Christian.Raimo

Il giornalismo culturale come educazione del lettore

Vorrei usare questo spazio non solo per raccontare quello che è accaduto nel nostro piccolo inserto settimanale, Orwell, ma per buttare lì due o tre note sul giornalismo culturale in Italia. E partirei dai soldi. Perché i soldi rappresentano – all’interno di un sistema di buone volontà e cattive proiezioni – il principio di realtà. Luca Telese quest’estate con una sfrontata incoscienza che spesso abbiamo scambiato e forse anche giustamente per coraggio, su indicazione di Federico Mello, mi ha invitato insieme a altri a cena. Non ci conoscevamo, ci siamo trovati abbastanza; ha pagato lui il conto – quasi trecento euro se non ricordo male (io avevo venti euro nel portafoglio). Un altro giorno è venuto da me e mi ha chiarito che voleva fare questo inserto culturale: gli aveva trovato un bel nome, Orwell, e pensava di destinargli quattro pagine e un budget di 1000 euro (“Lordi?”, “Si parla sempre di lordi”) per ogni numero – soldi che mi potevo gestire come volevo. 1000 euro… 1000 euro, mi sono detto, è circa un decimo o un ventesimo di quanto dispongono altri supplementi del genere. Era da accettare? O mi avrebbe messo in una familiare posizione di autosfruttamento, per evitare la quale avrei almeno dovuto trovare qualcuno su cui esercitare dell’eterosfruttamento? Ci ho pensato abbastanza: in un pomeriggio caldissimo alla fine di un agosto in cui avevo dovuto spendere un paio dei miei stipendi da insegnante per l’assicurazione e la frizione della macchina e in cui avevo sperimentato uno stato di penuria tale da farmi chiedere prestiti a gente praticamente sconosciuta, la tentazione di avere a disposizione altri 2000 euro (lordi ok) per me ogni mese e mettere gli altri 2000 per pagare i collaboratori, aveva il sapore dell’essersi emancipati dalle telefonate del lunedì mattina dalla banca che ti avvisa di andarci piano con quella carta di credito. Ma questa tentazione non era l’espressione perfetta della scelta che ti viene presentata ogni volta che ti viene data una piccola possibilità di esercitare un po’ di potere? Ora che puoi essere tu a sfruttare, cosa farai?

Mesi di discussione tra TQ, Teatro Valle, Errori di Stampa, Quinto Stato sul lavoro culturale mi avevano instillato fortunatamente un vademecum interno, composto essenzialmente di tre principi: trasparenza, cogestione, autocritica. Ho chiamato i migliori giornalisti culturali che conoscevo, e gli ho proposto di collaborare al giornale, creando una redazione informale. Gli ho enunciato le condizioni: libertà totale sui pezzi e un budget di 100 euro (lordi) a articolo. Pochi, ma forse sufficienti per pretendere dei pezzi ben scritti. Con sei sette articoli a numero, rimanevano circa 3-400 euro. Di questi 200 pagavano il mio lavoro, gli altri 100-200 il lavoro di chi mi aiutava – ossia jumpinshark (di cui ammiravo il lavoro di critica alla comunicazione che faceva sul suo blog) per la cura dei social network; e Fabio Severo e Alessandro Imbriaco (che ammiravo per il lavoro che fanno per un’agenzia che si chiama Zona e con un blog che si chiama hyppolitebayard) nel trovare le immagini. Alle immagini che hanno un ruolo di ancella se non di cenerentola nei giornali dovevano andava riconosciuto valore a sé: avevamo concordato sarebbero state pagate se originali; non pagate se non originali e concesse dai fotografi o dagli illustratori a cui piaceva un inserto che dedicava l’intero apparato iconografico a un’artista alla volta. Mi sembra incredibile come con risorse tanto esigue (arrivate a 1800 euro quando da quattro siamo passati a otto pagine) abbiamo lavorato su ogni numero con una cura pazzesca, invertendo alcuni cattivi costumi del giornalismo culturale in Italia: 1) quell’urgenza degli uffici stampa che risponde solo a un’ansia da piazzista > chi legge un pezzo di informazione culturale – ci siamo detti – vuole idee, punti di vista, critiche, non segnalazioni, pubblicità mal celata; 2) i pezzi che vanno in pagina con una passata e via > gli articoli devono essere editati, anche quattro, cinque, sei volte: è proprio da questa discussione che si crea un ambiente redazionale, una discussione interna in grado di rendere giornale non un insieme di piccoli feudi egolatrici l’uno contro l’altro ignoti se non armati; 3) zero riunioni con i collaboratori: in moltissime esperienze giornalistiche che c’erano capitate avevamo visto quanto fosse raro conoscere di persona o anche per mail chi scriveva il pezzo pubblicato accanto al nostro > è stato fondamentale vedersi tutte le settimane, sentirsi tutti i giorni, discutere in mailing-list sul senso da dare ogni volta al numero, 4) pezzi pagati in modo diverso a seconda dei collaboratori > marxianamente, non abbiamo tutti gli stessi bisogni?

