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Il geografo e il viaggiatore

di Stefano Zangrando

Massimo Rizzante, Il geografo e il viaggiatore. Lettere, dialoghi, saggi e una nota azzurra sull’opera di Italo Calvino e di Gianni Celati, pp. 140, € 15,00, Effigie, Milano 2017.

Non c’è forse nulla di ermeneutico nel sostenere che Italo Calvino e Gianni Celati furono, prima ancora che mentore e allievo o sodali come quando nel ’68 progettarono la rivista «Ali Babà», semplicemente amici. Pure è da qui, da questo nucleo umano che parte Massimo Rizzante nella sua esplorazione saggistica dell’opera e della poetica di due fra i maggiori narratori del secondo Novecento italiano. Un’amicizia che per lo stesso Rizzante, giunto dopo L’albero (Marsilio, 2007) al terzo episodio editoriale nella stessa collana di Effigie – ricordo le sferzate critiche alla contemporaneità di Non siamo gli ultimi (2009) e il “saggio-mondo” di Un dialogo infinito (2015) –, è principio fondante del suo lavoro di autore e critico, tanto che può affermare, sulle orme del suo maestro Milan Kundera, che l’amicizia è la forma, «forse l’ultima, in grado di renderci meno scontenti e più in dialogo con il mondo, ovvero meno sentimentali e più sensibili».

Fu proprio a Parigi negli anni novanta, all’epoca dei seminari kunderiani presso l’École des Hautes Études, che Rizzante elaborò una prima versione in francese di questo libro, oggi completamente riveduto e ampliato, partendo dal debito comune che Calvino e Celati dichiaravano nei confronti del Rinascimento. Non si trattava solo del poema cavalleresco, di Ariosto in un caso o Boiardo nell’altro, ma anche di apporti meno riconducibili al canone letterario: Galileo per Calvino, che ne fu inedito valorizzatore, Giordano Bruno e Vico per colui che, al momento della svolta postmoderna del primo, imboccò tutt’altra strada, senza che per questo l’affetto fra loro si estinguesse. Del resto, anche a risalire oltre la svolta rinascimentale, tracciandone anzi due fra le molte filiazioni antiche, a dispetto di un comune denominatore aristotelico Calvino guardava semmai alle Metamorfosi ovidiane, Celati invece a quella apuleiana dell’Asino d’oro, giusta una curiositas non separabile dal desiderio erotico e «che non si strugge più di tanto nel cercare una via retta alla conoscenza del mondo». È quella che Rizzante, attribuendola allo stesso autore di Verso la foce come di molti altri testi di matrice novellistica, orale e comunitaria in cui la peregrinazione è una forma di empatica adesione alle «apparenze», chiama «saggezza dell’ignoranza» – alla quale l’ansia conoscitiva, lineare e geometrica di Calvino pare contrapporsi per come cerca invece l’«alfabeto invisibile» che soggiace ai fenomeni, prediligendo, come dirà Rizzante nella «nota azzurra» che chiude il volume, l’«essere» all’apparire.

È così che si definiscono, a parità d’inclinazione allo studio, il «geografo» e il «viaggiatore» del titolo, l’uno appunto più proteso a disegnare mappe e interpretare, l’altro più incline a una svagata simpatia con la realtà nel suo manifestarsi immediato. Rizzante segue dunque il reiterato intrecciarsi e discostarsi fra due scelte di scrittura e narrazione che sono anche modi di stare al mondo e che, soprattutto nel caso di Celati, si avvalgono di innesti “autografi”, ovvero dialoghi e lettere frutto, a loro volta, della pluriennale amicizia fra l’autore e, in questo caso, il suo soggetto. Ne risulta una varietà compositiva che giunge, di secolo in secolo, fra verità e invenzione, a scandagliare le ascendenze leopardiane o walseriane nell’uno o nell’altro, fino a una contemporaneità in cui Celati, almeno lui, può ancora esprimere di persona, accanto allo stesso Rizzante e al comune amico Enrico De Vivo, co-autore con il padano dei Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna (2010), la propria idea di «fantasia». È questa, infatti, o l’«immaginazione», una nozione-chiave che attraversa il volume e attorno a cui sovente indugia il passo saggistico di Rizzante: quell’immaginazione che è una forma della memoria e che, per Celati, è strumento umano primario, integrale e pre-kantiano, di approccio alle cose. Nulla a che vedere, per inciso, con l’idea di fantasia che forgia le odierne convenzioni estetiche, sottomesse piuttosto a un mélange ideologico di militanza e neopositivismo che preferisce ben distinguere l’evasione dall’osservazione, la fantasia dalla conoscenza del reale.

Calvino se ne andò appena in tempo per delineare il lascito incompiuto delle Lezioni americane, parecchi anni prima che Celati portasse all’estremo la propria ricerca esistenziale e poetica nella mera «sussistenza» trovata nel villaggio africano di Diol Kadd, dove si spoglierà del «nostro mimetismo da quattro soldi» per «guardar passare la vita giorno per giorno». Al primo, tuttavia, che di una simile «nudità» non si accontentava, Rizzante dedica almeno un dialogo immaginario fra le rovine di Tula già visitate da Palomar, poiché è qui che Calvino pare trasfigurare il confronto con l’amico più giovane e avvicinare i loro sguardi: «Ecco cos’è stato Tula per me: la possibilità di sospendere la danza ermeneutica attorno alle cose, di cominciare un’altra danza. Non una vera e propria danza dionisiaca. Quanto piuttosto un saltellare primitivo al ritmo di un tamburo».

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