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Il fumo nero di Marcinelle

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Questo pezzo, in versione ridotta, è uscito sul Venerdì.

A sessant’anni dalla catastrofe di Marcinelle Maria Di Valerio, vedova del minatore Camillo Iezzi, un bel ragazzo di Manoppello all’epoca appena ventiseienne, racconta che nessuna immagine è stata cancellata dalla memoria, le grida di dolore davanti ai cancelli della miniera le rimbombano ancora nell’anima.

L’8 agosto del 1956 l’incendio nella miniera, a – 975 metri, del Bois du Cazier di Marcinelle, concepito nel 1882 e mai modernizzato, presentò alle famiglie di 262 lavoratori di dodici nazionalità, fra i quali 136 italiani, il prezzo della politica europea che senza alcuna tutela sociale scambiava con accordi bilaterali fra Stati braccia per il carbone. L’economia belga necessitava della manodopera italiana, ma il carbone belga, a Marcinelle estratto soprattutto da minatori abruzzesi, raramente è arrivato.

Alle otto del mattino due vagoni, uno pieno di carbone e l’altro vuoto, accesero l’inferno. Presumibilmente mal posizionati nell’ascensore, che trasportava il combustibile fossile estratto, divelsero durante l’ascesa, scattata in modo imprevisto, le condutture dell’olio, i tubi dell’aria compressa e i cavi dell’alta tensione appiccando il fuoco. L’allora trentunenne Antonio Iannetta, che lavorava lì da 4 anni come ingabbiatore e non parlava il francese, si autoaccusò di aver innescato la catastròfa a causa di un movimento anomalo della gabbia dopo la manovra di carico del carbone sul vagonetto. Poi partì immediatamente per il Canada, destando numerosi sospetti e la sensazione che la verità piena non si saprà mai.

Nel distretto minerario di Charleroi era una giornata di sole con il cielo terso, che finì tingendosi di nero in una nuvola di fumo e dolore. Tutta la struttura era ancora in legno come nell’Ottocento senza alcuna porta mangiafuoco in ferro. La prima concessione per poter estrarre carbone dal Bois du Cazier fu accordata alla Douairière Desmanet di Nivelles nel 1822, per poi passare a fine secolo nelle mani della Société anonyme des charbonnages du Bois du Cazier.

Il dodicenne Nino Di Pietrantonio, figlio di Emidio, tra i 224 orfani, appuntò pagine di diario toccanti: «(…) Mamma sale in camera e volge lo sguardo verso la miniera: “Nino, mettiti le scarpe e e vieni con me che dobbiamo andare al Cazier”». È stata una corsa disperata verso una sensazione diventata realtà nel volgere di poche ore: «Nessuno parla, mentre il cielo ci regala una pioggia nera e puzzolente. Tre giorni davanti al cancello, poi a casa sfinito, e dalla finestra guardo la miniera che arde ancora». Dopo una settimana una signorina sussurrò courage madame. Grazia Toppi, la vedova Di Pietrantonio, svenne: «Non c’è più nulla da sperare, papà Emidio non c’è più, è morto al Bois du Cazier di Marcinelle». Il 24 agosto 1956 il ministro per gli affari economici Jean Rey annunciò ufficialmente «che nessuno è vivo in fondo alla tragica fossa di Marcinelle».

Le mogli e i familiari, che riuscirono a identificare i propri cari, le vittime, da piccoli frammenti di tessuto e altri minuscoli particolari, restano una domanda al cuore, alle fondamenta dell’Europa che è stata e sarà. Nino, presidente dell’Associazione Minatori-Vittime del Bois du Cazier di Lettomanoppello, non ha mai smesso di cercare la verità, non accontentandosi di quella ufficiale. Nel 2000 è volato a Toronto e ha rintracciato Iannetta per trarre una ricostruzione scevra dalle pressioni politiche ed economiche dell’epoca. Ha cercato di sapere se davvero dentro alla bara ci fossero i resti di suo padre, Emidio. «Ecco, secondo me la miniera del Bois du Cazier non funzionava più, era già stata troppo sfruttata e si voleva provocare un piccolo incidente per poterla chiudere, invece non so cosa sia successo, ma l’operazione è sfuggita di mano», ha detto a Paolo Di Stefano.

