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Il garantismo deturpato

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Questo pezzo è uscito sull’Unità, che ringraziamo (fonte immagine).

di Alessandro Mazzarelli

In politica succede che le parole d’ordine di uno schieramento politico possano cambiare partito, che venga raccolta una bandiera lasciata cadere da altri per issarla sul proprio campo. Basti pensare a parole come libertà, merito, sicurezza.

Per quanto riguarda il garantismo accade una storia ancora diversa, come ci racconta Dario Ippolito nel prologo fulminante del suo Lo spirito del garantismo. Montesquieu e il potere di punire (Donzelli). Garantismo è parola svilita, deturpata dall’abuso, accompagnata da aggettivi sprezzanti, garantismo peloso, garantismo d’accatto, garantismo ipocrita, garantismo eccessivo;sorge il sospetto in chi l’ascolta che sia un modo per salvare il politico di turno, il trucco di chi ha soldi, e bravi avvocati, per sfuggire alla legge.

Se l’ascesa di Berlusconi con i suoi processi e le polemiche sulle leggi ad personam non hanno aiutato il dibattito politico a restare sul merito dell’efficacia del sistema giudiziario italiano, oggi assistiamo al diffondersi di quella malcelata diffidenza verso il garantismo in ampi settori della società civile, trasversale alle classi sociali e al credo politico: il colpevole deve marcire in carcere.

Leggendo il libro di Ippolito — un libro puntuale, piacevole alla lettura e molto documentato — notiamo come quelle stesse teorie contro le quali Montesquieu si batteva tornano prepotenti, ottengono nuova ribalta. L’idea che sia la durezza della punizione, l’aumento delle pene, la ricerca di reati sempre nuovi da colpire sempre più duramente, le fattispecie penali dai contorni incerti, il buttare la chiave, e perché no la pena di morte, che siano queste le soluzioni per combattere crimine e violenza, trovano di nuovo cittadinanza.

È di qualche tempo fa il caso di Doina Matei, la ragazza condannata per l’omicidio preterintenzionale di Vanessa Russo, durante una lite in metro. Dopo aver scontato nove anni di carcere le è stata ritirata la semi-libertà per aver pubblicato su Facebook foto in cui sorrideva. Come se il colpevole non possa mai tornare alla normalità, come se la rieducazione (funzione ultima della pena) non sia un principio stabilito dalla nostra Costituzione ma un feticcio per anime belle.

E allora è assai utile e consigliato, ripercorrere sulle pagine de Lo spirito del garantismo, i passaggi logici, le intuizioni, con cui Montesquieu smonta questa sete di vendetta, perché inutile, anzi contraria non soltanto al senso di umanità, ma alla stessa società che stoltamente la invoca.

Non sono le leggi più o meno crudeli che fanno obbedire alle leggi, l’effetto dell’inasprimento delle pene è effimero, per esercitare la deterrenza non è necessaria la violenza, l’obiettivo è incivilire i costumi attraverso le leggi non infierire sui corpi attraverso i supplizi, la prevenzione generale non si ottiene incrementando le norme sanzionatorie bensì aumentando l’efficienza della giustizia penale. Furono idee che rivoluzionarono il diritto alla metà del 1700, andrebbero riaffermate con forza oggi, per migliorare giustizia, convivenza e sicurezza.

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