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Il generone della narrativa italiana

Questo pezzo è uscito su Orwell.

Il generone italiano del romanzo commerciale ma non vergognosissimo è una categoria vasta di libri di case editrici grandi e potenti o piccole e stimate che ricevono dalla stampa il trattamento da romanzo serio e dal mercato il trattamento da macchina da soldi; la pila in libreria e l’invito da Fahreneit a Radio 3. Per definire i confini della categoria con tre nomi, diciamo che Piperno non ne fa parte, nonostante la critica TQ romana lo pensi; che – all’estremo opposto – Fabio Volo non ne fa parte e D’Avenia neppure; che i casi più citati della categoria sono la Mazzantini, Giordano e Carofiglio; e che, secondo le antipatie, uno scrittore e/o critico può decidere di infilarci dentro anche me e te, tanto per ferirci.

Diciamo anzi che diversi scrittori trenta-quarantenni appartenenti alla sacra casta della letteratura letteraria – compresi alcuni membri della redazione di Orwell – sono (siamo), per altri colleghi e critici, sul punto di entrare nel generone: la trasformazione esemplare e più temuta (o augurata dai nemici) è quella di Andrea De Carlo da promessa consigliata da Calvino a Claudio Baglioni del romanzesco: “Lara Laremi guarda la distesa scintillante del mare dal ponte della nave. La luce violenta si moltiplica sulla superficie dell’acqua, trapassa le lenti scure dei suoi occhiali, le invade i pensieri”.

Eppure, l’incipit di Villa Metaphora, il suo ultimo romanzo, è difficile da smontare come invece lo è, per esempio, l’incipit dell’esordio di Fabio Volo: “Ci sono momenti in cui la vita regala attimi di bellezza inattesa. Smetti di fare una cosa e ti accorgi che attorno a te tutto è perfetto, il dono di un Dio meno distratto del solito. Tutto sembra sincero”. Nelle righe di Fabio Volo non c’è niente, solo sentimento, nessuna immagine, nessuna tecnica. In De Carlo, per dirne una, c’è la patina di contemporaneo garantita dalla combinazione di fisica delle particelle e sentimento. L’unico vero segnale allarmante è la facile soluzione “le invade i pensieri” per farla franca dichiarando esplicitamente alla lettrice perbene che sì, la luce che avvolge tutto va messa in contatto diretto con il cuore di questa Lara.

Il punto che mi preme, però, è che nessuno scrittore italiano è del tutto senza peccato, perché usiamo una lingua priva di vera tradizione borghese e romanzesca e non sappiamo mai davvero come inventarci l’italiano che ci serve per tenere insieme la nonna abruzzese e gli studi umanistici, la lingua delle email, il “Sì” scritto senza accento sulla chat dello smartphone e una sintassi barocca e un dizionario infinito in cui la vera guerra tra alto e basso la fa chi usa “acciocché” o “sommovimenti carsici” contro chi usa “cioè” o “emozionale”. Una guerra tra boriosi garanti della tradizione che contano la percentuale di proposizioni subordinate nei testi altrui e i candidi cavalieri emozionali del: l’ho scritto come mi sentivo – che poi aprono la strada, inevitabilmente, ai romanzi-memoir dei cantanti, che in fondo sono quelli col maggior titolo per scrivere le cose come le sentono, da cui l’exploit del cantante dei Negramaro con un romanzo di paradossale palilalia.

Questo terreno spinoso, in cui devo cercare la trave nel mio occhio più che la pagliuzza in quello del mio nemico, mi ha spinto a fare un’indagine per verificare cos’è la lingua piana e mediocre di cui tanto parlano i critici che leggo quando stroncano i romanzi commerciali ma non vergognosissimi.

Ho fatto un’indagine a campione: sono andato in una libreria indipendente ma non militante e ho preso otto romanzi italiani ben esposti dal libraio: nomi commerciali decenti che oscillano tra quello che un amico potrebbe ancora ritenere parte di un pantheon di italiani di mezza età e quello da disprezzare a prescindere. Ho aperto a pagina 50 ciascun libro, ho fotografato la pagina, poi a casa ho trascritto le frasi che mi suonavano più medie, più da libro commerciale non vergognosissimo. Ora ho con me qualche decina di frasi e voglio vedere se mi regalano un’impressione complessiva e se posso trarre un insegnamento, negativo o positivo, un’indicazione su dove portare o non portare la mia lingua.

