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Un’anticipazione del nuovo numero dello “Straniero”

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Il numero 162-163 di dicembre 2013 – gennaio 2014 dello “Straniero”, mensile diretto da Goffredo Fofi in libreria  in questi giorni ospita uno speciale dedicato al graphic novel, con una copertina disegnata da Paolo Bacilieri. All’interno si possono leggere gli interventi e le riflessioni sul lavoro del fumetto e le tavole inedite di Marco Corona, Manuele Fior, Roberto La Forgia, Giacomo Nanni, Ratigher, Davide Reviati, Alessandro Tota e Andrea Bruno. Inoltre un’intervista a Michelangelo Setola e Edo Chieregato e saggi e recensioni sulle opere di Zerocalcare, Gipi, Rutu Modan, David B., Sanna, Yoshihiro Tatsumi, Sammy Harkham, Jacovitti e Linus. Anticipiamo l’articolo di Nicola Villa sul fenomeno Zerocalcare.

Il fenomeno Zerocalcare

di Nicola Villa  

Il titolo di questo articolo è lo stesso di una commedia demenziale americana degli anni ottanta nella quale un gruppo di studenti sfigati, non per forza secchioni ma esperti in cose elettroniche e videogiochi, si prendeva una rivincita sulle confraternite più popolari di un college, quelle formate da studenti campioni di football e che hanno come iniziali le lettere del greco antico. Il film è stato rifatto in varie forme per tutti gli anni novanta e ancora oggi ci sono cartoni animati, come l’ultimo della Pixar, che richiamano quello schema narrativo. “La rivincita dei nerd” può essere anche il titolo del successo di Zerocalcare, un fenomeno che non ha pari nella storia del fumetto e dell’editoria nel nostro paese: come il gruppo di studenti sfigati del film, alla fine, riusciva ad avere la meglio nei confronti degli studenti buzzurri e palestrati, così un fumettista trentenne romano pubblicato da una piccola casa editrice milanese, la Bao Publishing, si contende le classifiche dei bestseller che sono da sempre terra di conquista dei grandi gruppi editoriali.

L’ascesa di Zerocalcare, alias di Michele Rech romano del 1983, e insieme quella della Bao, non può non suscitare simpatia: quando esordisce all’inizio del 2012, dopo più di 10 anni passati nei centri sociali romani a disegnare locandine e ad autoprodursi, con l’albo La profezia dell’armadillo. Colore 8-bit il segnale precoce è che il titolo raggiunge rapidamente il primo posto nella classifica di vendite di Amazon.it, a testimonianza che i giovani non vanno più a comprare in libreria ma cercano i prezzi più bassi sul web. Le vendite schizzano in alto, probabilmente superano le 50mila (oltre la quinta ristampa). Verso la fine del 2012 Zerocalcare dà alle stampe quello che può essere definito il suo primo graphic novel, Un polpo alla gola, un romanzo di formazione che diventa il bestseller underground del natale 2012 in barba ai soliti titoli e ai soliti nomi nell’annus horribilis per l’editoria italiana che sente l’onda lunga della crisi economica.

All’inizio di quest’anno il meglio del sito del fumettista, zerocalcare.it, che viene aggiornato con una breve storia una tantum ma sempre di lunedì (il giorno più sfigato e odiato della settimana), viene pubblicato nell’albo Ogni maledetto lunedì su due sempre dalla Bao ed è un successo annunciato perché le storie sul web sono state già dal novembre 2011 condivise sui social network da decine di migliaia di persone. Giornali e media tradizionali si sono già accorti di lui: fioccano interviste, una anche su “Rolling Stone”, recensioni, segnalazioni e aumentano le collaborazioni tra cui “Internazionale”. Nel settembre di quest’anno viene pubblicato Dodici, il secondo graphic novel ovviamente per la Bao, che appare anche nelle classifiche-scaffale delle librerie Feltrinelli e viene recensito da quasi tutti i giornali e riviste che si contendono le tavole in anteprima. All’ultimo Lucca Comics, di inizio novembre, il firma-copie di Zerocalcare è quello più ambito: sembra che ci siano state file di più di sei ore d’attesa, il che significa migliaia di persone, molte di più di quelle che in passato hanno accolto un ospite straniero come Art Spiegelman, per esempio.

Zerocalcare è, in poche parole a effetto, il primo fenomeno di cultura giovanile italiana degli anni dieci del nuovo millennio. Poco importa che sia molto romano e che il suo linguaggio sia uno slang giovanile romanesco post-dialettale, reso dominante proprio dalla televisione. Un fenomeno su cui è importante riflettere al di là della “rivincita” di vendite e di pubblico, perché rappresenta una fedele fotografia della pessima, terribile e deprimente condizione giovanile in cui i lettori si immedesimano totalmente. Il suo successo non è determinato dalla bravura tecnica e dall’originalità del tratto: in questo senso Zerocalcare non fa parte della nuova onda di narratori grafici italiani alla ricerca di un disegno distintivo che lavorano molto sulla tecnica, sulla trama e raggiungono anche un notevole successo internazionale (si pensi a Manuele Fior), ma è più un fumettista tradizionale all’italiana anche nel rapporto di filiazione col pubblico, che difficilmente si estenderà oltre confine.