Nei giorni della tragedia da Roma non si mosse alcuna autorità istituzionale dal Presidente del Consiglio Segni a quello della Repubblica Gronchi. E anche dopo i familiari delle vittime hanno denunciato la lontananza dello Stato italiano. Dal 1946, anno in cui Belgio e Italia siglarono l’accordo bilaterale, che definiva le condizioni di invio di manodopera italiana e il corrispettivo in forniture di carbone, al 1956 nelle miniere belghe persero la vita 1164 minatori, 435 dei quali italiani.

«A Marcinelli c’era tutta la Belgìca, compreso re Balduino che giustamente ha arrivato per presentare le condoglianze del governo: io me lo ricordo che mi ha passato vicino alla spalla, alto e distinto, con la camicia bianca profumata, l’abito bello grigio elegante e un cappello sulla testa che sembrava un attore uscito dai film americani, come Anfribògar di Casabianca. E si vedeva re Balduino dentro il fumo nero, solo fumo», nella lingua commovente di un operaio.

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Per 43 giorni il fumo continuò a uscire con l’aria intrisa di morte: «Nelle gallerie della catastròfa, io ci ho lavorato quattro anni dopo la sciagura e le pietre erano ancora rosse, il caiù era cotto, e forse c’era ancora la cenere dei morti», ha raccontato Vincenzo Catano a Paolo Di Stefano in La catastròfa (Sellerio, 2011).

L’ingegnere capo al Bois du Cazier, Jacquemys Eugène, membro della Società di Studio del Petrolio, dichiarò di non sapere che l’olio bruciasse. Nella miniera non c’erano estintori. I periti documentarono che la sicurezza era deficitaria e non erano stati previsti dispositivi di soccorso. Il primo ottobre 1959 il Tribunale Penale di Charleroi emise una sentenza di assoluzione per tutti gli imputati della catastrofe. L’avvocato Jacques Moins in Corte d’appello a Bruxelles ottenne la parziale riforma della sentenza con la condanna per omicidio involontario del Capo dei lavori di fondo, l’ingegnere di miniera Calicis, a sei mesi di carcere con la condizionale di tre anni. Le altre assoluzioni vennero confermate.

Toni Ricciardi, storico delle migrazioni presso l’Università di Ginevra, in Marcinelle, 1956 (Donzelli, 24 euro, 175 pagine), con un capitolo curato da Annacarla Valeriano, elabora una riflessione preziosa sulla storia dell’emigrazione italiana, contestualizzando l’apice tragico dei caduti in miniera. Innanzitutto ci fu la persistenza della logica fallimentare e omicida di continuare a utilizzare l’emigrazione quale strumento di politica economica e valvola di sfogo sociale: «Regolari o irregolari, l’importante era che ne partissero il più possibile per andare a scavare nelle viscere della terra quel carbone che sarebbe dovuto servire per il rilancio economico della disastrata Italia e per la battaglia del carbone in Europa», evidenzia l’autore.

Le classi dirigenti, al fine di allentare le tensioni sociali e ottenere rimesse dall’estero, convinsero con una propaganda a tappeto che partire era giusto e necessario. «L’ammontare delle rimesse, dei redditi di lavoro inviati in patria, ha sempre costituito uno dei più importanti elementi per l’equilibrio economico e finanziario dello Stato italiano, contribuendo infatti a pareggiare la bilancia dei pagamenti del nostro paese», ha scritto Umberto Cassinis ne Gli uomini si muovono (Loescher, 1975).

L’Italia libera dall’oppressione nazifascista, in perfetta contiguità con la propria storicizzata (dal 1865 al 1914 quattordici milioni di italiani lasciarono la patria) politica sull’emigrazione, anche durante il fascismo, mise in pratica il più imponente sistema di esportazione di manodopera che la storia occidentale ricordi. Ricciardi spiega bene come l’accordo del 23 giugno 1946, che impegnava il governo a trasferire 50mila compatrioti nelle miniere belghe, si rifacesse a quello del ’37 con la Germania: operai qualificati dalle nostre fabbriche per l’economia nazista in cambio di carbone e marchi.