Ora che le ho lette e raccolte posso individuare – scusandomi per la ridicola dimensione del campione – una manciata di elementi comuni agli otto romanzi.

Gli stati d’animo vengono solo nominati invece che smontati e rimontati idiosincraticamente. “la nevrastenia di mia madre che mi urlava di far questo e quell’altro”. “Era veramente nel panico”. “Scoppiai a piangere”. “Il cuore prese a macinare come un treno in corsa”. “Ero in un tale stato di fragilità nervosa”.

Le reazioni sono sempre stereotipate, nessuna reazione sorprende. “La smorfia dolorosa di chi è costretto a mangiare a forza”. “Cercò la mia mano e la strinse forte”. “Il signor X è decisamente affascinato”. “La signora X è colpita quanto il marito”. “Non c’è una nota di irritazione nella sua voce”. “Eri rimasta abbagliata dalla luce del mattino”. “La mia frequentazione degli anziani è stata totalizzante”. “Spalancando gli occhi e sorridendomi”.

Il folklore è una patina raschiata la quale si scopre l’ovvietà del racconto. “Se lo scolò [il bicchiere pieno] tutto a succhiatura senza perderne una goccia e poi si lasciò andare a un gemito di piacere”. “Che cazzata stava per fare”. “Ai vecchi piaceva avere un giovane attorno (…) la mia presenza risvegliava ricordi di faccende accadute mille anni prima”.

La ricerca della bellezza dell’esperienza è sempre esplicita, pare anzi il valore chiave della “letteratura”.Una risata rotonda e contagiosa”. “Uno di quelli a cui la vita piace un sacco”. “Avevo la testa piena di storie”. “Provai l’orrore e il godimento di perdermi, lo spavento e la fierezza di deragliamento”. “Sbirciavo sul tuo bel viso stanco per le poche ore di sonno un’espressione sorpresa che mi riempiva di soddisfazione”. “La piccola pace ritrovata”. “Il mio bel lavoro che mi permetteva di conoscere del mondo la parte più vera”. “Una voce calda e roboante”.

Il bel sentimento, il sospiro, il sorriso, e insieme il rammarico per ciò che è brutto. “Era diventata esperta in un’arte che non richiedeva scuole”. “Svuotava di senso i discorsi”, “peso delle bugie”. “Sentivo che la Sardegna aveva molto in comune con te”. “Ora so che non avrei dovuto accettare quel silenzio lunghissimo”. “A scuola criticavo i miei amici perché si conciavano come scemi indossando…” “Eri ancora più bella così, un po’ segnata”.

Il sound anticato. “L’anziano, seppur aitante, progenitore di X”. “Certe vecchie che oltre a guarire le tossi e gli ascessi, qualche volta contendevano a Dio la vita che nasceva in grembi troppo giovani”. “Prendevo a pugni i compagni di scuola che provavano la droga”. “Un esagerato pezzo di ragazza, una bionda con una canottiera da infarto”. “Sciorina una spiegazione”. “Dall’interno sopraggiunge la voce del…”

Le somiglianze tra le frasi di questi libri richiedono un trattamento anonimo e diffuso del problema: la questione non è additare chi si macchia di lingua media. La lingua del mio articolo mi pare davvero poco fantasiosa e ispirata, per esempio. La questione è chiedersi cosa fare della prosa in presenza di un pubblico molto poco esigente, di editori assolutamente disponibili a ogni nostra sciatteria. La lingua media del romanzo commerciale non vergognosissimo è una lingua sentimentale, “emozionale” (l’anglismo più odioso dell’ultimo ventennio), che segnala o impone una scarsa immaginazione, che fossilizza i personaggi ma al tempo stesso costruisce un rapporto di stimolazione diretta delle emozioni più affidabili, spendibili, del lettore.

