Il fascino discreto dell’underground

di Matteo Galiazzo e Fabrizio Venerandi

2680314984_9744fac202Ho letto questa intervista a Moresco dove dice in soldoni che ogni scrittore underground deve tenere alla propria identità, non entrare nei meccanismi commerciali della grande editoria, anzi non cercare la grande editoria ma semmai sarà la grande editoria a cercare lui, e che deve rafforzare la propria autostima anche se farà underground per tutta la sua vita, perché, dice, c’è chi pensa che non essere visibili sia non esistere, mentre non essere visibili si è vivi lo stesso. Tutta l’intervista sembra ai miei occhi una specie di generosa consolatio a beneficio di tutti gli scrittori che fanno le riviste per cinquanta persone e che in pratica non se li fila nessuno: un invito a tenere duro, a fare il proprio cammino di sconvolgimento del mercato editoriale. E nello stesso tempo una strana difesa, come se Moresco a pubblicare con Mondadori o Feltrinelli avesse fatto qualcosa di male.

Ora, che io esista anche se non mi pubblica Einaudi me ne ero accorto e anche il fisco purtroppo. La grossa verità, che mi pare Moresco non dica, è che essere visibili nel mondo editoriale non è che sia questa grande eccitazione. Anche lui forse si aspettava che una volta pubblicato da Feltrinelli qualcosa cambiasse, qualcosa di grosso, e invece poi le cose che cambiano ci sono, magari dentro, ma non sono delle cose così importanti viste in prospettiva, rispetto ad altre della vita di una persona voglio dire.
Fare underground poi è un po’ l’equivalente colto di quelli che fanno gioco di ruolo, o il sudoku, gente che si vede in combriccole, di solito in strette librerie.
Se parliamo di vita, di felicità, Moresco parla della sua vita, della soddisfazione della sua vita, ecco non credo che la letteratura sia una cosa così rilevante nella felicità di una persona. Mio figlio in quattro anni di vita mi ha dato più emozioni di quelle che mi ha dato «fare letteratura underground» in venti.
«Fare underground» significa in effetti scrivere non pagati, spendere centinaia di euro per andare a leggere cinque minuti in qualche libreria del centritalia, aspettare di salire sul palco per leggere ad altri scrittori che a loro volta sono lì sotto ad aspettare il loro turno: fare underground significa spesso essere ritenuti mediocri e stare con gente che tu ritieni mediocre: una specie di psicoterapia di gruppo. Quello che ti salva è che talvolta, non molto spesso, alla fine ci esce una pizza in cui si può parlare male di quelli che si sono venduti al cattivo mercato editoriale.

Nonostante il mercato editoriale gestisca un media marginale, per un giovane scrittore che fa underground, il mercato editoriale significa avere un primo chiaro banco di prova di quello che si va a scrivere. Significa spesso avere per la prima volta una persona che prende il tuo manoscritto e ti dice di no e te lo riempie di segni blu e rossi come alle elementari e ti dice, qua hai sbagliato. Questa roba è illeggibile. Devi riscrivere questo capitolo. Ragazzino, se vuoi che io spenda dei soldi per promuoverti, stamparti, distribuirti, devi darmi un prodotto che sia meno raffazzonato.
Se questa cosa è brutta, e Moresco sembra far capire che è brutta, perché spedire i manoscritti a Mondadori? Perché spedirli a Feltrinelli e agli altri cattivi editori? Perché poi cercare di difendersi quando si è pubblicati da un grande editore? Perché non limitarsi a fare del sano underground per tutta la vita, tanto se non si è visibili si è vivi lo stesso, no?
La verità è che questa cosa non è brutta, significa fare scrittura, e che invece fare underground, detto fra i denti, significa forgiarsi il carattere e poco più. È una buona cosa, ma uno si forgia il carattere perché prima o poi pensa di usarlo. A me non interessa essere pubblicato da un grande editore solo se non credo di essere in grado di avere un prodotto per un grande editore che sia degno di lui e di me, nello stesso tempo. Se invece io ho tra le mani qualcosa che mi fa godere, qualcosa che ho scritto io e che mi fa godere, e che vedo che farebbe godere anche la gente che lo va a leggere, allora l’editore lo vado a cercare; cerco di fargli capire che quello che ho tra le mani fa godere e farebbe godere e vendere. Perché è un prodotto. Altrimenti continuo a fare underground.
E mi lascia anche perplesso questa cosa che le grandi case editrici dovrebbero investire pubblicando testi di avanguardia o sperimentali. Una sorta di obbligo alla pubblicazione dell’avanguardia dovuto dall’editoria di massa. Come se il lettore di massa leggesse avanguardia, come se leggere avanguardia fosse una cosa più nobile che leggere la letteratura da intrattenimento.
Poi, parliamoci chiaro: io credo che Moresco faccia anche lui un prodotto da intrattenimento. I suoi Canti del caos altro non sono che un intrattenimento destinato ad un gruppo di addetti ai lavori.
O se no dovrebbe spiegarci in cosa consiste il non-intrattenimento. Qualcosa che modifica i suoi lettori? Che li rende migliori? Cittadini più degni?