Dal 1922 al 1938 a causa del fascismo furono 255mila italiani emigrati per ragioni politiche. La vibrante propaganda del regime in chiave antiemigratoria e nazionalista non modificò sostanzialmente né fermò del tutto l’emigrazione italiana. All’inizio del Novecento l’Italia si dotò del Commissariato generale dell’emigrazione e della prima legge generale sulla materia. Ricciardi sottolinea l’ambivalenza di Mussolini nel linguaggio e nella scelta politica di tagliare il bilancio del Commissariato, mentre all’ambasciatore a Washington raccomandava di perorare la causa dell’Italia fascista nella speranza che gli Stati Uniti, che avevano chiuso le frontiere, mantenessero un varco più largo per la nostra emigrazione qualificata. Roma era assillata dal venir meno della principale direttrice di fuoriuscita, quella statunitense.

«Ragionevolmente, andrebbe anche rivista, se non sfumata, la posizione rispetto alla quale si è immaginato che fosse stato il fascismo a subordinare la politica migratoria ai fini generali di politica estera. Questa subordinazione era già presente in epoca liberale, fu accresciuta durante il fascismo e consacrata dai governi repubblicani», insiste Ricciardi.

Come anticipato le modalità dell’emigrazione italiana nella Germania nazista e la gestione del flusso tra il 1938 e il 1943 «rappresentano una delle migliori chiavi interpretative al fine di comprendere come e con quali logiche si sviluppò la stagione degli accordi d’emigrazione dell’Italia postfascista e repubblicana». La manodopera italiana, dai braccianti agricoli agli operai (quantificati in 200mila lavoratori dalle nostre fabbriche) nell’industria bellica, costituì un serbatoio imprescindibile per l’economia nazista. Nel 1946 pur consci della pericolosità del lavoro e delle condizioni di vita nelle baracche, in precedenza destinate ai prigionieri di guerra, i partiti politici italiani votarono all’unanimità l’accordo col quale Roma assicurava a Bruxelles duemila minatori a settimana in cambio di carbone. Prima ancora dell’avvio dei lavori dell’Assemblea Costituente, l’Italia aveva gettato col Belgio le fondamenta per un accordo strutturato d’emigrazione.

La Stazione Centrale di Milano, dove oggi sostano i migranti in fuga da guerra e fame, ieri ospitava la macchina burocratica dell’emigrazione destinazione Belgio, che timbrava i sogni di riscatto dalla povertà da tutte le periferie d’Italia. Complessivamente dall’aprile 1946 al giugno 1950 da Milano partirono 83mila minatori ai quali si aggiunsero 21426 familiari. I soli paesi di Manoppello, comune della provincia di Pescara che contava settemila abitanti fra i quali 325 emigrati in Belgio dal 1946, Lettomanoppello e Turrivalignani contarono 43 morti a Marcinelle. Oltre al reclutamento ufficiale di Stato, ieri come oggi, i migranti finirono spesso nella rete di trafficanti senza scrupoli.

Nei primi dieci anni di emigrazione nel secondo dopoguerra mondiale, il lavoro in condizioni disumane degli emigranti nelle miniere fece vincere al Belgio la battaglia del carbone, contribuendo in modo sostanziale alla ripresa dell’economia belga. Lo stesso Congo, ricorda Ricciardi, fondato arbitrariamente da Leopoldo II con l’intensa attività estrattiva fu una palestra per l’impiego massiccio di manodopera straniera: «Gli italiani prevalentemente uomini venivano utilizzati nelle miniere o in agricoltura come una sorta di razza di mezzo fra belgi e congolesi. In una prima fase destinati alle piantagioni di cacao e caucciù – prendendo il posto degli schiavi dopo l’abolizione del regime coercitivo – e successivamente impiegati come minatori specializzati».

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Nel periodo tra le due guerre mondiali gli italiani arrivarono in Belgio per lavorare nelle miniere, che dagli anni Venti registravano una crescente penuria di manodopera locale. Nel 1939 già in 40mila avevano raggiunto il Belgio.

Come spiega Cassinis: «Emigrazione di massa – indiscriminata – ed emigrazione attentamente selezionata sono due momenti storici ben distinti l’uno dall’altro, ma entrambi rispondenti a due precise esigenze economiche del sistema capitalistico. La strategia che presiede l’emigrazione di massa può essere paragonata a quella dei primi periodi di industrializzazione di un Paese». Una volta soddisfatte le esigenze produttive di base – continua Cassinis – si consente l’ingresso solo a quelle categorie o a quelle popolazioni delle quali si ha bisogno per mantenere un certo equilibrio etnico e di mercato.

