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Il dossier della felicità

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(foto di Sergio Lipari)

di Alessandro Raveggi

Questo testo nasce da una residenza artistica tenuta dall’autore a Città del Messico, dal 3 agosto al 3 settembre 2015, grazie a borsa d’eccellenza del Governo messicano tramite la Secretaria de Relaciones Exteriores. La residenza si basa su una ricerca sul concetto di felicità degli italiani che vivono in Messico, svolta attraverso interviste, sopralluoghi, fotografie, e due dibattiti pubblici in due dei principali centri culturali della città: la Casa Refugio Citlaltépetl e il Museo del Chopo. La ricerca confluirà in un romanzo ambientato in Messico. Il metodo utilizzato è mutuato dall’arte pubblica e documentaristica. Questa pagina è dedicata al progetto

Prima parte: Due sciamani italo-messicani

La stanza in Obrero Mundial 165

La mia stanza del teletrasporto: se dovessi sceglierla un giorno a Città del Messico, di stanza che mi permetta di accedere da italiano alla realtà messicana, ne sceglierei una bizzarra, dal dubbio gusto, un misto di color caramello anni cinquanta e un certo tocco di chincaglieria locale. È la camera da letto della casa di Carlo Coccioli nella via Obrero Mundial 165, fino a pochi anni sorvegliata a Museo dal figlio adottivo Javier, ed oggi non so. Quella stanza, che non necessariamente mi è mai piaciuta, mi ha sempre però dato l’impressione d’una terra di mezzo, un porto franco, tra la Firenze dello Sdrucciolo Pitti, dove l’autore ha tenuto per decenni un piccolo appartamento, e il clangore della metropoli messicana: che accolse, inglobò, esalto e poi persino ripudiò lo scrittore auto-esiliato, l’eretico, l’incompleto, il geniale, il pacchiano, l’omosessuale animalista, il santone toscano sincretico Coccioli. I suoi ritagli di giornale della cronaca fiorentina de La Nazione, i molteplici quadretti, ex-voto, vasi e ammennicoli alcuni dei quali doni dei politici messicani degli anni ’60 che cercavano di ingraziarsi l’intellettuale straniero che andava di moda all’epoca. Poi una teca piena di propri libri, e ancora idoli, statuette, croci, altari di molteplici culture e religioni, al limite del kitsch: un kitsch rassettato però come dalla mano di una nonna toscana, con centrini e drappi, come trovi certe case in affitto per studenti fuorisede.

Sono qui, già teletrasportato, ad iniziare la mia ricerca: sto scrivendo una storia che parte dal Distrito Federal, un Messico urbano, iper-culturale, labirintico, pieno di poeti falliti, ma allo stesso tempo con una sua inveterata autenticità. Questo è certo: ho una certa insofferenza per l’indigenismo, il romanzo storico messicano scritto da stranieri e peggio da europei, l’esotismo spacciato per libertà naïf, con il quale si presenta spesso questa nazione: il Messico campesino, valoroso, erto contro il fato come i propri cactus, disperato, stracciato, gabbato. Ho scelto di partire dalla mia esperienza personale, che è stata estremamente urbana e basata sulle avventure di carta, per trasfigurarla: sarà una storia di italiani, o meglio di un italiano, un giovane studente, un fanatico di José Emilio Pacheco, che arriva alla Universidad Nacional Autónoma de México, in quel campus che è una città nella città, una comunità gitana, un centro di studi e d’arte contemporanea avanzatissimo, un festival continuo, dove ho passato buona parte delle mie mattinate, sui libri, sull’erba, nelle caffetterie. Il protagonista della mia idea di storia è così uno studente bolognese quadrato, che arriva qui in una sorta di Erasmus – qui si chiama intercambio – e trova il finimondo e la squadratura: l’erotismo, la lotta, il labirinto, la voracità, lo strappo, e gli abbagli di questo luogo (e forse la sparizione forzata).

Per scrivere questa storia, sono qui nel DF ad indagare la felicità degli italiani in Messico, per provocarli su questo tema. Per comprendere il perché di una comunità italiana così ben arroccata: il perché si immedesimano, si mimetizzano, si arrabbiano e poi si rinnamorano di queste terre oggi funestatissime. La stanza da letto di Coccioli mi aiuta: in quel suo misto di raffinatezza intellettuale e sciocchezza infantile, di artificio e scioltezza di spirito, di concetto teologico e spigliatezza hare krishna. Gli italiani guardano la realtà con gli occhi di mediatori culturali e con il cuore dei più autentici residenti, più messicani dei messicani, dice ironicamente qualcuno. Un occhio che sente e un cuore che guarda, con devozione e rispetto, appassionato, ma mai vorace, come l’obiettivo della fotografa Tina Modotti, una delle figure più suggestive dell’italianità messicana.

