema italiano”, stringo di più l’inquadratura, “cosa noti nei messicani che vengono al tuo cineforum? So ad esempio che tu non proponi di certo classici, ma spesso film indipendenti, o di giovani registi sconosciuti qui. Le loro reazioni?”. Per inciso, bisogna dire che Diego, e lo uso a biglietto da visita della sua competenza, mi consigliò ad esempio una volta uno dei miei registi preferiti, Michelangelo Frammartino. Il suo meraviglioso Le quattro volte fu un gran consiglio di quest’italiano che parla spagnolo con un accento che pare quasi cubano (sorprese alchemiche del romanesco che si mescola con un’altra lingua). Ma Frammartino non è certo il genere di regista che i messicani si aspettano ad un cineforum: “mi interessa lasciarmi alle spalle gli stereotipi del cinema italiano: la commedia all’italiana, i grandi classici, i registi famosi in tutto il mondo, La dolce vita…”, chiarisce Diego, “e non è sempre facile”. “Mi piace stupire chi viene al cineforum”, continua, “con grandi capolavori ma eterodossi come ad esempio Profondo rosso, che all’inizio lasciò perplesso qualcuno del pubblico e poi, a fine visione, ottenne larghissimo consenso e entusiasmo”. Che l’horror italiano sia un genere ancora poco digeribile all’estero, è chiaro: l’Italia non è certo una tetra location sanguinolenta, nella testa degli stranieri che hanno bisogno di essere compiaciuti nel loro escapismo (all’italiana). Ma è questo riferimento all’orrore che mi richiama alla mente in realtà l’altro orrore, l’orrore messicano. Dario Argento avrebbe forse potuto girare quella scena che mi ha tormentato per giorni: la faccia scarnificata di uno studente che esattamente un anno fa durante gli scontri notori tra studenti e polizia nello stato di Guerrero, venne ridotto ad uno scheletro squillante di muscoli facciali e sangue rappreso in bella vista.

Come sarà, di contro, l’orrore italiano? Ci mancherà pure il sangue come ultimo principio vitale? Un’eterna morte per avvelenamento, per asfissia? Corpi maciullati dal peso di una colonna augustea, teste stritolate dalla precarietà, un gran film di paranoia e ossessione personale, sarebbe? Meglio chiedere all’esperto: “Se fossi un cineasta, raccontami come sarebbe il tuo ideale film sull’Italia e sul Messico. O meglio: che tipo di film sarebbe l’Italia? Che tipo il Messico?” La risposta è stentorea: “L’Italia mi pare sempre più una commedia senza battute. Senza troppe risate. Di stile realistico, che tratta i problemi dei trentenni italiani. Il Messico…”, e qui quel realismo che Diego pare prediligere si riflette anche nel suo sguardo obiettivo ma sincero sul paese che ha scelto come casa, “il Messico è una tragedia senza battute. Anche se potremmo citare El Infierno di Luis Estrada, un film del 2010 che propone uno sguardo grottesco che ride degli orrori del narcotraffico”. Continua poi a parlare, e all’improvviso appare dal nulla Elio Germano. L’Elio Germano del film La nostra vita di Daniele Luchetti, uscito sempre nel 2010 al di là dell’Oceano. Diego mi confessa che il film non è in realtà un grandissimo film, ma che lo sceglierebbe a rappresentare l’Italia di oggi nei suoi difetti, ossessioni, cancrene: “il regista ha scelto di ambientare il film in questo edificio, costruito da immigrati che lavorano al nero, un luogo in eterna costruzione. Mi ricorda non solo lo stato attuale dell’Italia, ma anche l’edificio de Los olvidados di Buñuel, che staglia dietro la scena del crimine”.

Arriva quindi un autentico espresso Lavazza, e chiediamo il conto. “Come è il tuo Io messicano rispetto all’italiano? E, domanda terribile: come descriveresti la tua felicità?” gli chiedo, e ritornano le discrepanze tra un nuovo Eldorado e una terra desolata mediterranea: “Il Diego di Roma era uno studente squattrinato. Il Diego del DF può tornare a Roma spesso in viaggio, perché ha i soldi per permetterselo. La felicità qui è questo: fare qualcosa che mi piace ed essere apprezzato.” Un punto che ritorna è questa sensazione che la Madre Patria ti abbia sbeffeggiato per lungo tempo, che le qualità e il valore personale non siano apprezzati. A volte scoppia il vero e proprio odio, lo riconosce il mio intervistato, a fronte di questo rifiuto costante, ma questa insormontabile distanza di 10.000 km forse serve a qualcosa: “quando vivevo in Italia”, confessa Diego, “non amavo l’Italia, non amavo il cinema, la musica, la cultura italiana, niente in pratica che fosse un prodotto culturale italiano”, con una marcata sottolineatura esterofila. “Ora ho molta nostalgia e mi interesso di più di quello che si produce in Italia. Da lontano risulta più facile apprezzare. Ed esiste, lo posso dire, anche una mia felicità italiana: è qualcosa di familiare, la prossimità dei miei cari, e la vivo dalla lontananza”. Una formula terribile, quella di Diego, che potrebbe essere estesa: per vedere bene qualcosa, bisogna distanziarcene. Per vedere bene il proprio paese, sentirne il bisogno, viverlo, bisogna andarsene. Troveremo mai, noi italiani, la formula inversa, il segreto di un’approssimazione felice alle nostre cose quotidiane? Una nuova chiave comune dello stare a casa? L’interruttore che ci faccia uscire da una camera oscura poco gratificante?                                                             (2 – continua)

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