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Il fumetto in prima persona

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la prefazione di Emanuele Trevi al volume Annalisa e il diavolo, raccolta di racconti a fumetti di Guido Buzzelli uscita per Coconino Press – Fandango.

di Emanuele Trevi

Non credo che esista in tutta la storia del fumetto d’autore un uso poetico e narrativo della propria identità paragonabile, considerate la ricchezza e l’efficacia delle soluzioni, a quello di Guido Buzzelli, artista capace di attraversare lo Specchio di Alice con la stessa facilità con cui noi esseri normali varchiamo le porte a vetri del supermercatoo della banca. Eccolo lì, piantato nel bel mezzo delle sue visioni, con la barba ben curata, i lineamenti affilati, il corpo agile e snello, la dimessa eleganza dei vestiti. Ricordo che, ai bei tempi delle riviste, la prima cosa che facevo quando mi imbattevo in una storia di Buzzelli, era proprio accertarmi della sua presenza.

Molto più di una semplice sigla, di una strizzata d’occhio alla Hitchcock. Considerato come personaggio, Buzzelli si portava sulle spalle tutta una teoria, sottilissima e illuminante, della narrazione. Quell’immagine di sé suggeriva in modo costante e prolungato l’azione di una forza centripeta. Come se una storia, invece di essere un semplice congegno governabileda un comodo punto archimedico, sottratto ai suoi pericoli e ai suoi desideri, fosse una specie di energia magnetica, di aspirapolvere metafisico capace di risucchiare al suo interno colui che la racconta – e dietro a lui, per contagio, tutti i suoi lettori.

Quanto più una storia è autentica, quanto più è il luogo dove la libertà e la necessità dell’immaginazione sono la stessa cosa, tanto più, come Buzzelli non smette di ricordarci,è impossibile restarne fuori. Ovviamente, si impone subito al pensiero una stretta parentela con il sogno, perché è praticamente inconcepibile un sogno privo del coinvolgimento dell’Io, come una serie di immagini che scorresse su uno schermo interiore senza trascinare nel suo gioco colui che le sogna. Ma i procedimenti creativi non sono mai semplicemente sovrapponibili alle dinamiche oniriche. Si possono nutrire le più disparate convinzioni estetiche, ma alla fine si incontra sempre la stessa verità universale:l’artista lavora in stato di veglia, il suo prodotto può imitare l’inconscio ma mai e poi mai identificarsi con l’inconscio, pena la dissoluzione e la regressione nell’informe.

Dunque il lettore di una storia di Buzzelli potrà nutrire l’impressione di averla sognata più che letta, ma è l’autore a reggere tra le sue dita abilissime i fili dell’illusione – senza mai rinunciare alle prerogative demiurgiche che ne fanno quello che è. Non è sorprendente allora se in un’intervista del 1985 Buzzelli, per rendere conto del suo rappresentarsi come protagonista, ricordi due generi artistici complementari come fonte d’ispirazione: l’autoritratto pittorico da un lato, e la scrittura autobiografica dall’altro.

Annalisa e il diavolo SOVRACOPERTA FRONTE OK DEFDue tradizioni, insomma, dotate di una lunghissima storia, collegata a un’esigenza di introspezione chesi direbbe connaturata all’uomo occidentale e alla sua cultura. Che il livello di consapevolezza di Buzzelli sia sempre altissimo si potrà verificare, come meglio non si potrebbe, nella storia che dà il titolo a questo volume, ovvero Annalisa e il diavolo. Nelle prime tavole, osserviamo la vicenda avviarsi in un clima (abbastanza inconsueto per il Nostro) di minuzioso realismo. Un autore di fumetti in crisi di ispirazione viaggia in macchina, un giorno d’estate, alla ricerca di qualche idea. Arrivato in una piccola località marittima – un posto di vacanza come ce ne sono innumerevoli in Italia – si ferma a pranzare in un ristorante sulla spiaggia, sempre meditando su un argomento capace di risvegliare il suo talento assopito.