Ho scelto, tra una ridda di opzioni, di fare tre interviste: ad un alpinista, ad una marionettista, ad un esperto di cinema. Tre custodi di tre spazi alternativi, tre prospettive inedite: l’alta montagna dei vulcani e la sua natura sterminata, la piazza e il teatro (dell’infanzia, spesso deturpata, di queste terre), il cinema, la sua camera oscura di desideri e delusioni, uno spazio neutro, sperimentale. Tre spazi che tireranno fuori tre fantasmi inaspettati: Marco Aurelio, Pulcinella e Elio Germano – lo vedremo. Cosa farò con i tre protagonisti della mia ricerca? Raccoglierò aneddoti, informazioni, aggettivi, parlate, sensazioni (attorno alla loro felicità), mozziconi di dialoghi. Li incontrerò in luoghi che loro sceglieranno per frequentazione e vocazione, mi metterò ad ascoltarli e a prendere appunti. Il loro vissuto mi servirà da ponte tra la cronaca e la biografia e la finzione, un loro gesto accompagnato da una parola, il ricordo vivido di uno scenario, un’affermazione anche fuori luogo serviranno da accesso ad una dimensione narrativa dove potranno (o meno) essere inclusi come personaggi, o meglio tratti e scenari d’invenzione.

L’alpinista sopra il vulcano

Franco Grasso, l’alpinista (ma non solo, ci terrà a precisare), l’incontro ad un ristorante di cucina fusion tra l’italiano e il messicano, il Non Solo del viale Alvaro Obregon de la Colonia Roma, patria degli hipster vestiti American Apparel, dei parrucchieri con i capelli sparati e dei ristoranti più stravaganti – dove troviamo tra l’altro la famosa Plaza Rio de Janeiro con la nera riproduzione del David. La stravaganza romeña, però, non è di casa al Non Solo: ordiniamo sei bruschette, per iniziare, tutto sommato mediocremente buone. Franco è accompagnato dalla propria ragazza, la quale, mentre lo intervisto, si distrae giustamente col cellulare. Dietro di noi si riunisce una comitiva di giovani e meno giovani, due di loro parlano del loro matrimonio, la sposa messicana, lo sposo francese, le facce entusiaste dei loro amici francofoni, sicuro sono gli invitati al matrimonio, di fronte all’iniezione vitale messicana – che sulle loro facce slavate dona lo spiritato dei postumi di una giornata d’insolazione al mare.

La prima domanda, che farò anche agli altri due intervistati, vuole indagare i loro primi passi, la reazione ad un mondo nuovo, dove però schizzano sovente qua e là elementi “piratati” – il termine è di Franco stesso – della cultura italiana: ovunque ristoranti dai nomi di pietanza storpiati, vuoti riferimenti al design, alla moda, alle calzature, al Made in Italy tanto amato quanto brutalmente espropriato e contraffatto come contenitore vuoto e fronzolo linguistico. Una pirateria che fa da contraltare a certi dettagli quasi invisibili della città: l’architetto del Palazzo di Belle Arti, icona della cultura del DF, era italiano; il bronzo dell’elegante edificio delle Poste Messicane è stato forgiato molti anni orsono alle Fonderie Pignone, e tanti altri esempi di meccaniche italiane impercettibili che mi rammenta l’autore delle foto che accompagnano la mia ricerca, Sergio Lipari.

“Come è stato il tuo primo giorno a Città del Messico? Ricordi qualche particolare?”, chiedo a Franco. E incalzandolo domando pure: “E come erano, come sono gli italiani che hai conosciuto qui? Esistono delle categorie? Cosa ti piace di loro e cosa abborri?”. Lui ha bisogno subito di precisare una personale ferocia e disillusione per l’Italia, il paese notorio delle disopportunità, della depressione sociale e in eterna metastasi, quando invece il Messico pare “riconoscere il valore del tuo lavoro, lo promuove”. Ma la sua visione non è del tutto grigia: mi racconta di aver incontrato i primi giorni una ragazza, una viaggiatrice, un’italiana-peruviana, che secondo lui rappresentava una parte dello spirito nostrano da conservare: la sua capacità di adattarsi in viaggio, la capacità, dice, di “buttarsi a capofitto in una nuova piscina, in una nuova esperienza” senza lamentarsi troppo. Un’attitudine, mi fa capire, che sente vicina. Di contrasto, mi racconta di aver conosciuto nello stesso appartamento un giovane ventenne, che aveva molta difficoltà ad adattarsi, un prototipo del mammone esportato, potrei dire, appeso alla gonna della Madre Patria, geloso collezionista compulsivo di gastronomici prodotti italiani introvabili, incurante d’amalgamarsi alla realtà locale.