Chi elogia il suo disegno mette l’accento sulle influenze straniere, soprattutto giapponesi, che gli amanti di fumetti  definiscono il suo tratto “mangoso”, ma pochi prendono in considerazione i precedenti del nostro fumetto. Zerocalcare è, a pensarci bene, un diretto figlio di Silvia Ziche e di Silver, forse in crescita, migliore di loro ma ancora molto grossolano e non ai livelli di Andrea Pazienza. In un certo senso i suoi personaggi sono un avanzamento di Lupo Alberto ma non così tanto da arrivare a Zanardi. Anche per quanto riguarda la trama, la costruzione di un plot, non si può parlare di originalità: i suoi libri più deboli sono proprio i più ambiziosi come Un polpo alla gola, un romanzo di formazione sul senso di colpa, e l’ultimo Dodici, un racconto di fantascienza del quotidiano in cui il quartiere di Rebibbia, periferia di residenza da dove viene il fumettista romano, viene invaso dagli zombie.

La profezia dell'armadillo - Thumb

L’elemento di originalità e di successo di Zerocalcare è tutto nei due albi più irregolari, La profezia dell’armadillo e Ogni maledetto lunedì, ed è rappresentato dall’invenzione delle molteplici coscienze del protagonista. La struttura delle storie che compongono questi libri è sempre uguale e ricorda un po’ il modello fisso dei Simpson, la ventennale serie a cartoni americana: una premessa A che apparentemente deve portare a una conseguenza B, si trasforma in una imprevedibile conseguenza R, S, T, Z perché il quotidiano sfugge completamente al nostro controllo, perché le regole della nostra post-modernità non hanno più logica. La sua abilità è saper raccontare questa quotidianità, quasi sempre storie che hanno luogo nel privato dell’appartamento e davanti al computer, con un’ironia che sembrava scomparsa, soppiantata da un cinismo generalizzato: Makkox, una sorta di fratello maggiore e scopritore, definisce Zerocalcare un natural, nell’introduzione a La profezia dell’armadillo, capace di volare con leggerezza senza neppure rendersene conto.

Nelle storie di Zerocalcare è rappresentata la quotidianità di un trentenne di oggi, disoccupato, cinico e abulico, che è messo alla prova e fallisce regolarmente affidandosi a una coscienza bislacca e comica. Una coscienza che assume, di volta in volta, l’aspetto di un personaggio rassicurante e nostalgico pescato da un retroterra di cultura pop. Zerocalcare è sostanzialmente un fenomeno postmoderno di riproposizione di una sottocultura pop giovanile formativa, quella rappresentata dalla televisione privata negli anni novanta, interiorizzata, metabolizzata e riproposta come elemento aggregante. Chi ama e si identifica nei suoi fumetti è cresciuto guardando tutti i film animati della Disney, guardando in tv gli statici cartoni animati giapponesi (le cosidette anime), giocando ore e ore ai videogiochi e comprando i manga in fumetteria. Chi ama e si identifica nei suoi fumetti ha una vita molto simile a quelle del suo protagonista, le stesse nevrosi e paranoie. Ne condivide anche le serie televisive che creano dipendenza, scaricate da internet e viste la notte nella solitudine della camera da letto in un appartamento di periferia del quale si riesce a pagare faticosamente l’affitto a fine mese. Chi ama e si identifica nei suoi fumetti, preferisce delegare alla propria responsabilità, non reagendo e affidandosi a un universo pop rassicurante e adolescenziale.

L’immagine-metafora più riuscita, che è come un sottotesto in Ogni maledetto lunedì, è quella di un naufragio (la società è la nave e i giovani sono in terza classe). I superstiti, tutti coetanei trentenni, sono ognuno singolarmente aggrappato a tavole di legno per non andare a fondo, tutti soli e contemporaneamente nelle stesse condizioni, non hanno altra alternativa che tenersi a galla, mentre alcuni riescono anche a costruirsi una zattera (un misero impiego alle Poste), qualcuno rimedia addirittura un motoscafo (i privilegi di classe sociale) e altri non ce la fanno più a reggersi e vanno a fondo “quasi sempre in silenzio o forse sei tu che sei troppo impegnato a stare a galla per accorgertene”. L’assenza di speranza per un presente che sta colando a picco è totale ed è notevole in proposito l’incipit di Dodici nel quale non c’è alcun stupore che “fuori” siano tutti “morti”. La società è già morta prima di esserlo davvero, già popolata di morti che camminano. Nonostante il pessimismo, Zerocalcare individua una reazione collettiva, una lucina in fondo al tunnel, nell’antagonismo giovanile. Ma questa risposta è una comoda e particolare forma di snobismo che afferma l’appartenenza a una tribù urbana, l’orgoglio di far parte di una minoranza che ha liberato piccole zone cittadine dalle regole dello Stato e dei privati, dove giocare al gioco del purismo e del massimalismo senza voler cambiare veramente ciò che è fuori, accontentandosi del laboratorio sociale permanente e ininfluente: il centro sociale come contenitore autoreferenziale di esperimenti e eventi giovanili.