La Prima Guerra Mondiale segnò la fine della libera emigrazione e nel secondo dopoguerra essa è stata collegata all’esigenza produttiva di manodopera che non si reperiva nel mercato nazionale. Le statistiche messe insieme da Ferenczi e Willcox, su incarico del National Bureau of Economic Research statunitense e dell’International Labour Office, hanno quantificato in circa trentanove milioni di persone il deflusso migratorio dei cittadini europei verso gli altri continenti tra il 1861 e il 1913. Un esodo, un’emigrazione proletaria di massa alla quale l’Italia contribuì per circa un quinto del totale. La rivoluzione nei trasporti mondiali fu un fattore chiave, l’abbattimento dei tempi di navigazione come quello del costo del muoversi. In quarant’anni gli Stati Uniti quintuplicarono la propria rete ferroviaria. Buona parte dei flussi finanziari mondiali si dirigevano proprio verso i trasporti.

Come riporta Corrado Bonifazi ne L’Italia delle migrazioni (Il Mulino, 2013) dal 1931 al 1945 in nessuno dei paesi di maggiore immigrazione, dagli Stati Uniti all’Australia, si superarono mai i 100mila arrivi. Le rimesse passarono dai 4.5 miliardi di lire del 1924 ai 708 milioni del 1939. La crisi del 1929 chiuse sostanzialmente le frontiere. Il ventesimo è il secolo dei rifugiati che diventano un soggetto collettivo e dirimente nei rapporti fra Stati. La sola invasione tedesca del Belgio nella Prima Guerra Mondiale spinse un milione e mezzo di belgi ad abbandonare il paese. Tra il 1939 e il 1945 il 10%, circa cinquanta milioni, degli europei fu costretto a spostarsi dal luogo di nascita.

L’Italia con l’irrisolta questione meridionale ha proseguito a essere il più grande serbatoio di manodopera in cerca di occupazione. Il problema di fondo per il Belgio consisteva nel contrastare il declino della capacità produttiva dovuta alla diminuzione del numero di minatori. Occorreva sostituire gli ormai ex prigionieri di guerra e profughi con un relativo aumento dei costi fissi per l’impresa. Per il governo van Acker il carbone divenne l’emblema della rinascita del paese: nel 1944 il 92% dell’energia prodotta derivava dal carbone.

Il 95% dell’emigrazione italiana in Belgio finì in miniera, dove nessuno voleva andare perché si moriva, gli incidenti erano all’ordine del giorno. Ma che cos’è una miniera?

«Quando discendi labbasso nella mina, è un paese con le strade che vanno verso u cantiere di lavoro e con le vene che portano ognuna u nome suo o la sigla sua che tu, se sei buono minatore, devi conoscere. La mina è come passare dentro na galleria con nu treno, ma na galleria buia, nera nera», (Di Stefano, 2011).

Negli anni Quaranta in Belgio si crepava più in miniera che di cancro. «I belgi avevano paura del nostro modo di lavorare, mentre i padroni erano contenti», dice un migrante in una testimonianza raccolta da Abramo Seghetto in Sopravvissuti per raccontare. Dalla fame della campagna giungevano alla stazione centrale di Milano, i cui locali vennero trasformati in un ufficio per espletare le pratiche necessarie all’emigrazione.

Gino Pinton, contadino padovano classe 1918, testimonia nel testo sopracitato di essere stato comperato come uno schiavo appena arrivato a Charleroi: «(…) I padroni ci sceglievano secondo la presenza della persona, del lavoratore, e poi ci trasportavano chi da una parte chi dall’altra. A Charleroi la società Roton ha inviato i suoi rappresentanti a prendermi e a condurmi alla miniera di Falisolle». La sua storia è simbolica. Membro di una famiglia numerosa, dopo essere costretto ad arruolarsi dal 1934 al ’45 visse in clandestinità. Disoccupato come altri due milioni di italiani, nel 1947 depositò alla Camera del lavoro una domanda per emigrare e fu indirizzato in Cecoslovacchia. Il colpo di Stato comunista del 1948 rimescolò i piani con una nuova destinazione, il Belgio:

«Dopo cinque giorni di viaggio per arrivare a Milano, sono rimasto tre giorni nei locali sotto la stazione centrale. Eravamo messi come delle bestie; si dormiva per terra, le toilettes piene e non si poteva entrare dentro. Durante questi tre giorni ho dovuto passare le visite alle mani, alle vene varicose, radiografie. Ne mandavano indietro tanti. Visite effettuate da medici belgi e prima di partire avevo già il contratto di lavoro».