Se come scrittori ci scoprissimo un giorno attratti da questo incontro autoevidente e inconfutabile con il “cuore” del lettore? Se decidessimo che per far capire “ansia” basta scrivere “ansia”, così il lettore è più tranquillo e può proseguire la lettura e noi possiamo dire di averlo portato più dritto al “cuore” del romanzo? Se ci trovassimo un giorno improvvisamente d’accordo con la richiesta del mercato di parlare come mangiamo? Se ci rendessimo conto in fondo che la nostra lingua occasionalmente arzigogolata non è stato altro che sovrastruttura e che quindi tanto vale andare al “cuore” della letteratura scrivendo in scala 1:1? Se prendessimo la via disfattista per cui in fondo anche il gaddiano commissario Ingravallo non è che un facile marchingegno per stimolare l’empatia del lettore con la ruvida pietà di un uomo spiccio che s’intende di vini e disprezza i mediocri, dunque niente di sostanzialmente diverso da un Montalbano – e quindi anche la letteratura alta in fondo non è troppo alta e allora perché scriviamo così difficile? … A quel punto chi potrà tirarci per le orecchie, riga per riga, prima che andiamo in stampa? I nostri editor, che sulla fortuna dei nostri romanzi costruiscono la loro reputazione? Chi castigherà il sentimentalismo e il nominalismo delle nostre pagine – i nostri agenti?

La risposta è evidentemente “i critici”: ma i critici italiani non odiavano i romanzi?, non odiavano i borghesi?, non odiavano i romanzi borghesi? Come faranno ad aiutarci a scrivere meglio? I nostri romanzi, e la lingua italiana che filano, nascono in un vuoto, quelli presunti “buoni” e “letterari” sono lodati o stroncati al di là dei propri meriti e demeriti, la sensazione che hanno di solito gli scrittori non commerciali e cosiddetti letterari (quelli che nelle fiere internazionali vengono spinti come “literary fiction”) è che nessuno faccia mai una riflessione articolata sulla loro scrittura, una riflessione che possa portare un progresso nella loro scrittura. Si ricevono lodi facili, generiche, o stroncature disattente, mai costruttive. Nessuno dice: “qui, dove scrivi questo, tratti la lingua in una maniera non all’altezza dello scopo che ti sei prefisso con questo romanzo”. La puntualizzazione non è mai costruttiva, è spesso frettolosa, l’autore non può ricavarne alcuna indicazione per migliorare la propria scrittura. Uno degli autori più famosi d’Italia mi ha detto una volta che dopo un certo livello di successo nessuno viene amichevolmente a darti consigli su come non rincoglionirti, a darti una mano a migliorare; mi ha detto: “Io non voglio portarmi certi tic nella tomba, ma nessuno mi aiuta”.

La questione della lingua piana sciatta e sentimentale dei romanzi commerciali ha questo come risvolto: la condizione della lingua letteraria e la mancanza di un sistema ricco e non ideologico di scambio tra scrittori e critici. Chi ha una posta in gioco non può sparare sulla Croce Rossa delle pile in libreria, deve cominciare a preoccuparsi, o mettere in comune la preoccupazione che finora ha nascosto.

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
Commenti
32 Commenti a “Il generone della narrativa italiana”
  1. Giordano scrive:

    France, ti faccio una critica costruttiva. Emozionale, che definisci l’anglismo più odioso dell’ultimo ventennio, compare – tra l’altro – in Aldo Rossi, “Introduzione a Boullée”, 1967. Prefazione al terzo volume della collana di architettura Polis diretta per Marsilio da Rossi. Per dire che le stesse sequenze di lettere possono essere parole diverse. E essere state introdotte nell’uso in tempi diversi, dunque con un destino diverso. E che una riflessione sulla prosa, sul linguaggio, non ha alcun senso se rimane sul piano sociologico, simbolico, cosa che accade inevitabilmente quando si isola una parola o un’espressione e, davvero idiosincraticamente (e dunque certo, legittimamente) la si definisce odiosa o volgare o comunque segno di incapacità espressiva.
    Quanto al resto del tuo articolo, è bellissimo, spiacente.

  2. Federica scrive:

    …mamma mia, che gran pezzoni che escono quasi sempre su “Orwell”! Miglior supplemento in circolaz. non per eterogeneità (lì vincono altri) ma per qualità scrittura e ragionamento

  3. valentina scrive:

    un articolo intelligente e necessario. grazie!

  4. Diego scrive:

    Bel pezzo.

    Ma manca una categoria: quelli che non sanno scrivere ma lo fanno ex cathedra.

    Osservate, ve ne prego, la recensione (da analfabeta di ritorno da una cattiva università) di Andrea Cortellessa sulle poesie di Vincenzo Ostuni uscita sul manifesto: http://edizionipontesisto.wordpress.com/2012/11/29/andrea-cortellessa-su-il-manifesto-faldone-zero-venti-di-vincenzo-ostuni-unopera-vita/manifesto/#main

    Mi pare l’esatto uguale e contrario della recensione del tizio che sul Corriere elogiava il cantante dei Negramaro tirando in ballo tipo Dante o Eliot.