Peraltro, al di là del male sociale, Zerocalcare tocca un pessimismo interiore più profondo, riuscendo a svelare una crepa esistenziale più grave della sua generazione. È il caso del trait d’union di La profezia dell’armadillo, il tentativo di elaborazione del lutto di un’amica d’infanzia. La visione che ne esce è anche peggiore di quella della nave-società, perché non solo non è possibile “superare” la scomparsa di un coetaneo, cioè capirne i motivi, ma è impossibile, ripensando alla vita insieme, all’amicizia, individuarne qualsiasi possibilità comunicativa: è talmente grave il livello di “imbozzolamento” nel proprio basso cinismo che la relazione è un’utopia. L’unica strada possibile è la sospensione temporanea delle proprie paure e narcisismi: la parte più bella del fumetto è proprio quando solo per una sera il protagonista Zerocalcare e la sua amica riescono a “lasciare fuori” dalla stanza le loro rispettive coscienze e a parlare per la prima volta in maniera aperta e sincera. È un momento di inconsueto pudore a cui il lettore non è ammesso, ma si vede l’armadillo (“Grillo parlante” prediletto e non a caso originale e non frammento di cultura pop) fuori dalla porta, seduto accanto un mostro scuro, enorme e silenzioso, rappresentazione della depressione dell’amica.

Zerocalcare ci parla di una condizione realistica e drammatica, una generazione esclusa dal mondo del lavoro, una generazione di vite-fotocopia quella dei nerd, nutriti a cultura pop e merendine, non dei natural, in fin dei conti, ma dei normal. Sui social non appena viene pubblicata una nuova storia tra i commenti che l’accompagnano il più diffuso è “geniale”; le recensioni che si leggono sono piene di “geniale”; anche Makkox nella già citata introduzione, una finta ammissione di invidia, gli attribuisce un bel “geniale”. Verrebbe da dire la genialità dei normali! L’impressione, infatti, è che non ci sia nulla di geniale, ma anzi che l’effetto del fenomeno Zerocalcare sia più quello di un riconoscimento generazionale e, immediatamente dopo, di una consolazione collettiva.

“Siamo tutti Zerocalcare” si legge nelle bacheche di Facebook o nei tweet dei trentenni, ed è come se si compiesse la rivincita definitiva dei nerd: tutti uguali, tutti con gli stessi riferimenti di massa culturali senza alcuna  vergogna, perché anche l’estetica nerd, quella dello sfigato di successo è stata fagocitata e risputata dal mercato: non sono infatti nerd i programmatori di computer? gli hipster creativi con gli occhialoni che popolano i festival di musica indie? non hanno tutti gli stessi piercing e gli stessi tatuaggi? Una generazione di accettanti e consapevoli che il consumo culturale è l’unica strada dalla culla alla tomba: essere sfigati sì, ma finalmente normali e unici, come tutti.

Nicola Villa (1984) è redattore della rivista Gli asini di educazione e intervento sociale. Ha curato con Giulio Vannucci I libri da leggere a vent’anni. Una bibliografia selettiva (Edizioni dell’Asino 2010). Ufficio stampa delle Edizioni dell’Asino. Collabora con i mensili Lo straniero e L’indice.
Commenti
42 Commenti a “Un’anticipazione del nuovo numero dello “Straniero””
  1. Marta scrive:

    Un articolo che ruota attorno ad una parola (nerd) di cui evidentemente non si conosce il significato, ma nemmeno da lontano. Che tristezza.

  2. Enrico Marsili scrive:

    Un bel tema delle medie, sembra “La percezione del dolore in Zerocalcare”, E chi l`ha scritto non ha capito un granche`. Zanardi? Ma dio bono, e`possibile fare qualcosa di originale in questo paese (e il mischione pop di ZC e`originale E divertente) o tocca sempre sentirsi ricordare i modelli di 40 anni fa? Sull`uso ad minchiam del termine nerd concordo con la precedente commentatrice.

  3. Ste' scrive:

    “Indy”? Forse intendeva “indie”, cioè indipendente?
    Sono d’accordo sull’analisi di stampo “sociologico” ma non sulle conclusioni: individuare e rappresentare un malessere generazionale non è forse “geniale”? L’impressione complessiva è che l’articolista, scrivendo, si sia man mano innamorato delle sue stesse parole.

  4. Lorenzo scrive:

    Trade union?

  5. Geena scrive:

    ma il trade union è tipo il feel rouge?

  6. Frumento scrive:

    Articolo invidioso, spocchioso e disinformato. Viva Zerocalcare ovviamente, abbasso gli articolisti rosiconi e senza talento. Aridatece Raimo con Paolini.

  7. Lady Zeniba scrive:

    …a prescindere dal fatto che uno che vuole fare cultura e non sa scrivere indie e anime (che “le anime” sono quelle delle fanciullette, questi qui che si citano sono GLI anime) già perde qualche puntarello di credibilità.