Pinton è uno dei moltissimi migranti, ieri come oggi, che si è sposato a distanza. In Italia con la sposa per il matrimonio c’era il padre del minatore, mentre lui era impegnato nel turno serale in miniera. Gino invece si è sposato in Belgio con una donna che rappresentava la moglie. Non avevano ancora i soldi per viaggiare. La prima figlia è nata in una piccola baracca col tetto in eternit, non distante dalla miniera. A scuola i figli non hanno avuto problemi. Ennio, primo della classe, è diventato poi impiegato alla Comunità Europea. In casa parlavano dialetto, mentre i figli il francese. Gino ha raccontato con orgoglio di non aver mai contratto debiti, se non un prestito da un amico per comprare un cappotto e superare l’inverno.

Interessanti sono anche le parole di un altro minatore, il friulano Giuseppe Pescarolo, a proposito dell’integrazione: «Quando siamo venuti qui i belgi ci dicevano: “Bisogna integrarsi”. Ma integrarci non vuol dire scomparire. Ah no! Bisogna essere, adattarci. Non vuol dire che abbiamo rinnegato le nostre origini, di cui oggi siamo fieri». Le incomprensioni fra genitori e figli che li accusavano di non essersi integrati erano all’ordine del giorno: «Penso che non possono capire che nella mia vita c’è stata una rottura proprio al momento più bello, quando la forza e la vitalità giovanile venne incanalata invece per la sopravvivenza, un lavoro, un salario», dice un minatore in Le pietre della speranza.

E quanti figli faticavano nel sentirsi né pienamente belgi né italiani? In Sopravvissuti per raccontare un minatore narra della figlia che, nonostante una laurea in filologia romana all’Università di Liegi e l’insegnamento come docente di lingue all’ateneo di Namur, avverte come irrisolta la propria identità. L’unica nazionalità in cui asseriva di riconoscersi è quella dell’Europa unita.

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L’ottantaduenne Giuseppe, ex abbattitore, siciliano, ha descritto a Di Stefano le visite mediche a Milano: «Nudo come mi ha messo al mondo la natura, mi ha visitato una giovine medica e mi ha trovato tutto buono, fino a che il volto cambia colore: “Voi avete una vena dal cuore che se ne va di là però se volete non c’è pericolo, potete andare alla Belgìca”. Io non mi ho certo spaventato per la vena». Il contratto prevedeva una permanenza minima di cinque anni in miniera. Lui è restato fino al 1974: «E ora sono sessant’anni e sei mesi che mi trovo nella Belgìca, ma ancora non mi ho mai fatto belga e non mi farò mai, lei mi comprende?»

Pochissimi rinnegano la scelta di andare, seppure protestarono contro le condizioni trovate in Belgio. Il pane è dignità e fuoco. Non c’era proprio la possibilità di vivere in Italia: «Ho arrivato senza una lira nella tasca e senza un pezzo di pane da mettere tra i denti, e invece quando ho cominciato a discendere nella mina potevo portarmi al fondo il brodo, la sosiccia e la pasta», prosegue Giuseppe.

Davanti alle case hanno trovato i cartelli Etrangers s’abstenir – niente stranieri. Dopo la catastrofe i macaroni fascisti morti di fame divennero copains, i compagni. La pratica religiosa comportò un problema di carattere generale. L’unica festa in calendario era Santa Barbara, patrona dei minatori. Tornati a casa serviva una seconda doccia e l’olio cosparso col cotone per togliere dalla pelle il nero carbone. Poi si accendeva la radio per ascoltare le notizie e la musica italiana.

«Ci abbiamo dimenticati quanto siamo stati miserabili e oggi sono tutti ministri che dicono: voi africani e zingari e albanesi siete buoni solamente a venire a crepare chez nous. Abbiamo ubliato la memoria di quanto siamo stati miserabili nel mondo. Con la storia che abbiamo si dovrebbe capire per primi anche le povere diavole che arrivano ogni giorno da un buco di miseria, come si legge nei giornali. Bisognerebbe avere due o tre occhi di riguardo e invece li vorremmo vedere anche a loro a buttare sangue nelle mine e se non ci sono le mine, vederli morire nelle usine e nelle firme. Voilà», suggerisce Peppe a Di Stefano e a tutti noi.

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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