Tutto questo – e molto altro – ha pagato. In termini di credito, Orwell con poche pagine e in soli tre mesi si è ritagliato uno spazio riconoscibile nel dibattito culturale italiano – e qui viene il momento di ringraziare di cuore per l’affetto tutti quelli che ci hanno letto, seguito su facebook e su twitter, e che ci spronano a continuare – e l’ha fatto a mio avviso azzardando cose quasi scontate ma spesso inedite. Per esempio? 1) Tornare a parlare dello stesso libro tre o quattro volte: se esce un libro bello e complicato perché liquidarlo con una sola recensione? 2) Lavorare sulle retoriche più che sui temi: in un sistema giornalistico dove i temi sono sinonimi di mode o di flame su twitter, non ha più senso ragionare sul modo in cui si formano i discorsi? 3) Non accettare la logica dell’anticipazione o dell’intervista concordata: possiamo pensare che la lettura non sia solamente un consumo culturale ma un modo di relazionarsi al mondo?

Cosa ci rimane di quest’esperienza? Moltissimo: il sapere che con mezzi di fortuna e intelligenze condivise si può fare un piccolo inserto culturale tutte le settimane senza scendere a compromessi ma creando un gruppo di lavoro, e educando (sì, usiamola questa parola) i lettori. Pochissimo: in termini economici, 3500 euro in tutto ci sono stati pagati fino a oggi (io ne ho presi 425). Ne dobbiamo avere circa altri 15500, che speriamo ci siano dati quanto prima, liquidazione o meno.

Veniamo alle autocritiche, a quelle che ci stiamo facendo in questi giorni. La più netta e doverosa è quella che partiva da chi comprava o leggeva on line i nostri articoli. Ad alcuni il giornale non piaceva punto, parlo di Pubblico e parlo di Orwell, per motivi espressamente giornalistici. Articoli autoreferenziali, poca chiarezza nei riferimenti, snobismo… abbiamo cercato di farne tesoro settimana dopo settimana, se fossimo rimasti in edicola di più saremmo credo riusciti a creare una comunità meravigliosamente virtuosa non solo tra noi collaboratori ma anche con i lettori. Volevamo fare una festa di Orwell, forse la faremo lo stesso sperando che non abbia l’odore di un funerale.

Cosa dire ancora? È stato bellissimo. Ma è stato come quando conoscete qualcuno, ci uscite, è evidente che vi piacete, passate un sacco di tempo insieme, poi un giorno di punto in bianco questo tizio vi dice che tra voi è finita. Dico, non vi verrà da rispondere: cavolo, ma non ci siamo nemmeno baciati…?

(foto: L’estensore dell’articolo nelle sue ultime ore nella redazione di Pubblico.)

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
10 Commenti a “Il giornalismo culturale come educazione del lettore”
  1. Riccardo Bruni scrive:

    Un quadro nell’insieme davvero deprimente. Mi tornano in mente certe pagine di “Pazzi scatenati” di Federico Di Vita. E una canzone di Frankie Hi Nrg (chiedi chiedi). Spero che almeno parte di questa esperienza continui, in rete, trovando nuovi mezzi di finanziamento. Più che una scelta consapevole, puro istinto di sopravvivenza.

  2. peppe scrive:

    Leggendo questo pezzo apprezzo ancora di più quello che è stato (é?) Orwell in questi mesi: una boccata d’aria fresca. E anche di più, spero davvero che ci sia una festa d’inizio…
    belle cose

  3. Dino Marino scrive:

    Mi dispiace sento un che di ingenuo nel racconto ma la buona fede spesso é ingenua
    Il giornale denunciava l’ego del direttore ma Orwell mi piaceva e spero proprio che possiate continuare almeno in rete buon tutto.