    A fronte di simili letture, le domande sono:
    è giusto che critici e professori come Cortellessa non abbiano il seguito di mezzo lettore?
    Vincenzo Ostuni è più efficace sulle questioni giuridiche che su quelle poetiche?
    “il manifesto” merita in fin dei conti di chiudere?

  5. pacifico scrive:

    ciao giordano (meacci, vero? non sembri tedoldi), grazie per l’indicazione. mi piacerebbe però leggere una frase da quel libro, vedere come viene usato. quando dico che è l’anglismo più odioso dell’ultimo ventennio intendo – mi rendo conto in modo troppo idiosincratico, dando per scontato quasi tutto – che l’uso recente di emozionale in sostituzione di emotivo suona molto male ed è una coattata pazzesca. e il bello è che tendenzialmente è una sostituzione giustificata, visto che emotivo non vale per tutti gli usi di emotional, tipo quello che vuol dire “che riguarda l’ambito delle emozioni / che ha a che fare con le emozioni”. in mezzo a un ragionamento si infilano spesso, e io lo faccio più di chiunque, le proprie fissazioni, quindi essere sgamato mi fa piacere. avanti e in alto! (anglismo)

  6. monica scrive:

    Anche io sono contraria agli anglicisms.

  7. paolopatch scrive:

    Tutto interessantissimo. Solo ti/mi chiedo, esiste IL “lettore poco esigente” che la lingua media colpirebbe al cuore? O non si sono piuttosto lettori che esigono lingue diverse? A. Tribù di lettori ipercritici che ri-scrivono a mente le frasi e si arrabbiano leggendo le espressioni dei romanzieri, che vogliono una lingua che innovi e spiazzi, un idioletto che, soltanto sesi dimostra capace di bucare la lingua stessa che essi padroneggiano assume il diritto di entrare nel loro cuore e nella loro esperienza; B. file di lettori che vogliono capire e non affaticarsi, e che invece si indispettiscono se lo fai strano (la tua prosa 1:1 forse è vicina a loro); C. ancora lettori occasionali, potenziali, o piuttosto non-lettori, legioni, che non parlano né leggono con disinvoltura quella lingua “media”, il generone, tantomeno una superlingua letteraria, ma altro gergo o dialetto, più familiari con le immagini che con i testi, e che uno scrittore potrebbe decidere di seguire per imitazione e per missione. Se ho capito bene nel tuo articolo presupponi come un dato di fatto che il 90% dei lettori appartenga al gruppo B (gruppo Baglioni), e non al gruppo A (gruppo Webern) né al gruppo C (gruppo Gangnam Style). Ma forse mi sono risposto da solo.

  8. Paolo1984 scrive:

    ma che significa reazioni stereotipate? Ciò che spesso con sufficienza e disprezzo chiamiamo “stereotipo” ha dei riscontri nella realtà..la narrativa racconta l’umano, e non esisto persone che reagiscono o potrebbero reagire in quel modo in determinate situazioni? Sì esistono, potrebbe capitare o è captato anche a noi di avere reazioni simili

  9. SpeakerMuto scrive:

    L’articolo mi è piaciuto molto. Per quanto riguarda il linguaggio, forse mi è sfuggita questa tua considerazione, però credo che spesso il lettore trovi soddisfazione nel leggere cercando di immedesimarsi nei personaggi – i protagonisti del romanzo sarebbero lo specchio dei lettori a cui è rivolto il testo. Tu (mi permetto di darti del tu) hai sicuramente una cultura e una sensibilità superiore alla media, per cui muovendo questa accusa alla letteratura italiana contemporanea, in realtà esprimi il tuo personale disagio, non una incapacità oggettiva. Più che di “incapacità”, infatti, io credo si possa parlare di “limite”, legato al pubblico, alla trama, al contesto e così via.

    D’altro canto, se prendiamo – per dire il primo che mi viene in mente – “Persecuzione” di Piperno, è scritto benissimo, per carità, però da’ l’impressione di una raccolta di personaggi, slegati dalla trama principale. Con questo voglio dire che il linguaggio è solo uno degli aspetti della narrativa, secondo me, altrimenti le librerie dovrebbero vendere vocabolari di grammatica prescrittiva e per di più “dotti” invece che fiction – azz, l’anglicismo.