    Il punto è che Zerocalcare, sulla zattera in mezzo al mare, si pone una serie di problemi sul senso della vita. Che è quello che fanno tutti gli artisti. Ed è questo che attira la gente a loro. Invece i critici letterari troppo spesso sparano nel mucchio distratti dall’ascolto compulsivo di Giovanni Allevi.

  8. azael scrive:

    madonna che maialata

  9. FdB scrive:

    Sono parecchio interdetto da quest’analisi. A parte i dettagli che sono già stati “perculati” abbondantemente nei commenti precedenti (a volte mi domando se chi scrive sui blog letterari e i redattori dei blog letterari, rileggano i post prima di cliccare sul pulsantino “pubblica”), l’unica cosa con cui mi trovo d’accordo è l’alto tasso di “autoassolvimento” presente nelle storie di zc, o meglio, negli occhi di chi quelle storie le legge.
    Per il resto leggo almeno un paragone del tutto fuori luogo: tirando nella mischia Pazienza e Zanardi e liquidandoli in tre misere righe non si fa altro che un salto mortale senza la rete della storicizzazione, come se tutto fosse confrontabile, al netto dei quarant’anni e più passati dalla Bologna dei primi ’80 di Zanna alla Rebibbia degli zombie di “Dodici” (e proprio se si guarda in quello che sta nascosto in questa ellissi credo si possa rintracciare la quantità d’acqua che è passata sotto i ponti, trovando argomenti molto più interessanti che la sindrome da nerd/hipster denunciata nel pezzo).
    Per non parlare della generalizzazione farsesca di un pubblico che a me sembra essere molto più trasversale di quanto non venga dipinto: le accuse di conformismo lanciate da una torre d’avorio suonano decisamente piatte.

  10. fra scrive:

    l’articolo si perde un po’, confonde alcuni conctti, ma su un punto ha ragione: il momento più alto di ZC finora è la storia della zattera di “Ogni maledetto lunedì su due”, il ritratto migliore mai fatto della nostra generazione. solo uno di noi poteva farlo, non si scomodassero gli Alberoni di turno, che non possono capire e pretendono di sapere. Io non adoro ZC, io gli sono proprio GRATO, perchè quella storia è un manifesto che mancava, non è una definizione calata dall’alto, ma la rappresentazione del nostro quotidiano, delle nostre paure, delle nostre sconfitte. Senza giustificazioni, senza palliativi, un pugno nello stomaco.

    mi è piaciuto il passaggio su silvia ziche, zanardi e lupo alberto. ma l’autore dell’articolo cade nel suo stesso tranello. cerca di dipingerci come eternamente schiavi dei nostri riferimenti culturali di massa, ma per definire ZC deve ricorrere ai suoi riferimenti culturali. (ma pure nostri, mica sono camere stagne, io lupo alberto lo leggo ancora oggi..)

  11. Certo, “trade union” al posto di “trait d’union” è geniale… degno di figurare in uno di quei libriccini in cui professori frustrati riportano le “perle” dei loro studenti. Ma lo sa, l’autore di questo articolo, che cosa sono le Trade unions?

  12. Sara P. scrive:

    La Pixar fa indubbiamente cose artistiche, ma la “t” non ce l’ha. Effettivamente un controllino per cogliere quelli che vogliamo interpretare come refusi non sarebbe mica male.

    Quanto ai contenuti, sono d’accordo con FdB.

  13. Seline scrive:

    che Zerocalcare stia svaccando e ogni libro sia peggiore del precedente (ma è che ne fa troppi, evidentemente) è un fatto. Ciò non toglie che questo articolo, che a cominciare da dettagli come “pixart”, “dysney”, “le anime” mostra una crassa ignoranza sul tema, sia una vaccata.

  14. ostelinus scrive:

    una serie continua di cantonate e qualunquistiche approssimazioni per finire in bellezza con le trade unions.
    sembra quasi piuttosto “zerocalcare spiegato (male) ai porci e agli elettori della lega”.

  15. Luciano scrive:

    Ma che schifo di articolo è.

  16. Bl@ster scrive:

    Massiccia, la demenza dell’autore.
    Quasi quanto i da me apprezzatissimi festival di musica di Indiana Jones.

  17. davizz scrive:

    Anche questo articolo è geniale.

  18. @bastaunosparo scrive:

    articolo veramente brutto e superficiale.
    quoto la risposta di ZC:
    https://www.facebook.com/zerocalcare/posts/10202728135232390?notif_t=close_friend_activity

  19. ugo scrive:

    Ricetta di molti post di questo blog: prendere un argomento che va per la maggiore (Gravity, Paolini, Zerocalcare) e fare un post in cui si afferma il contrario di ciò che dicono tutti, facendosi scudo con punti e virgola, parole in corsivo e riferimenti aurei inattaccabili. Stavolta il giochino non vi è riuscito

