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Il garibaldino che ideò la statua della libertà

In queste ore, le città italiane si foderano di tricolori e nelle scuole si rispolvera l’inno nazionale alla ricerca di un’identità perduta. È in questo clima che la casa editrice Laterza pubblica un affascinante saggio che si occupa proprio delle strategie con cui le nazioni trasmettono valori in modi simbolici: organizzando parate, inventando feste, o piazzando nei parchi pubblici monumentali statue celebrative.
La storica Francesca Lidia Viano, nel libro La statua della libertà. Una storia globale (Laterza), ricostruisce la parabola dell’ideazione della colossale statua newyorkese, il suo travagliato finanziamento e la sua realizzazione, tessendo una ricchissima tela i cui fili sono la filosofia del diritto, le religione ufficiali e le sette esoteriche, la storia sociale, l’arte classica e quella di artisti anonimi, e la politica nelle sue infinite implicazioni. È molto raro leggere un saggio così completo ed erudito che sappia essere nello stesso tempo capace di narrare con sapienza letteraria (se non addirittura cinematografica) questioni storico-politiche, biografiche, geografiche ed economiche. Non è un caso, comunque, trattandosi di costruzione delle identità nazionali, che l’ideatore della statua della libertà, l’alsaziano Frédéric-Auguste Bartholdi, si affezionò ad un certo punto proprio a Garibaldi, gli fece da segretario particolare, e se ne andò in giro vestito con stivali sopra al ginocchio, pantaloni blu e camicia rossa.

Per cucire insieme le diverse vicende legate al progetto della statua, Francesca Lidia Viano segue sostanzialmente la vita dello scultore Bartholdi e quella del giurista Édouard Laboulaye, che fornì una sorta di impianto filosofico per la realizzazione della statua: «la chiave della dottrina ‘esposta’ dalla statua era racchiusa nelle lezioni tenute da Laboulaye al Collège de France, dove egli espose un ventaglio di teorie dell’evoluzione spirituale dell’umanità, che avrebbero fornito una sorta di ‘scheletro intellettuale’ della statua newyorkese». Per Laboulaye infatti l’America incorporava le dottrine di Orfeo e di Gesù che a loro volta parlavano attraverso la Costituzione. Ecco, per esempio, che la fiamma della torcia tenuta in una mano della statua, non sarebbe tanto il simbolo del progresso, ma quello di una vera e propria rivelazione.

Come recita il titolo di questo libro, lo studio qui presentato vanta un respiro planetario. In queste pagine si va dal vulcano di Stromboli, ritratto da Bartholdi in un acquarello, alle cascate del Niagara, si va dal canale di Suez all’istmo di Panama, dalle miniere d’oro dell’Ovest a Venezia, fino ai quartieri cinesi di San Francisco dove prostitute asiatiche truccatissime si offrono alla luce delle lanterne. Leggendo queste pagine, ci si ritrova in mezzo allo scoppio della Rivoluzione francese, alla Riforma Protestante, agli anni della Carboneria italiana, e alle teorie dei mesmeristi. Si incontrano personaggi di tutti i tipi, come Jean Jaques Rousseau e Napoleone, Cagliostro e alcuni massoni di una loggia dedicata a Iside, alchimisti, maghi e mistici, molto spesso si parla di Orfeo, e nei salotti intellettuali si incontrano Turgenev, Chopin e Litz, e non mancano panteisti neorinascimentali che in gioventù portarono a spasso aragoste al guinzaglio, un esperto di mongolfiere, e molte donne: russe elegantissime, giovanissime nubiane e Anne Charlotte Lynch, nota per aver rifiutato l’amore di Edgar Allan Poe. C’è insomma un mondo intero che vortica intorno alla statua e che riempie questa storia di rocambolesche suggestioni, la Parigi di Haussmann, la Roma del Bernini, le fabbriche di tabacco della Virginia, il Crystal Palace (che ospitava mulini, sirene, elefanti colossali) e Alessandria d’Egitto, epoche intere dallo sfondo polveroso dei secoli corrono in primo piano per mostrare come la Storia sia sempre intricata e vertiginosa: in poche pagine si passa da Vercingetorige al Ku Klux Clan, da Michelangelo ai Padri Fondatori americani, c’è l’ombra di Benjamin Franklin e una folla di persone che all’esposizione di Philadelphia del 1876 era rapita da macchinari che fabbricavano capelli finti.

Statue che rappresentano la Libertà sono state costruite tante volte nei secoli. Già nel Seicento, la Libertà era rappresentata come «Una Donna vestita di Bianco» che «nella destra mano tiene uno scettro, nella sinistra un Cappello». Nel famoso quadro La Libertà che guida il popolo di Delacroix c’è «una donna con il berretto frigio in piedi su una barricata che innalza la bandiera francese con la mano sinistra e regge un fucile con la destra». Le statue francesi che incarnano la Repubblica (nel 1848) sono le dirette antenate della statua che fu donata all’America. Ma per interpretare in profondità tutti i significati che esprime quella statua è necessario conoscere tutti suoi precedenti artistici, la vita tormentata dei suoi inventori e dei loro progetti artistici antecedenti, e tutto il variegato ambiente culturale che portò alla sua realizzazione.

Per tutto il saggio, Francesca Lidia Viano non fa altro che evocare luoghi, fatti e atmosfere per portare il lettore a interrogarsi sulla più semplice delle parole, «libertà», e a dimostrare come anche allora, ognuno attribuiva a questa parola, e quindi alla statua, significati diversi. Per gli uomini d’affari la libertà della statua era la libertà di commercio, per gli anticlericali era libertà dalla Chiesa. Per i nativi americani, per gli immigrati, per gli schiavi da poco liberati, e per le donne, la libertà rappresentata da quella androgina signora di rame col braccio teso era una libertà ancora diversa.

Ricorrenze, inni, bandiere, celebrazioni e soprattutto statue sono sempre strategie simboliche complesse che catalizzano le speranze, veicolano valori, saldano le differenze, quietano la scontentezza popolare e rendono concreto tutto ciò che ogni tanto appare illusorio, come appunto la giustizia, l’unità, o la libertà stessa, almeno per chi non la possiede ancora o per chi sente di non possederla più.

Questo articolo è uscito sul Riformista.

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
Commenti
Un commento a “Il garibaldino che ideò la statua della libertà”
  1. lupo scrive:

    E poi c’è Garibaldi socialista – chiedere ai fratelli Di Mino

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