  10. Su un certo tipo di tematiche presenti nella narrativa italiana e su un certo tipo di linguaggio direi: è chiaro, tutti proviamo sentimenti e una delle funzioni della letteratura è quella di dar loro voce. Ma, in effetti, anche a me è capitato di leggere o leggiucchiare opere di autori italiani, magari elogiate dalle solite recensioni su giornali e riviste, e di rimanere colpita dal linguaggio stereotipato, da un’esibizione di sentimentalismo davvero banale, da situazioni ripetitive che si ripropongono romanzo dopo romanzo con minime varianti. Esempio: il romanzo adolescenziale, protagonisti due ragazzi (due femmine o due maschi o maschio e femmina, questo è indifferente) amici e/o innamorati, tutt’e due estremamente strani e disadattati, con alle spalle una quantità di sventure che sembrano messe insieme secondo il criterio “chi più ne ha più ne metta”, dove non è chiaro quanta o quale sia la pretesa di realismo (spesso molto scarsa), se e dove siano presenti l’ironia o il grottesco, che già sarebbe qualcosa, quale sia la ricerca stilistica, se simili storie vengono narrate con un lessico da telenovela o giù di lì. E dunque: esiste questo “pubblico di bocca buona” che non reclama altro? Esiste certo, ma quanto è consistente? Si fa bene ad ammannirgli sempre la stessa zuppa? Non sarebbe, forse, in grado di assaporare anche qualcosa di diverso? E’ lo stesso discorso, in fondo, che si fa coi film o con le fiction nostrane… Naturalmente so che esiste di meglio, o almeno di più elaborato, ma so anche, e lo so da tanti anni, che se cerco un romanzo, non necessariamente un capolavoro letterario, ma con una buona storia e con personaggi più credibili, perlopiù devo cercare tra la narrativa non italiana.

  11. Francesca scrive:

    articolo interessante, e che dà materiale per riflettere. non solo a chi scrive, ma anche a chi legge. più consapevolezza e “pulizia” non possono che far bene a entrambi

  12. scrive:

    Bello! quasi emozionale…a parte questa cazzata, lo trovo un pezzo che spinge alla riflessione su una questione spinosa e lo fa senza dover per forza massacrare qualcuno.
    Complimenti.

  13. J. J. scrive:

    Articolo interessante, lo ammetto.
    Tuttavia devo ammettere che poco o nulla si può fare in rimedio, visto che spesso chi viene considerato scrittore mediocre è pubblicato largamente dalle maggiori case editrici “perché vende”.
    Nel dirti la verità ammetto che anche io ho letture leggere, di distrazione, ma assai di gran lunga prediligo gli scrittori “veri”. Gente che non scrive solo “come si sente” ma scrive per dare un “senso” alle cose, a ciò che vuole comunicare. Lo “scrivere come si sente” non è una sperimentazione (e allora sì che sarebbe apprezzabile, se realizzata con criterio), quanto piuttosto un gettare parole a caso, se strane meglio ancora. Io non sono nessuno per criticare, né voglio minimamente farlo ed esprimo solo il mio punto di vista, ma penso che bisogna dare ad ogni autore il giusto valore ed il giusto posto, onde non svalutare chi di talento ne ha da vendere e non viene neanche degnato di una lettura.

  14. Jacopo Lubich scrive:

    Bell’articolo, questioni importanti!
    Credo anche io che sia più un limite da parte dei lettori, che l’incapacità dello scrittore.
    Da una parte è chiaro che lo scrittore debba per forza di cosa (e purtroppo aggiungo) adattarsi ad un linguaggio “comprensibile” a tutti, ma è anche vero che se mai uno scrittore riuscirà a rapire intellettualmente un lettore, quest’ultimo non potrà mai alimentare il desiderio di vedere le sue emozioni raccontate con parole nuove – più appropriate semmai – o comunque diverse. Una possibile soluzione, se ce n’è una, potrebbe essere quella di utilizzare lo strumento più consono per “educare” il lettore non solo ad una lettura più attenta e consapevole, ma anche all’amore verso un linguaggio più “elevato” (che non vuol dire parlare in latino o utilizzare termini antiquati).

  15. sergio garufi scrive:

    “uno scrittore e/o critico può decidere di infilarci dentro anche me e te, tanto per ferirci”

    secondo me questo passo è il più interessante. spiega a chi si rivolge l’articolo, e a chi no. è vero, la distinzione tra “commerciali” e “letterari” parte da qui, dal linguaggio e da chi ci si figura come interlocutore.