  20. Regina scrive:

    @ugo: è per questo che lo leggi compulsivamente…

  21. ugo scrive:

    sì, ridatemi indietro i soldi

  22. Jacopo scrive:

    UNO. Le sei ore d’attesa del pubblico di Lucca Comics non penso fossero dovute all’immensità del pubblico (comunque, immagino, numerosissimo) quanto piuttosto al fatto che Zerocalcare è un commovente modello di generosità e di solito, anziché limitarsi a firmare la copia che gli viene porta, ci fa sopra un disegnino originale: e questo a TUTTI i lettori. Ovviamente questo fa crescere i tempi della coda, ma tutti si sottomettono senza storie. E vorrei ben vedere…
    DUE. Alla presentazione del “Polpo” cui ho assistito mesi fa in un centro sociale della mia città c’era una evidentissima trasversalità generazionale: pensare che quei fumetti piacciano solo a gente che assomiglia ai personaggi lì rappresentati è assurdo (non occorre avere i piedi palmati per amare Paperino). Per esempio c’ero anch’io che ho cinquant’anni e il posto fisso
    TRE: Come si fa a dare a Zerocalcare-personaggio la qualifica di “cinico”? No, dico, come si fa!?

  23. borissa scrive:

    ma quanta spocchia e pretenziosità!!!

  24. n scrive:

    villa,
    te che hai l’analisi di un intellettuale ottantenne e sui centri sociali: “senza voler cambiare veramente ciò che è fuori, accontentandosi del laboratorio sociale permanente e ininfluente”, che avrai fatto mai?!

  25. n scrive:

    però poi ci vai a fare il banchetto libri ai centri sociali!!!
    ma dico, un minimo di coerenza!!

  26. Carmine scrive:

    ottimo articolo, bravo nicola. io sarei stato addirittura pure più duro con sto fumettaro.

  27. Evelina e le capre scrive:

    probabilmente, per forma, struttura, errori infantili, ostensione di vergognosa ignoranza circa il tema trattato, arroganza, superficialità dei paragoni e delle considerazioni, il peggior articolo mai apparso su minima & moralia. E non mi piace Zerocalcare.

  28. fidel scrive:

    al di là della simpatia o meno per il fumettaro in questione, il pezzo risulta insopportabile dal momento che chi scrive cerca, prima, di etichettare e catalogare la tecnica del fumettaro (sarà un grande esperto di fumettistica internazionale..), poi di fare l’esegesi delle storie raccontate dal fumettaro (sarà un grande esperto di letteratura e affini..), poi di catalogare il lettore tipo che legge le storie del fumettaro in questione contestualizzandolo mediante un’analisi transgenerazionale (sarà un esperto pure di sociologia..). ma un pò di umiltà ogni tanto? saper mettere in fila due frasi in italiano non autorizza a parlare e giudicare e catalogare qualunque cosa al mondo con toni da saccentone. un pò di umiltà, please! nuovi scanzi crescono..

  29. Giulia B. scrive:

    Buon giorno a tutti,
    conosco il blog, l’autore e la rivista da cui l’articolo è tratto, per questo provo a dare un po’ d’aria a questo dibattito asfittico che solo in un paio di interventi è riuscito a sconfinare dalla segnalazione di refusi più o meno sciatti e dall’insulto ad personam, visto che un dibattito critico questo articolo provocatorio aveva proprio l’obiettivo di sollevarlo tra i lettori di Zerocalcare (la cui tribuna d’eccellenza è di fatto la rete) sia per la scelta del titolo “fenomenologia”, sia per il contesto in cui era inserito, e cioè una riflessione sullo stato della Graphic Novel in Italia, curato da una rivista con attività ventennale, Lo Straniero, i cui collaboratori e animatori non sono esattamente gli ultimi stronzi in materia e di critica e di arti visive e figurative. Credo che Zerocalcare abbia davvero innescato una filiazione e un consenso senza precedenti nei lettori italiani mediamente scolarizzati della mia generazione, io questa cosa non l’ho dedotta dai dati di vendita di Amazon, che mi immaginavo, ma appunto dalla condivisione delle sue vignette che avveniva/è avvenuta/avviene tra i miei “amici di facebook” purtroppo non solo ogni maledetto lunedì mattina ma tutti i giorni della settimana. Io leggendo le sue vignette e le sue storie penso: “Per fortuna, io non sono Zerocalacare, come tutti”, non mi fa ridere prima cosa, non mi riconosco in quell’immaginario, se vuoi anche troppo di genere, che vede protagonisti il saggio delle Tartarughe Ninja o il mostro marshmallows dei Ghostbuster, io grazie a dio quei personaggi prima di rivederli nelle sue vignette li avevo proprio rimossi dalla mia coscienza, e a prescindere dalla scelta del soggetto (poteva anche essere un Porco Rosso di Miyazaky – esempio per me agli antipodi come possibile evocazione) non mi interessa questo modello di storytelling citazionista postmoderno, trovo che sia superato già da una decina d’anni e che sia subentrato altro, che ci rimette in discussione invece che farci guardare indietro a quello che ci è familiare e in cui non facciamo alcuna fatica riconoscerci, per immobilizzarci avulsi dai sensi di colpa, in un tempo di crisi come il nostro la reazione non può essere l’entropia e nel fumetto e nelle narrazioni in generale. In più non mi piacciono i suoi disegni, li trovo piatti e sbrigativi, non riesco a vederci una ricerca tecnica di qualche tipo, una volontà affidata all’opera che qualsiasi artista dovrebbe in qualche modo riuscire a comunicare, anche incompiutamente, al lettore più prevenuto ed esigente, ma anche a quello più sprovveduto. Questo è almeno quello che io cerco in una storia (libro o Graphic Novel non fa differenza), e che trovo negli acquerelli di Gipi o di Fior, per citare due Italiani a caso, che come dice Villa, a differenza di Zerocalcare, riescono a uscire dalla dimensione della nostra Italietta con il nostro slang e le basse indolenze e farsi apprezzare in un contesto internazionale.
    Soprattutto mi chiedo se l’identificazione è così “naturale” da parte del lettore, allora significa che è mancato lo sforzo, e se lo sforzo è mancato allora difficilmente stiamo parlando di qualcosa che ha a che fare con l’arte e che è destinato a durare (stesso discorso applicato all’autore e al suo tratto “natural”, dove sta la sofferenza mi chiedo, la sua crepa?), e tuttavia credo che abbia senso interrogarsi sulle ragioni di un successo di questo tipo e credo che molti spunti l’articolo di Villa abbia provato a lanciarli, a partire dalla provocazione sul Centro Sociale come luogo di abbozzolamento e illusione collettiva, dove vi assicuro, è molto molto molto difficile vendere dei libri (per citare uno dei commenti sopra), ce li portiamo per disperazione, e sfido qualche editore che mi sta leggendo a smentirmi.