(da una conversazione su Skype)

Commenti
7 Commenti a “Il fascino discreto dell’underground”
  1. Giacomo Giubilini scrive:

    Queste considerazioni comprensibili di Moresco hanno radici e automatismi antichi, radici inaridite e sclerotiche, che propongono sempre un’utopistica catarsi e un riscatto del letterato da scongiuri e gesti apotropaici: la catarsi nel dolore, nell’emarginazione dell’incompreso. Solo così, sembra di capire, il letterato ritrova la sua purezza, magari condita e contrita da un solido pauperismo (i poveri che puri !) e da un’ altrettanto evidente e vera vita agra che non si augurerebbe a nessuno ma che ci tocca in quanto scrittori. Insomma misconosciuti da tutti ma letterati e amici di letterati (quindi anche annoiati a morte da gente noiosissima), illuminati dal privilegio degli incompresi, forgiati dalla forza della propria unicità. E proprio perché unici, altri ed alieni da questo mondo corrotto e corruttore, siamo ormai totalmente incapaci di raccontarlo, di descriverlo. Ma, come compenso, possiamo sperare in anni di underground per essere riscoperti postumi e, dalla fossa, gioire di tanto sublime riconoscimento.Amen. Meglio soffrire tutti insieme e scambiarci vicendevolmente i cilici.

  2. Pippo Balè scrive:

    Leggere l’articolo di moresco è stato rincuorante, perchè spesso si ha l’idea che o conquisti l’america a trrent’anni o rimani in provincia a guardarti le unghie. Invece moresco si è fatto conoscere tardi. Comunque, personalmente, ho sempre pensato che chi scrive per passione continua a scrivere con o senza editore, è un’impellenza, un qualcosa da fare se rimangono le energie e il tempo durante le giornate. Se poi rimane addirittura qualcuno, qualche buon amico a leggere quel che hai scritto, un po’ di soddisfazione c’è.
    Quel che è certo è che dal punto di vista delle emozioni sì, aspetto di fare un figlio!

  3. sergiogarufi scrive:

    Boh. Non ho capito un po’ di cose. Nell’intervista a Moresco, che sembra più un suo monologo, c’è la consueta divisione tra puri e venduti e l’ennesima denuncia sul fatto che sia stato pubblicato tardissimo, a 45 anni. E’ curioso, ma seguendolo da un po’ di anni mi sembra d’invecchiare più velocemente del solito. C’è quel Rubicone esistenziale, i “45 anni”, che vedevo avvicinarsi rapidamente e che ora ho superato senza aver ancora pubblicato uno straccio di racconto in un’antologia qualsiasi; per cui se mai succederà anch’io mi sentirò in diritto di denunciare la restaurazione che ha misconosciuto il mio talento cristallino. A volte Moresco mi sembra la Lega, con quel suo essere di lotta e di governo, bombarolo anarcoinsurrezionalista e carabiniere a cavallo. Dev’essere una moda lucrativa, anche i Wu Ming fanno lo stesso. Poi ho intravisto qualche contraddizione, tipo quando dice che all’inizio sognava la pubblicazione che gli desse visibilità e poi avverte sui pericoli di quel sogno di gloria. Ma forse sono io che sono vecchio, che sento come muffiti tutti quei “cazzo”; forse è colpa mia che non capisco il concetto di “fare underground” e la categoria estetica del “qualcosa che mi fa godere”, per tornare al post di Galiazzo e Venerandi.

  4. fabio viola scrive:

    ma questi discorsi non sono un po’ vecchi? mi sembra di essere tornato ai tempi dei blog letterari, nazione indiana, mozzi, lipperatura eccetera.
    comunque uno scrive per essere letto e per fare in modo che la propria visione letteraria del mondo faccia “godere” (santoddio) qualcun altro. è per questo che la scrittura televisiva ha assurto a dignità letteraria innalzando il proprio status: la gente la tv la guarda quindi tutti la vogliono scrivere. pure a me piacerebbe, ma non ci capisco una mazza.

  5. federico scrive:

    penso che si scriva per liberarsi e sperando di far godere qualche spirito affine. ma senza entrare nel merito mi limito a segnalare un’altra reazione alla stessa intervista di moresco che è apparsa qui: http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/10/03/scrittura-ed-eterno-presente/

  6. Marco Drago scrive:

    Io farò il democristiano e dirà che hanno ragione tanto Moresco quanto Galiazzo e Venerandi. Nel senso che le parole di Moresco, seppure automaticamente suscettibili di parodia e/o sberleffo e/o confutazione in quanto siamo in democrazia (ehm…), le parole di Moresco sono vere. Sono le stesse parole che ho detto in privato a molte persone che mi chiedevano come mai non scrivessi più. E sono le stesse parole che direbbe Galiazzo se fosse un tipo che parla delle sue cose invece di essere un tipo molto chiuso che si tiene tutto dentro. E le stesse cose che direbbe Venerandi se la sua costante distanza ironica figlia dell’avanguardia genovese di 45 anni fa non glielo impedisse.

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