  16. Wif scrive:

    Ci sono alcuni scrittori italiani di romanzi (di questo si parla mi pare) che scrivono bene , cito anch’io il Piperno dei suoi ultimi due romanzi, che però sembra proprio che non abbia niente da dire. che non stato rimasticato più volte da alcuni scrittori americani , canadesi ecc..Molti altri scrittori/trici scrivono in maniera disgustosa( Mazzantini per esempio e non solo lei) e raccontano storie melodrammatiche, troppo spesso ispirate al passato o a un improbabile futuro, sempre strillate, i sentimenti dei protagonisti sono ovvi, le situazioni forzate, il tipo di comunicazione è viscerale e volgare. insomma manca completamente l’autenticità della scrittura e soprattutto il senso , la sincerità, l’estro. a sostegno della narrazione. Sono continue mistificazioni, a volte troppo rivelatrici di qualche scuole di scrittura che insegnano quello che è impossibile insegnare ma che , per il lettore, diventa uno stereotipo. Almeno l’autentica passione dello scrittore, il rispetto di sè stesso, almeno questo deve sostenere una buona e bella scrittura dentro un buon libro. .E’ vero che la narrativa straniera è, invece, ancora molto ricca e appassionante.

  17. davide calzolari scrive:

    cari signorini,se ogni tanto volgeste te lo sguardo fuori dai soliti 5-10 nomi,vi accorgerete che la narrativa italiana è anche altro

    poi davvero è incomprensibile la solita fissa del linguaggio,quando il problema della letteratura italiana mainstream o con velleità d’autore( o simil tale..)è la mancanza di storie degne di questo nome,senza andare subito sul giallo e sul noir,o anche solo nel melting pot alla ammaniti

    x Pacifico,di cui peraltro ho apprezzato un romanzo:l’articolo sopra non mi fa gridare al miracolo,c’è troppo “sotto-squadro”,troppe filiazioni filologiche nel definire tipologie….

    x wif:bel colpo su piperno,scrivere rigoglioso come una pianta grassa,ma come storie,davvero sembra di esser davanti a un documentario,afflato narrativo davvero scarso

    in generale all’ estero va tutto un pò meglio,come romanzi robusti,ma ,anche se li leggiamo in traduzione,tutto questo lavoro sul linguaggio non lo vedo,anzi,pure un ian mc ewan ha dichiarato che con gli anni la sua attenzione verso il linguaggio è andata scendendo,e dire che qualche pagina pallosamente semi-saggistica è scappata pure a lui…

  18. davide calzolari scrive:

    scusate volevo scrivere”cari signori”,non certo cari”signorini”,refuso

    il tasto”modifica” proprio non c’è?help!

  19. Simone Nebbia scrive:

    Caro Francesco, da un po’ di tempo ormai seguo questo blog/rivista e Orwell e tutto ciò che mi sembra legato da pochissimi gradi di separazione. Ammetto che c’è davvero tanta qualità e volentieri mi faccio prendere da articoli come il tuo, ragionato e capace di non indicare altrove i problemi che investono anche noi e le nostre cose.
    Ho sempre lamentato una depauperazione dello stile da parte dei narratori italiani, forse sedotti da una narratosi fintamente realista, forse vittime di editori colpevoli di adescamento ai clamori e al successo, in luogo della ben più degna gloria. Mi viene da pensare ogni volta come certe narrazioni sembrino varcare mai la soglia della materia, restando orizzontali e piatte, invece di affondarvi dentro e rischiare, plasmare, se me lo concedi, morirci dentro. Altrimenti che scriviamo a fare?

    Ti ringrazio e continuerò a leggerti
    Simone

    PS PER DIEGO: Hai citato una recensione di Cortellessa su Ostuni poeta. Giuro che non riesco a capire la tua posizione dalle due frasi che scrivi, di senso totalmente opposto (ora Cortellessa è “analfabeta”, ma più avanti chiedi “è giusto che critici e professori come Cortellessa non abbiano il seguito di mezzo lettore?”). Sembra leggermente in contrasto ecco.

  20. Virginia scrive:

    Ottimi spunti [oramai non avrò più il coraggio di scrivere nemmeno una riga senza interrogarmi se io abbia avuto o meno cura per le parole e la lingua].
    una domanda, tanto per inquadrare il ragionamento: quali sono esempio che alzano l’asticella della scrittura? intendo proprio qualche suggerimento di lettura da parte dell’autore del pezzo.

    grazie in anticipo.