  30. fidel scrive:

    Giulia B. (ma quanto sei intellettuale?!), a parte che uno che vuole scrivere fa bene a documentarsi su dati reali e non a farsi un’idea da quante condivisioni avvengono su facebook.
    ti ritieni fortunata di non essere “come tutti” quindi sei migliore degli altri?
    anche dire “modello di storytelling citazionista postmoderno”, ahimè!, significa etichettare e cmq pure quentin tarantino è uno storytelling citazionista postmoderno e non mi sembra superato.
    scrivi difficile perchè, anche tu, come l’autore dell’articolo, sai scrivere?
    parli di italietta perchè soffri della sindrome del provinciale?
    se un sacco di gente, non quelli che leggono manga e graphic novel in genere, che sono una nicchia mooolto ristretta, compra e legge le strisce o le storie di zerocalcare, non sarà perchè le trova divertenti, magari semplici ma con battute efficaci? perchè al di là dei personaggi, trafugati dai cartoon degli anni 80/90, che sono solo un pretesto narrativo, raccontano episodi odierni e non del passato, con le manie, le depressioni, i tic e le deformazioni della generazione che sta su internet oggi e non 10 o 20 anni fa?
    se poi questa non sia arte, non è destinata a durare, non c’è una ricerca tecnica di alcun tipo, mi sembra, anche per te, un pò troppo pretenzioso, come giudizio.
    direi che una combinazione di fattori di tecnica, di contenuti, di bravura e di fortuna hanno fatto si che un fumettaro diventasse un bestseller. e che chissà quanti altri fumettari avrebbero voluto essere come lui piuttosto che rimanere dei grandi artisti incompresi, amati dagli intellettuloni e ignorati dal pubblico

  31. FdB scrive:

    Da commentatore del pezzo e frequentatore di m&m avrei preferito fosse l’autore a rispondere alle critiche, non qualcuno che “conosco il blog, l’autore e la rivista da cui l’articolo è tratto, per questo motivo…” ma si vede che questo ci meritiamo: la difesa di una tesi per interposta persona.
    Cerco di procedere con ordine, visto che non mi trovo d’accordo con l’idea che nei commenti di queste ore ci siano solo segnalazioni di refusi o insulti “ad personam”.
    Da consumatore di prodotti culturali trovo innanzitutto inammissibile difendere un articolo limitandosi ad ammetterne la sciatteria: sarà che forma e sostanza per me viaggiano ancora di pari passo; sarà che mi chiedo se su “Lo Straniero” (“rivista con attività ventennale i cui collaboratori e animatori non sono esattamente gli ultimi stronzi in materia e di critica e di arti visive e figurative”) il pezzo sia uscito esattamente così.
    E poi stendiamo un velo pietoso sulla pratica di far notare i refusi e gli errori agli altri, molto spesso godendone, e piccarsi quando qualcuno li fa notare a noi (sopratutto quando sono tanto macroscopici da non poter proprio passare sotto silenzio).
    Passando alla sostanza, mi domando: il vero intento di questo articolo (intitolato “Il fenomeno Zerocalcare” e non “La fenomenologia…”), qual è? Sollevare un dibattito sui lettori di zc, su zc come autore, su come è cambiato il pubblico, sul perché di questo successo? In sostanza: è una critica letteraria o un’analisi sociologica? Semplicemente non si capisce, né dalle parole di Villa né tanto meno da quelle di Giulia B. E di certo non si potrà dire che questo contributo è criminalmente estrapolato dal “contesto in cui era inserito”, perché se non si è pronti a beccare delle critiche, come spesso capita qui su m&m, allora che sia di insegnamento: la prossima volta si può sempre declinare la proposta di rilanciarlo via web.
    Purtroppo, questo tipo di dibattito – definito “asfittico” – si genera perché nessun punto veramente critico è stato toccato visto, ad esempio, che quanto scritto nel tuo commento Giulia B. è nettamente diverso da quanto si trova nell’articolo: tu hai la tua tesi, la argomenti, si può essere d’accordo o no (e qui è da notare come, paradossalmente, sia più centrato il tuo post che il contributo che vorresti difendere). Ben diverso è invece dare genericamente dei conformisti a tutti quelli che leggono zc. Peggio ancora è farlo, come dicevo ieri, dall’alto della propria torre d’avorio. Peggio di peggio giudicando senza nessuna voglia di misurarsi con la questione e i suoi punti dolenti, visto che ce ne sono e parecchi, e farlo senza che si percepisca alcun intento provocatoriamente costruttivo, tante sono le cose date per scontate che non si sa perché poi dovremmo sempre dare per scontate.
    Detto questo, cosa ci si aspetta? La reazione era più che pronosticabile, o almeno io mi sarei aspettato fosse così, sopratutto da chi di queste cose ne sa a pacchi, come da te giustamente ricordato.
    A questo punto mi viene pure da mettere in dubbio la buona fede, mi si passi la definizione, e comincio a pensare a un classico “fatt’a posta” giusto per alzare un po’ di polvere, che male non fa mai: in questo caso, stupidi noi.

