saul

Il figlio di Saul di László Nemes

saul

Sono state annunciate oggi le nomination per i premi Oscar 2016: il film di László Nemes “Il figlio di Saul” – in uscita da noi il 21 gennaio – è tra le nomination per il Miglior film straniero. Di seguito pubblichiamo un’intervista (uscita sul Venerdì, che ringraziamo) di Tiziana Lo Porto all’attore protagonista del film, Géza Röhrig.

All’ultimo Festival di Cannes ha vinto il Gran Premio della Giuria, è stato osannato come un capolavoro dalla critica ed è tra i nove candidati all’Oscar come miglior film straniero. Opera prima del regista ungherese László Nemes, Il figlio di Saul (dal 21 gennaio nelle sale italiane per Teodora Film) è una storia ambientata durante la seconda guerra mondiale all’interno di uno dei Sonderkommando, i gruppi di ebrei che prima di essere uccisi dai nazisti venivano costretti a sterminare altri ebrei, ed è ispirata ai loro scritti (in Italia sono raccolti nel volume La voce dei sommersi, curato da Carlo Saletti e edito da Marsilio).

Il protagonista si chiama Saul Ausländer, fa parte di un Sonderkommando di Auschwitz, e dopo avere visto morire un ragazzo, decide che l’unica cosa da fare è riuscire a dargli una giusta e religiosa sepoltura. Dirà a tutti di essere il padre del ragazzo, si metterà in cerca di un rabbino, si ritroverà coinvolto in un evento storicamente avvenuto (ad Auschwitz il 7 ottobre 1944, quando i membri di un Sonderkommando uccisero tre SS e fecero saltare un forno crematorio) che vide un gruppo di ebrei imbracciare le armi, innescare la rivolta e tentare inutilmente la fuga.

A interpretare magistralmente Saul è l’ungherese Géza Röhrig. Nato a Budapest nel ’67, a quattro anni è rimasto orfano di entrambi i genitori. Fino a undici anni ha vissuto in orfanatrofio per poi essere adottato da una famiglia ebrea. Ha vissuto prima a Gerusalemme e poi in Polonia, dove negli anni ottanta ha lavorato come attore in un paio di serie tv. Si è diplomato all’Accademia di Teatro e Cinema di Budapest, e attualmente vive con la moglie e i figli a Brooklyn, dove insegna e fa il poeta. “Ho conosciuto László nel 2007 a New York”, racconta Röhrig a New York. “All’epoca lavorava ai suoi primi cortometraggi, siamo diventati amici e abbiamo passato parecchio in tempo insieme. Poi è tornato a Budapest. Dopo qualche anno, mentre stava lavorando al suo primo lungometraggio, mi ha mandato la sceneggiatura. Sapeva che ero molto interessato all’argomento e voleva un mio parere. Ho sempre trovato deludenti la maggior parte dei film sull’olocausto, e sapendo che era ambientata ad Auschwitz all’inizio nemmeno volevo leggerla. Poi l’ho letta e ho subito detto a László che era un film che andava fatto e che ero disposto a collaborare. L’ho raggiunto a Budapest dove stava lavorando alla preproduzione del film. Ho rifiutato il primo ruolo che mi ha proposto, ma abbiamo continuato a provare insieme. Per farla breve: alla fine mi ha offerto la parte di Saul”.

Che nel film è quasi sempre in silenzio, accompagnato costantemente dalla camera.

“Sì, all’inizio durante le riprese era strano. Ma sai e capisci perché la camera è lì, e al terzo giorno nemmeno te ne accorgi. I momenti difficili per me sono stati altri”.

Quali?

“Prima e dopo le riprese. Prima di iniziare a girare, ho passato due o tre mesi da solo a New York a leggere tutto il possibile sui Sonderkommando e sulla gente che ne faceva parte. Volevo sapere tutto su di loro, cosa facevano, come lo facevano, com’erano le loro giornate. Erano storie durissime e anche se erano lontane dalla mia vita erano di una potenza assoluta. La notte avevo gli incubi, e mi hanno fatto interrogare su molte cose, sull’umanità, e da credente su Dio”.

E dopo le riprese? Cosa è stato difficile?

“Tornare al 2015 e alla mia vita. In qualche modo continuava a sembrarmi più reale la vita ad Auschwitz, dove tutto era lineare, essenziale. Dovevi concentrarti solo sulla sopravvivenza. Non avevano importanza i soldi, le conoscenze, l’aspetto che avevi. C’era qualcosa di molto vero e giusto in quel posto, al di là dell’orrore di quello che è successo. Tornare in questo mondo è stato complicato”.

Ma ad Auschwitz erano costretti a essere così. Si può comunque scegliere di essere quello che si vuole essere senza che nessuno ci costringa a farlo.

“Sì, ma è proprio la scelta a renderlo difficile. È chiaro che non mi manca quello che è successo ad Auschwitz, né mi mancano i crimini che sono stati commessi. Quello che continua a mancarmi è la natura essenziale delle cose che adesso fatico a vedere. Sono felice di stare bene in salute, di non avere problemi economici, di non essere nel bel mezzo di una guerra. Ma quando hai così tante cose ti domandi: sto facendo quelle giuste? È come stare in una foresta piena di alberi. Sono così tanti che a un certo punto rischi di non vedere più il legno”.

Che è anche ciò di cui parla il film: l’importanza di essere consapevoli di quello che siamo nel momento in cui lo siamo.

“Esattamente. Il passato non lo puoi cambiare e il futuro non lo puoi avere, l’unica cosa che conta e su cui puoi lasciare un’impronta è il presente. Se non sei nel tempo presente non sei da nessuna parte”.

Il figlio di Saul è un film su Auschwitz ma non è sulla memoria, è sui vivi anche se parla solo di gente che muore.

“Sì, sono d’accordo. C’è anche una ragione personale per cui sono grato al film. A quattro anni ho perso mio padre e mio zio pensava fossi troppo piccolo per andare al funerale. Mi ricordo esattamente di come volessi con tutto me stesso esserci, ma alla fine mi hanno lasciato a casa. Ed è una cosa per cui non sono mai riuscito a perdonare del tutto mio zio. Nel film, essere Saul e cercare in tutti i modi di seppellire il ragazzo per me è stato un modo per riuscire finalmente, a quarantotto anni, a mettere un punto fermo a questa mia vicenda personale. Seppellire il ragazzo è stato come seppellire mio padre”.

La sua prima raccolta di poesie era su Auschwitz. Adesso sta scrivendo un romanzo. Che storia è?

“È una saga familiare che si svolge in più generazioni. Parla di gitani. In orfanatrofio, dopo avere perso entrambi i genitori, sono cresciuto insieme a loro e ho ancora molti amici gitani. Trovo che oggi siano la minoranza più emarginata in Europa. Le altre minoranze sono rappresentate in vari modi e sono in grado di difendersi, ma almeno per quel che riguarda l’Europa dell’Est, il mio paese, l’Ungheria, così come la Cecoslovacchia o la Romania, una delle sfide più grosse del Ventunesimo secolo è riuscire a integrare i gitani all’interno della società. Fino a questo momento non ci sono riusciti”.

Aggiungi un commento