  21. Cristò scrive:

    Direi che la scommessa nella scrittura narrativa sia quella di far “esplodere la lingua media” ed è esattamente quello che non fanno la gran parte degli scrittori italiani di successo. Mi pare ormai evidente che la ricerca di una trama (un fatto d’invenzione) veramente forte, per intenderci uno di quegli intrecci che metta in secondo piano la scrittura, sia pura utopia per ragioni socio-esistenziali che sarebbe troppo lungo e difficile analizzare ora. La godibilità di un Asimov qualsiasi (scrittura piana, media, anonima che però racconta una storia complessa, evocativa, sorprendente) mi pare non faccia più parte della letteratura non solo italiana da decenni (con le ovvie e dovute eccezioni soprattutto americane). La lingua media è necessaria, direi imprescindibile, ma è altrettanto necessario usarla come si deve e cioè come plastilina. Ciò che trovo davvero insopportabile nelle frasi che citi è l’immensa banalità della costruzione della frase, la noiosa prevedibilità della successione di parole.
    Ma, c’è gente che in Italia scrive in maniera diversa da questa? Sì.
    C’è un solo grande editore che pubblica roba diversa da questa? No.
    C’è gente che legge roba diversa da questa? Sì.
    Ci sono critici che si sforzano di cercare una narrativa diversa da questa? No.

    Sono fermamente convinto che il problema vero della narrativa italiana sia il totale disinteresse di editori, editor e critica nella ricerca di una strada diversa da quella esistente. Se posso accettare da un Goffredo Fofi (o un a lui pari) un atteggiamento rinunciatario nei confronti delle nuove proposte (giustificato dall’età e probabilmente da un condivisibile senso di “infinita vanità del tutto”), non posso giustificare il silenzio totale dei fighissimi inserti fine-settimanali di fronte a romanzi di piccole case editrici, strarecensiti sul web e osannati dal basso. Libri distribuiti in una decina di librerie di un’unica provincia che vendono 800 copie in anno grazie al passaparola. Libri che stupiscono il lettore e non lo assecondano, libri che fanno esplodere la lingua media.
    Libri che vengono spediti a tutte le redazioni dei giornali locali e nazionali, ai principali critici italiani, che vengono regalati agli scrittori famosi durante le fiere e che rimangono sempre non letti.

    Credo, in definitiva, che a editori e critici manchi la curiosità necessaria e credo che il prossimo Pirandello e il prossimo Calvino saranno pubblicati a pagamento da qualche oscuro tipografo-editore di provincia o, ben che vada, in e-book autoprodotto.

  22. Federica scrive:

    Caro Cristò,
    ma se in Italia si pubblicano (e sono recensiti, e alcuni pure vendono!) scrittori come Michele Mari o Giorgio Vasta o Moresco o Ugo Cornia o lo Scarpa di “Groppi d’amore nella scuraglia” o Rezza o Busi o il Trevi più estremo o Tedoldi o Genna quando non fa gialli che questa operazione d’esplosione sulla lingua la operano eccome!

    Ma se uno come Fofi ha praticamente scoperto (e continua a farlo) metà delle cose nuove che avvengono in letteratura, cinema, fumetto, musica anno dopo anno, dallo sconosciutissimo Garrone, allo strasconosciuto (all’epoca) Gipi, all’alepoca sconosciuterrimo Saviano (fuor di successo planetario, le prime settimane di “Gomorra” fu salutato come una novità anche di codici narrativi…) gli allora sconosciutissimi Motus e Societas Raffaello Sanzio!

    Insomma: informati un po’ in giro prima di incasinare ancor più le cose… per rimanere all’ambito tratrale il prossimo Pirandello o meglio il prossimo Carmelo Bene (per rimanere al teatro) si chiamava per esempio proprio Societas Raffaello Sanzio, e alla fine se n’è accorto il mondo intero (sono celebrati internazionalmente, adesso, Castellucci e co.) e mi sa che chi non se n’è accorto non è il mondo ma quelli come te. Senza polemica. Ma così siete solo distruttivi.