  32. Michele scrive:

    Ma perchè ci sono posti oggi in Italia dove è facile vendere libri? Allora giudichiamo le esperienze di conflitto, di autogestione, di radicamento territoriale da quanti libri si riescono a vendere? E poi basta parlare di centri sociali così, è una etichetta che oggi non significa niente, poteva essere valida e già non lo era vent’anni fa ma oggi non significa niente. Andiamo oltre il fumetto in questione. Apriamo allora con umiltà, rigore e determinazione il dibattito sulle forme, le modalità, le visioni e i progetti di chi nelle città e non solo nelle città ancora prova a liberare spazi e a costruire interventi sociali e culturali in territori devastati e difficilissimi, spesso ostili. Questo ha fatto per molto tempo una rivista come lo straniero e a volte per fortuna lo fa ancora, mentre l’articolo di Nicola purtroppo non prova neanche a elaborare una critica capace di aprire una simile discussione, è un articolo saccente che sembra la brutta copia di quella critica militante di cui lo stesso Nicola è capace e di cui c’è un grande bisogno. Il limite maggiore delle esperienze di movimento degli ultimi vent’anni è proprio l’incapacità di mettersi in discussione, ripartire dai propri limiti e dai propri errori, ripensare il proprio ruolo. Il limite maggiore degli intellettuali anche quelli più militanti degli ultimi vent’anni è l’incapacità di confrontarsi davvero con la realtà, partendo dal presupposto che loro sono troppo più intelligenti della media e che fa tutto talmente schifo che non conviene neanche sforzarsi per capire il mondo che li circonda. Le esperienze più ricche più nuove più vivaci degli ultimi tempi nascono proprio dalla contaminazione di questi mondi così diversi, anche se riguardano luoghi e iniziative che stanno generalmente lontano dai riflettori.

  33. Regina scrive:

    @Michele: finalmente un cosa costruttiva e intelligente.

  34. rossella scrive:

    La critica costruttiva e intelligente è, secondo me, quella di FdB.

  35. lavalentina scrive:

    Che brutto articolo, quanta inutile acredine nei confronti del povero Zerocalcare, da parte di chi evidentemente non conosce nemmeno il mondo dei fumetti (non ci siamo mai più ripresi dalla scomparsa dell’insuperato Paz, eh?), ma che da come scrive ci tiene proprio a farci sapere che ha fatto l’università. Brutta bestia l’invidia. In un momento in cui non si fa altro che piangere la crisi dell’editoria arriva uno che vende (vende!) 50.000 copie. E allora ecco la pretestuosa critica al mondo dei centri sociali, come “particolare forma di snobismo”. Siamo per caso proiettivi nell’attribuire a lui l’orgoglio di far parte di una minoranza?

  36. Alda Herzog scrive:

    Anche a me ha sempre un po’ dato fastidio il “fomento” legato a ZeroCalcare. Come per tutti gli entusiasmi verso i “classici”, la passione incondizionata del popolo mi appare sempre alquanto esagerata… Sarà la semplicità, sarà “la genialità” della sintesi, sarà un fatto di pelle o de core, sarà che non è tanto intonato ma quante emozioni che me dai, piacciono tanto e piacciono e basta, e un po’ lo capiamo un po’ no. Il problema è che questo articolo sembra costruito solo su un “fastidio”… sarà pure un fenomeno, ma un’indagine sociologica e nemmeno una critica qualsiasi potrebbero leggere assieme tutti i lettori di ZC, vari e bizzarri e alquanto innoqui in fondo come gruppo da combattere…. se proprio vi sembra questa un’urgenza del pensiero (!).
    Il punto centrale dell’articolo sembra essere un certo disprezzo nei loro confronti perchè essi pariono rispecchiarsi e consolarsi in un’estetica pop e rassicurante. Ma è mai esistito uno specchio che sia rassicurante?
    In parte, anch’io mi rispecchio nei fumetti di ZC. Proprio per questo non lo trovo affatto rassicurante, semmai cosparso di una lieve, consapevole, angoscia.
    Trovo un po’ bizzarro il giudizio molto duro di Nicola Villa dato a stati di fatto e condizioni generalizzate e sofferte dai più, attribuite al presunto lettore-medio di un semplice fumetto.
    ZC non sarebbe in ogni caso né la causa, né il segnale, né il pendant della merdosa condizione degli ultratrentenni, come pare sottintendere l’articolo, né una passione per disegni pur disegnati male è ciò che ci consola o ci delega da presunte responsabilità che non possiamo più permetterci di desiderare, o da presunti “passaggi all’azione” difficile da immaginare in maniera nitida ed univoca, tanto da essere palesi a un lettore di lettori che non ci conosce.

