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Il fascino pericoloso della meritocrazia

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di Leonardo Goi 

Vorrei incominciare da un presupposto ben preciso. Quando Mario Monti apparve sulla scena politica italiana avevo ventun anni, e da quattro studiavo e vivevo lontano da casa, in Regno Unito. Non sapevo bene chi fosse Monti, ignoravo i suoi legami con le grandi lobby e gruppi più o meno occulti che da lì a poco avrebbero fomentato le varie teorie di complotto, e non immaginavo quanto l’apparizione di un tecnocrate calato dall’alto in modalità deus-ex-machina rappresentasse un’altra sfida per la democrazia già moribonda del Paese.

Il fatto è che nel bel mezzo della tesi, agli sgoccioli della triennale, lontano da casa, l’idea di tecnocrazia sapeva di rivincita. L’immagine di Mario Monti sceso tra i banchi di Palazzo Chigi e Madama mi sembrava la trasposizione in chiave moderna della gara con l’arco tra Ulisse e i Proci. Mi aspettavo che cavasse le armi dalla ventiquattrore, che si chiudessero le porte dei Palazzi e iniziasse la carneficina.

Perché il nuovo governo, prima ancora di essere stato chiamato a riparare un’economia al collasso, ai miei occhi era l’incipit di un nuovo modello politico. Un’apertura, se non altro simbolica, verso un mondo in cui studiare potesse contare ancora qualcosa, e in cui la classe politica fosse raggiungibile sulla base delle competenze di ognuno. Erano professori, avevano studiato e insegnato, erano stati scelti per quello che sapevano fare. E avrebbero riportato la tecnica, intesa come insieme di conoscenze, di sapere e di fatiche accademiche, al centro di un mondo che per troppo tempo s’era dimostrato refrattario al merito.

Colpa mia, della mia miopia e entusiasmo post-adolescenziale. Il fallimento del governo Monti e dei suoi Ministri non fu un fallimento qualunque. Fu la sconfitta dei professori, coloro che avrebbero dovuto fungere da virus benigni in un sistema in putrefazione, dare il via a un riscatto basato sul merito. E con i quali, proprio su queste basi, la mia generazione poteva condividere molto di più di quanto non avesse fatto con i governi precedenti.

Non solo il governo Monti non aprì le porte a un mondo che ci era stato precluso. Ma proprio perché il suo fallimento fu inteso come una sconfitta di persone che prima di allora non avevano governato il Paese, il governo diede modo alla classe politica che l’aveva preceduto di rafforzare l’idea che per curare i mali dell’Italia non servissero né i professori né le loro ricette. A essere delegittimato agli occhi dell’opinione pubblica non fu solo l’esperienza del governo Monti, ma un modello politico alternativo, che prometteva, se non altro simbolicamente, di riportare la tecnica e il merito al centro della scena politica.

A più di un anno dalla sua caduta penso che l’esperienza del governo Monti non abbia smesso di influenzare i rapporti tra la mia generazione e la classe politica chiamata a rappresentarci. Perché uno dei tanti leitmotiv di cui oggi si nutre la classe dirigente è quello della meritocrazia,un concetto trasversale che ha saputo trovare d’accordo forze politiche opposte.

Non voglio criticare l’idea della meritocrazia in quanto tale. È giusto che la società e il mondo politico siano regolati dal merito e dalle competenze di ognuno. Ma provo un senso di frustrazione e di nausea quando l’idea di un governo-del-merito viene usata come semplice concetto astratto, come un paradigma sul quale convergano tante voci diverse, nessuna che abbia interesse a scandagliarne i fondamenti, a porre domande che anziché celebrarlo lo illuminino in tutti i suoi risvolti, anche quelli più pericolosi. Chi definisce il merito, e su quali basi? Quali sono le capacità richieste per aver accesso alla classe politica?

Ho l’impressione che queste domande interessino da vicino tanto la mia generazione quanto i politici chiamati a rappresentarci. Perché il fallimento dell’esperimento tecnocratico di Monti contribuì anche alla ribalta del Movimento Cinque Stelle, che agli inizi del suo percorso riuscì a trarre supporto dall’opinione pubblica candidando cittadini che non avessero competenze legate al mondo politico, rafforzando la convinzione che non esistessero capacità necessarie a guidare il Paese che non fossero già a disposizione di ognuno.

Quanto a noi studenti, penso che l’enfasi della politica sull’idea di meritocrazia sia una strategia tanto importante quanto pericolosa. Perché rischia di portare avanti un concetto che maschera il modo in cui le strutture che definiscono i depositari del merito siano esse stesse meccanismi troppo spesso non accessibili a tutti. In un momento storico in cui veniamo chiamati ad addossarci la responsabilità dei nostri fallimenti e successi a fronte di uno Stato sociale sempre più ristretto, parlare di governo-del-merito rischia di offuscare una realtà molto più complessa e dolorosa, dove il merito si basa sulle possibilità socio-economiche prima ancora che sulle competenze di ciascuno.