La frontiera verticale e la folgorazione

Una poesia antica mi riserva invece Franco alla mia seconda domanda (“Come pensi che il tuo lavoro possa incidere nella comunità messicana? Cosa senti di lasciare ai messicani?”). Mi racconta prima di tutto della sua inestirpabile passione e professione d’alpinista – Franco ha fondato una oggi riconosciutissima scuola nazionale d’alpinismo, ItalianTrek, che dà abilitazioni a guida, offre escursioni e corsi per le sottavalutatissime ma meravigliose montagne del Messico. E in questa sua montagna – la parola suona in bocca come un credo da venerare – che scopre un magico universalismo: “l’alpinismo insegna prima di tutto l’amicizia, l’auto-sopravvivenza ma anche lo stare assieme”, mi dice veramente appassionato. E cita Marco Aurelio: “Vivi come sulla cima di una montagna: perché non c’è nessuna differenza tra vivere là o qua, se si vive ovunque nell’universo come in una città”. M’invita poi a ricordare che i sentieri di montagna che lui percorre fino ad arrivare alle cime innevate e ghiacciate dei vulcani come l’Iztaccíhuatl, sono gli stessi che percorrevano gli antichi aztechi della valle centrale del Messico, per approvvigionarsi forse del ghiaccio, di radici, di erbe. La montagna messicana per il mio primo intervistato è una magica “frontiera verticale” che tutti universalmente possono vivere, non importa se italiani, messicani, americani, europei… Non posso fare a meno di immaginare il magnetismo di quei luoghi d’altura disabitati. Ed è Altura una delle tre parole che Franco sceglie, per la mia domanda più ostica e provocatoria: “Cerca di definire la tua felicità messicana: con parole, aggettivi, colori, frasi…”. La felicità messicana per Franco si vede dall’alto, percorrendo cammini antichi che divengono propri. Le altre parole di Franco me le aspetto: sono Futuro e Cambiamento, il movimento che lui non sente di trovare nella paralisi italiana. Ed infatti, alla mia domanda “E tre parole per definire l’apparente tristezza italiana di oggi?”, torniamo alle tinte fosche: “Staticità, declino, passato. La staticità della politica. Il declino morale e sociale. E il passato: una catena dalla quale mi sono liberato. Anche se mi sento molto vicino ai giovani italiani che soffrono e senza piangersi addosso se ne vanno come ho fatto io.” Continuo con l’esperimento del punzonarlo: “Come è il Franco Messicano e come si differenzia dal Franco Italiano?” E lui mi sorprende ancora: “Il Franco Messicano è uno che lavora dalle 7 di mattina alle 11 di notte, e che quando va per strada sta attento ai molteplici pericoli di questo Paese. Il Franco Italiano è uno che quando finisce di lavorare va al bar con gli amici”. Una dicotomia che spiazza davvero: l’alternativa tra una vita audace e una vita sicura, una vita in pericolo e una vita, forse, noiosa, atrofizzata. Pare una dicotomia affrontata da molti italiani residenti, a volte con liberata spensieratezza.

Prima di chiedere il conto e separarci all’angolo di una gelida nottata agostana al DF, parliamo ancora e conversiamo accompagnati da una pizza solo lontanamente nostrana. E Franco sente il bisogno di raccontare al registratore un breve aneddoto. Mi parla dell’esperienza d’alta quota con i fulmini. Dice che sono una minaccia veramente reale, che lassù in montagna non è impossibile, benché poco probabile, essere folgorati: “e se ti folgora un fulmine, eh, e lo puoi raccontare, in Messico ti fanno subito sciamano!”, aggiunge ridacchiando. Penso a questa immagine, penso che la folgorazione possa essere una di quelle esperienze che puoi avere con questi luoghi: anche Carlo Coccioli era un folgorato d’altronde, e divenne uno sciamano che curava i propri dolori con affabulazioni crude e dolcissime, al limite del ridicolo. Anche Franco a suo modo è uno che del Messico ha fatto una ragione di folgorazione: esplosivo con l’Italia, col Messico sa riconoscere i pregi e le spinte, ma anche i difetti più mostruosi. È un pendolo che oscilla molto, tra chi si libera e chi si protegge. Dopo l’impatto del fulmine, lo può ancora raccontare con lucidità, di aver scelto la strada migliore, la frontiera universale verticale affrontata con una condizione fisica euforica e capace di resistere la vertigine, dove la nostalgia di una certa Italia è più flebile. Mi ricorda una pagina di Coccioli da Rapato a zero, che confessa: “il mio estro si unisce al surrealismo insito nel Messico per comporre un cocktail che a me toglie perfino i dolori reumatici. Spero che li tolga anche a voi, se ce li avete”.

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