L’accesso a una dimensione fantastica è abbastanza rapido, ma per così dire sobrio, come in certi racconti di Tommaso Landolfi in cui c’è un solo dettaglio a perturbare un quadro di borghese normalità e rassicuranti consuetudini.Ma basta, appunto, una coda che spunta dai pantaloni sfondati di un vecchio ripugnante e maleodorante per farci capire che il protagonista non uscirà indenne da quella ridente località balneare. Non voglio rovinare al lettore il piacere di scoprire lo sviluppo della storia, con tutto il suo indistricabile viluppo di diabolico ed erotico. Mi limiterò a segnalare come, proprio sul più bello, con quello che non saprei definire altrimenti che un colpo da maestro, Buzzelli riesca a rappresentare se stesso non solo come personaggio invischiato nel suo stesso intrigo, ma anche come unico e assoluto responsabile del mondo fantastico in cui egli stesso si dibatte. Creatura e creatore simultaneamente,insomma. Come un dio, chi disegna è in grado di creare apparenze dal nulla, ovvero dal bianco della pagina. E brandendo una semplicissima gomma da cancellare, può minacciare di estinzione i suoi fantasmi, riducendoli all’obbedienza. Questa moltiplicazione barocca delle prospettive culmina poi quando il protagonista rivolge la gomma per cancellare contro di sé, finendo per eliminarsi in quella che sembra una irresistibile parodia delle teorie di Roland Barthes sulla Morte dell’autore. Direi che il limite estremo della padronanza di Buzzelli sul suo mezzo espressivo viene raggiunto in queste tavole in cui la sovranità coincide perfettamente con la sparizione.

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Come accennavo all’inizio, la presenza dell’autore all’interno delle sue storie non solo è un aspetto tipico e ricorrente nell’opera di Buzzelli, ma è trattato con una tale varietà di modi da non generare mai il minimo senso di monotonia. Il disinvolto manierismo di Annalisa e il diavolo rappresenta un limite. Molto più frequenti sono i casi in cui vediamo il Buzzelli-personaggio imprigionato nei suoi incubi e nelle sue visioni come dentro un carcere di Piranesi. In ogni storia, questo equivalente grafico del racconto in prima persona si carica di responsabilità diverse, modellando in forme sempre rinnovate la materia. Questa tecnica viene approfondita dopo l’esperienza fondamentale della Rivolta dei racchi, il primo capolavoro, dove ci troviamo già di fronte a un autoritratto, ma che funziona come un normale personaggio. Si potrebbe dire che l’itinerario ascendente dell’arte di Buzzelli coincide con la conquista di una soggettività vertiginosa, capace di far ruotare visioni sempre più grandiose, labirintiche, angoscianti sul perno di un’identità concreta, riconoscibile, dotata di attributi assolutamente normali.

Viene spontaneo a questo punto fare il nome di Kafka – e non solo perché Buzzelli ci ha lasciato delle splendide illustrazioni della Metamorfosi. Il fatto è che nell’immaginazione fantastica di Kafka esiste sempre un’unità di misura perfettamente umana, un eroe solitario che si confronta con ogni tipo di paradosso e di deformazione del reale tentando caparbiamente di addomesticare l’assurdo, di non assoggettarsi all’imperscrutabile.

È questa resistenza che ci lega affettivamente ai personaggi di Kafka, che pure sono totalmente privi dei tratti psicologici che in genere favoriscono l’identificazione. Ed è proprio questa la lezione che grandi artisti dell’ossessione come Buzzelli e Philip K. Dick (quasi coetanei: il primo del 1927 e l’altro del 1928) hanno appreso dal maestro praghese. Più ironica e versatile di quella di Dick, l’intelligenza corrosiva di Buzzelli non risparmia nessuna mitologia imperante nell’epoca di cui è testimone, dalla psichiatria al consumismo, dall’erotismo di massa alla cospirazione politica. Il suo temperamento anarchico non smette di suggerirci quanto sia facile il passaggio da una versione “ufficiale” e rassicurante del mondo all’incubo più aberrante, e quanto, al contrario, sia stretta la porta che potrebbe ricondurre il caos all’ordine.

Quello che però importa maggiormente sottolineare, è come Buzzelli assomigli, nel suo modo di svolgere una storia e nel linguaggio che impiega, molto più a un poeta che a un filosofo o a un sociologo. Come i lettori di questa bellissima antologia potranno verificare in ogni pagina, è un vero e proprio baudelairiano demone dell’analogia a spronarlo e dettargli i tempi della visione, non una tesi sul mondo da sbandierare servendosi della duttilità del fumetto come di una comoda scorciatoia. I veri artisti, insomma, usano un codice tanto quanto sono disposti ad esserne usati, sempre imparando qualcosa di nuovo dal proprio mestiere, sempre riservandosi quel margine di imprevedibilità senza il quale ogni linguaggio fatalmente rinsecchisce.

Credo che siano tantissimi i maestri acclamati del fumetto che hanno imparato qualcosa da lui, a partire da Moebius. Ma le genealogie sono cose da specialisti.Quanto a me, che leggevo Buzzelli da ragazzino, sbalordito dalla sapienza dei chiaroscuri e dalla bellezza dei singoli dettagli, non posso che testimoniare lo stupore e l’ammirazione di fronte a un’opera che ha conservato intatta la sua energia visionaria e tutto il sapore degli anni ruggenti e irripetibili in cui è stata realizzata.

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