Non ha senso quindi che la classe politica oggi parli di meritocrazia, senza che alla sua celebrazione non segua un’autocritica alle modalità per cui quella stessa classe ha avuto accesso a un mondo altrimenti chiuso in se stesso. Certo sostenere che il governo-del-merito possa fondarsi solo sulle conoscenze accademiche sarebbe grossolano, e sbagliato. Esistono capacità che si acquisiscono al di fuori del mondo scolastico, tecniche che vanno al di là di quanto possa essere insegnato. Ma penso che la scuola sia in un certo senso il trampolino di lancio da cui conseguire i meriti successivi. Che possa contribuire a mettere ognuno nella condizione di poter affinare le proprie competenze a fronte di diseguaglianze sociali e economiche. E che la retorica del merito e il suo legame con la scuola siano rimasti, purtroppo, due discorsi slegati.

Meritocrazia è un concetto normativo travolgente: è una cosa giusta. Ma è anche un principio che esclude, o meglio, che mira a distinguere chi è competente da chi non lo è. Ripartire dalla scuola, da un dibattito che miri a capire quali siano le abilità richieste da un mercato e una società in perenne evoluzione, da uno sforzo che si preoccupi di porre tutti nella posizione di poter essere davvero responsabili dei propri successi, è il primo passo per un Paese più giusto. Ed è il miglior antidoto per arginare l’esodo generazionale di chi, finché ne avrà la possibilità, continuerà a cercare un futuro altrove.

Commenti
7 Commenti a “Il fascino pericoloso della meritocrazia”
  1. SoloUnaTraccia scrive:

    Capisco la giovane età: come allegato si porta un necessario numero di disullusioni (tutte fastidiose, tutte salutari).

    Però da qualche secolo gira un detto:

    “Chi sa, fa; chi non sa, insegna; chi non sa né fare né insegnare fa politica.”

    Tralasciando le questioni politiche per rimanere sul tecnico: il governo Monti è stato a suo modo, nel male, un pernicioso esempio di “meritocrazia”.
    Ha fallito per accumulo, esibizione, esondazione e cerficazione di una pressocchè totale, desolante, miserevole incompetenza.

    Io tifo per l’esodo. L’altra soluzione (stile israeliano) è impraticabile.

  2. Mikez scrive:

    C’è un vizio di fondo nel ragionamento: Monti non ha fallito.
    Ha invece raggiunto il suo obiettivo, che ovviamente non era né moralizzare il paese né abbassare il debito pubblico, bensì quello di rimettere a posto i conti dell’Italia con l’estero via disoccupazione (che comporta una diminuzione delle importazioni e un aumento delle esportazioni, visto che il lavoro costa meno), rinsaldando in questo modo anche il traballante sistema di Target2 e battendosene il belino del debito pubblico che infatti grazie a lui è schizzato al 135% sul pil.
    Lo ha detto, implicitamente, lo stesso Monti in questa intervista alla CNN nel 2012 (allego la trascrizione), in cui dice “Well, we are gaining a better position in terms of competitiveness because of the structural reforms. We’re actually destroying domestic demand through fiscal consolidation.”
    Per gli amanti della filologia da qualke parte in rete c’è una dotta discussione se la parola “destroying” nel lessico economico anglosassone voglia dire “distruggere” o semplicemente “ridurre”. Secondo me cambia poco, soprattutto ai fini della domanda interna. Ovvero dei nostri stipendi. Comunque, i giornalisti del TG1 all’epoca risolsero il dubbio filologico cassando la frase dal loro riassuntino e sottolineando invece l’anelito filantropico: l’Europa non può abbandonare la Grecia.
    Il perché lo spiegò sempre il loquace Monti in un’intervista
    ad Al Jazeera, di cui riporto il passo saliente:
    “Take the case of my country, Italy. Many central and northern europeans may perceive that Italy is, because of its sunshine, because of its lifestyle, a debtor country. Italy is not a debtor country, Italy has not owe a single euro to any rescue or restructuring fund of the EU. On the other hand, Italy is a very nordic country by that token, because we’re the third largest contributor not only to the EU budget as a all, but specifically the third largest contributor to the pledges and disbursement for Greece, actually, are we the third one or maybe aren’t we the first one? because in the case of Germany and France they got a lot of flaw back of benefits because by rescuing Greece of course they put in a safer place their banks, German and France banks, highly exposed with Greece, which was not the case for our banks, so on a net basis, we’re almost the arctic country, very northern country…” (per venire incontro alle nostre ridotte capacità mentali eccone la versione riassuntino della Neo-Pravda
    Tradotto, le banche tedesche e francesi stavano con le pezze al culo. Non che le cose siano cambiate, come perfino i segugi segugissimi de Linkiesta arrivano a scoprire con qualche anno di ritardo e quando ormai i disastri sono stati fatti: Francia e Germania, anelli deboli del sistema bancario.
    Poi uno si chiede perché i giornali chiudono.