  23. Cristò scrive:

    Federica, Moresco per me è da premio Nobel, ma non è che abbia avuto vita facile con gli editori, anzi leggi Lettere a nessuno se non l’hai già letto. Fidati che negli ambienti Moresco è considerato uno che tanto non vende.
    Tutti gli altri che citi, aggiungerei anche Tommaso Pincio e Emanuele Tonon, fanno certamente dell’ottima letteratura, fanno molto spesso esplodere la lingua (alcuni di loro anche troppo) ma sono meno celebrati dalla critica di certi scrittorucci qualsiasi.
    Di informarmi mi informo abbastanza, ma certo è che la letteratura italiana (come anche il nostro cinema) soffre di una omologazione, di un piattume che rischia di diventare pattume.

    Per quanto riguarda Fofi ha davvero tutta la mia stima ma me l’ha detto lui in persona che è stanco, malato e non gliene frega più niente… parole sue. Lo capisco profondamente, davvero. Più che altro ci vorrebbe un Fofi di quarantanni, ma in giro non ne vedo. Se ne conosci uno, ti prego, presentamelo.

    Per quanto riguarda Saviano: non l’ho letto e non lo leggerò… motivi miei.

    Sul “senza polemica”: figurati amo polemizzare.

  24. Nicola Lagioia scrive:

    …vorrei tranquillizzare Cristò. Fofi non è stanco, non è affatto malato, e si dà da fare un sacco come sempre: con “Lo Straniero”, gli “Asini”, e tante iniziative sparse per l’Italia. E con un’energia per me soprendente. Parola di uno che abita a due civici da lui, collabora regolarmente alla rivista e lo vede un paio di volte a settimana. Tanti anni fa dissi a un giornalista troppo insistente sui miei casi personali che abitavo a Berlino perché stavo vivendo il mio “momento Bowie”. La notizia continuò a rimbalzare un paio d’anni sulla stampa, finì addirittura su una nota biografica. Per dire (nel caso di Fofi si sarà trattato di altro) come nascono certe leggende.

  25. Cristò scrive:

    Nicola e allora si vede che l’unica volta che ho avuto modo di parlargli era in un giorno no. Sono contento di sbagliarmi. Fori per me rimane un punto di riferimento importante.

  26. mila mercadante scrive:

    Un’analisi interessante e onesta. In un anno a malapena si riesce a leggere un solo autore italiano contemporaneo in grado di stupire. Nello stesso anno si possono leggere almeno tre o quattro libri di autori stranieri superlativi. Ci sono molti lettori insoddisfatti, in giro. Storytellers a iosa in Italia, pochissimi scrittori.
    “Se decidessimo che per far capire “ansia” basta scrivere “ansia”, così il lettore è più tranquillo e può proseguire la lettura e noi possiamo dire di averlo portato più dritto al “cuore” del romanzo?” Ecco. Agota Kristof lo ha fatto, a suo tempo. Non una parola di troppo e una storia da raccontare, non un pretesto.

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  1. […] del generone (di Francesco Pacifico – su Minima et Moralia) Ecco un articolo stimolante per riflettere sulla lingua che incontriamo in un certo tipo di […]

  2. […] questo libro ripensavo alle discussioni letterarie che avevo sentito o letto in questi anni. Tipo un articolo di Francesco Pacifico uscito di recente su Orwell a proposito di letteratura di qualità e di […]

  3. […] All’articolo di Francesco Pacifico sulla lingua media del romanzo italiano medio, uscito sulle pagine di Orwell circa un mese fa, hanno già provato a rispondere altri articoli senza entrare nel merito della questione che allo scrittore stava più a cuore e che formulava alla fine del pezzo: perché i critici, oggi, non riescono a dialogare con i romanzieri (e viceversa), lasciandoli in balia di un mercato livellante? Forse non a caso quelle risposte non rispondevano, essendo scritte a loro volta da romanzieri e non da critici. E in quell’asimmetria pericolosamente tendente all’autoreferenzialità forse già si profilava un barlume di spiegazione, perché in effetti a fare critica militante sui giornali, oggi, sono quasi più spesso i romanzieri dei critici. Ma andiamo con ordine. […]

  4. […] un interessante articolo (Il generone della narrativa Italiana) Francesco Pacifico ha registrato alcuni cliché della narrativa italiana commerciale identificando […]

  5. […] di averlo linkato già altre volte, ma questo articolo di Francesco Pacifico sulla mediocrità lessicale della narrativa italiana contemporanea è un articolostrappato che […]

  6. […] che cita per esempio Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse e Due di due di Andrea De Carlo (che Francesco Pacifico definisce “Claudio Baglioni del […]



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