    I refusi non son poca cosa, è responsabilità anche rileggere un articolo prima di pubblicarlo su un sito di successo. Altrimenti tanto vale essere hipster.

    Cordiali saluti da una stanzetta in estrema periferia, da una trent’enne senza lavoro né responsabilità, in attesa di nuove e consolatorie serie televisive da vedere in streaming per rispecchiarmici e godere di un anacronistico postmodernismo dei miei stivali,

  37. Frank scrive:

    Certe critiche e certe analisi mi ricordano i “rapporti di lettura all’editore” contenuti nel “Diario minimo” di Umberto Eco, in cui Eco, con la sua consueta ironia, si divertiva a immaginare che capolavori d’altri tempi venissero proposti a un editore dei nostri tempi e che venissero inesorabilmente scartati.
    In ogni caso, noto il solito vizio dell’intellighenzia di casa nostra, per cui se un fenomeno letterario o culturale è troppo popolare o di massa deve avere per forza qualcosa che non va. E però le considerazioni utilizzate per “smontare” il fenomeno Zerocalcare mi paiono proprio forzate e pretenziose: in primo luogo quella per cui le storie di Zerocalcare avrebbero una “struttura fissa”. Mi verrebbe da dire che anche le tragedie greche avevano una struttura fissa, proprio perché -guarda un po’- erano opere “popolari” in quanto rivolte alla “massa”, e dunque un modello “ripetitivo” era garanzia di riconoscibilità per lo “spettatore tipo” di quelle opere. Da scartare in blocco tutta la produzione di Eschilo o di Sofocle?
    Noto pure il tono tipicamente snob di certe considerazioni: “Chi ama e si identifica nei suoi fumetti è cresciuto guardando tutti i film animati della Disney, guardando in tv gli statici cartoni animati giapponesi (le cosidette anime), giocando ore e ore ai videogiochi e comprando i manga in fumetteria”. A parte che consiglierei all’autore di informarsi, dato che i cartoni giapponesi non sono “le anime” ma “gli anime”, ebbene, sì, lo confesso, io per primo sono cresciuto sui cartoni Disney, ho passato le giornate della mia infanzia e della mia adolescenza a guardare i cartoni giapponesi (“statici”? ma di che stiamo parlando?) e sono tuttora un collezionista di fumetti di vario genere. e allora? problemi?
    Infine, la critica conclusiva è che il fenomeno Zerocalcare si “ridurrebbe” a un riconoscimento generazionale. Ma non dovrebbe essere questa una delle funzioni dell’arte? Costruire orizzonti di senso in cui una collettività può riconoscersi?

  38. serena scrive:

    La cosa più raccapricciante di questa specie di analisi é senza dubbio il tono giudicante di chi lo ha scritto.Un conto sono le critiche sul tratto e il plot (secondo me insensate) ben altro e attingere a piene mani da un “retroscena pop” e usarlo come chiave semantica per avere l’arroganza di spiegare non solo il background di un artista ma addirittura quello di tutti i suoi lettori. Non voglio neanche citare la parte sul “purismo” dei centri sociali e via dicendo perché molto banalmente questo articolo oltre ad essere stilisticamente noioso,sciatto e tremendamente superficiale riassume il paradigma del “gran critico intellettuale” che dall’alto del suo podio sente nella sua penna “colta” il potere di massimizzare secondo schermini di 40 anni fa sia un autore che (soprattutto) una moltitudine di lettori non certo di primo pelo, utilizzando argomenti e schemi logici a dir poco imbarazzanti. Davvero di pessimo gusto.

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  1. […] eh) che ha analizzato il fenomeno su lo Straniero – la rivista diretta da Goffredo Fofi – in un articolo che Minima e Moralia ripropone. E’ un bel testo, molto interessante, perché dice una serie di […]

  2. […] aver ospitato l’anticipazione del nuovo numero dello Straniero con il pezzo Il fenomeno Zerocalcare, pubblichiamo il commento di Zerocalcare – scritto sul profilo Facebook dell’autore, […]

  3. […] aver ospitato l’anticipazione del nuovo numero dello Straniero con il pezzo Il fenomeno Zerocalcare, pubblichiamo il commento di Zerocalcare – scritto sul profilo Facebook dell’autore, […]



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