  3. Mikez scrive:

    Quanto al resto dell’articolo, secondo me il problema della meritocrazia posto in questi termini è fuorviante, si limita a un falso dilemma morale, senza alcuna presa sulla realtà, e da cui si può uscire solo se si prende coscienza di quale sia la cornice ideologica entro cui il discorso sulla meritocrazia viene propagandato.
    Ovvero, la meritocrazia è solo un tassello del più generale discorso neo-liberale sul mito dell’impresa come unica forma sociale, ormai, di esistenza: lo Stato è un’impresa, la scuola/università è un’impresa, l’individuo è un’impresa, e quindi l’umwelt, l’ambiente in cui tutti dobbiamo “lottare” per la sopravvivenza è quello regolato dalla leggi naturali in cui prosperano, e falliscono, le imprese: la concorrenza, la competitività, il merito. Puah!
    Come sempre, la battaglia delle e sulle parole è una battaglia contro il mito.

    «In our book The Meritocracy Myth (Rowman & Littlefield, 2004), we challenge the validity of these commonly held assertions, by arguing that there is a gap between how people think the system works and how the system actually does work. We refer to this gap as “the meritocracy myth,” or the myth that the system distributes resources—especially wealth and income—according to the merit of individuals. We challenge this assertion in two ways. First, we suggest that while merit does indeed affect who ends up with what, the impact of merit on economic outcomes is vastly overestimated by the ideology of the American Dream. Second, we identify a variety of nonmerit factors that suppress, neutralize, or even negate the effects of merit and create barriers to individual mobility.»

    Per esempio, nonostante l’allure antica della parola, il termine è stato coniato appena nel 1958 dal sociologo Michael Young nel suo “The Rise of Meritocracy”, un saggio distopico in cui la parola possedeva peraltro una connotazione negativa perché su di essa si basava la nuova oligarchia.
    Tony Blair, il Renzi inglese, lo prese a testo di riferimento, salvo sollevare le ire dello stesso Young…

  4. SoloUnaTraccia scrive:

    Eviterei di offendere la Pravda che era un giornale serio, per quanto schierato 😉

  5. Leo scrive:

    Mi fa piacere che qualcuno abbia evidenziato la dimensione neo-liberale alla base dell’idea di meritocrazia. Concordo pienamente sul punto, ed era a questo che mi riferivo parlando del fascino “pericoloso” della retorica del merito. La seconda parte del pezzo voleva essere una critica fondata proprio su questo: il pericolo che nasce quando l’idea di meritocrazia non viene intesa all’interno della cornice neo-liberale su cui si fonda, e che porta l’individuo a diventare un imprenditore di se stesso (e quindi alla conclusione che l’idea del merito si applichi solo a chi alla fine dispone di risorse economiche e sociali per poter davvero sviluppare le abilità richieste dal mercato). Non penso quindi che parlare delle basi “normative” dell’idea di merito sia un modo fuorviante per affrontare la discussione: penso che sia proprio all’intersezione tra le due cose (da un lato l’idea del merito come una cosa giusta, dall’altro la sua dimensione neo-liberale) che si possa e si debba ripensare un concetto che, per come viene utilizzato, rischia di nascondere una realtà molto più complessa e pericolosa.

  6. Mikez scrive:

    Buongiorno Leonardo,
    la traiettoria pericolosa del concetto di meritocrazia fu già delineata da Young nel suo libro del ’58, che infatti aveva nel titolo le date 1870-2033 (quindi ci siamo quasi):
    “E’ un libro di fantasociologia, in cui, dopo aver all’inizio fatto l’elogio del termine contrapposto alle varie aristocrazie e gerontocrazie dominanti, mostra le assurdità di una società in cui ricchezza e potere vengono distribuiti sulla base dei risultati scolastici e ancor peggio dei quozienti di intelligenza. In particolare la scuola finirebbe per rendere la selezione sempre più precoce concentrando sui pochi le eccellenze educative, ed aumentando a dismisura la selezione e la dispersione di quanti non si adeguano agli standard di intelligenza dagli stessi “intelligenti” definiti.”
    Ho ripreso le parole di Andrea Ranieri dal sito Roars, su cui si possono leggere diversi contributi al riguardo.

    Secondo me finché si rimane nell’ambito del problema meritocratico, anche solo cercando di “pensarlo”, si rimane invischiati in questa ideologia. Si rimane sullo stesso piano del discorso che eventualmente si vorrebbe criticare, sia che la meritocracy la si ritenga giusta sia che la si ritenga sbagliata. Le coordinate sono sempre quelle, infatti ogni volta che ti avvicini al problema della formazione, della scuola, l’orizzonte che poni sono “le abilità richieste dal mercato.” L’orizzonte finale di senso è sempre il mercato. E’ questa barbarie che dovrebbe essere ripensata, e che invece rappresenta lo sfondo naturale, impensato, di ogni discorso pubblico.

  7. SoloUnaTraccia scrive:

    Risalendo ancora più a monte, al di là dei precisi riferimenti eziologici, “meritocrazia” è un’etichetta-contenitore come un’altra. Il cui senso-fine dipende da cosa si intende per “merito”.

    E quello che intendono gli spacciatori di tale etichetta, come direbbe un venditore di tappeti in spiaggia è “no buono”.

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