  4. luigi scrive:

    Gli ultimi numeri sono stati proprio “gustosi” e formativi…trovavi puntualmente delle perle. Spero l’esperienza possa in qualche modo continuare

  5. Eva scrive:

    Con “Orwell”, viene meno per me l’unico motivo che mi spingeva ad acquistare “Pubblico” una volta a settimana. Ringrazio tutta la redazione di Orwell per l’ottimo lavoro svolto e spero che la decisione di fare a meno del vostro impegno possa essere rivista.
    Buon anno a voi tutti,
    Eva

  6. Vanessa scrive:

    A me della tua riflessione colpiscono un poco le premesse: l’invito a cena, la sfrontata incoscienza, il coraggio. Non so se stiamo parlando di due persone diverse ma il Luca Telese che conosco io(professionalmente) non mi sembra possa certo essere portato come esempio di un giornalismo coraggioso e sfrontato anzi. Poi sicuramente sarà una persona generosa, e anche a suo modo coraggiosa. Ma l’immagine pubblica che ha voluto dare e ha dato di sé in questi anni è estremamente dentro le righe di un giornalismo italiano che raramente ci stupisce. Detto questo da lavoratrice dell’industria culturale (RAI Tre), precaria dell’Università (La sapienza) assessore alla cultura di un piccolo comune (Anguillara) vedo benissimo e condivido e capisco tutte le tue motivazioni. La sfida, il possiamo farcela, solo i più bravi, cresciamo con le critiche, fare tutto e bene con pochissimi fondi, e ultimo ma fondamentale i conti da pagare e una scrittura su richiesta che (ci) serve per vivere. A me la storia di Pubblico (che è un quotidiano di cui non sentivo affatto la mancanza) e di Orwell (che è l’inserto culturale che mancava invece) racconta invece che quello che si spaccia per coraggio sia in realtà responsabile e colpevole incoscienza (un ossimoro?) che come al solito si è appropriata di intelligenze e tempo e lavoro per questioni niente affatto chiare. Non so se a ridosso di un 2013 che spero migliore si possa ancora parlare di conflitto fra capitale e lavoro: ma alla fine è questo il vostro lavoro carta straccia per il capitale che non ha voluto e non vuole più rischiare. E, mi perdoni De Andrè, un potere vestito da umana sembianza che ormai vi (ci) considera morti abbastanza. Una volta Nuova Ecologia scrisse del ministro Giorgio Ruffolo, l’uomo giusto al posto sbagliato: Orwell mi ha fatto sempre pensare a questa frase. L’inserto giusto nel quotidiano sbagliato. In bocca al lupo. Speriamo di ritrovarvi presto altrove che francamente di inserti culturali come Orwell abbiamo (ho) bisogno.

  7. Lucia De Santis scrive:

    Mi dispiace molto per la fine di Orwell (speriamo: della prima incartazione di Orwell). Ne leggevo tre quarti, di questi riuscivo a decodificarne un terzo, che per due quinti mi innervosiva, ma valeva il 100% dell’attenzione dedicata. Forse se l’educazione fosse continuata, e se mi impegnavo di più, avrei potuto migliorare, anche se mi mancano le basi…
    Rifatevi vivi.

    [Per Francesco Pacifico: Anche se nessuno ha il coraggio di dirlo, è evidente che è tutta colpa di un complotto massonico pilotato dagli UFO]

  8. Pierfranco scrive:

    Sono molto colpito e interessato dalla descrizione del “dietro le quinte” di Orwell, del progetto che lo ha ispirato. Tra le cose che mi hanno colpito di più c’è l’idea di un progetto di educazione critica del lettore e la consapevolezza di dover raggiungere l’indipendenza rispetto agli uffici stampa delle case editrici; la certezza che “chi legge un pezzo di informazione culturale – ci siamo detti – vuole idee, punti di vista, critiche, non segnalazioni, pubblicità mal celata”. Per centrare questo obiettivo è necessario saper trovare dei collaboratori davvero indipendenti. E chi ha diretto Orwell c’è riuscito. Uno degli articoli apparsi che secondo me dimostra meglio questa capacità è la recensione al romanzo “Il corpo umano” di Paolo Giordano apparsa sul numero del 17 novembre. È realmente una recensione, cioè un articolo che dimostra una dimensione critica, e di cui altri recensori sui supplementi culturali che ho letto non hanno dato prova. Nella loro analisi dello stile di Giordano ho trovato le mie stesse impressioni. Ho visto che è un’opera collettiva della rivista online 404 file not found: http://quattrocentoquattro.com/2012/12/08/la-guerra-niente-di-che-recensione-a-il-corpo-umano-di-paolo-giordano/di E allora si capisce: è un progetto condotto da persone estranee agli ambienti editoriali. Ecco si cosa c’è bisogno: di saper trovare questo tipo di collaboratori. Quindi viva Internet e la pubblicazione a bassissimo costo che consente garantendo la pluralità dei punti di vista.

  9. Lucia Vergano scrive:

    E’ un peccato, credo, che l’esperimento di giornalismo culturale rappresentato da Orwell si sia spento sul nascere e mi auguro che si renda in qualche modo possibile riprodurne contenuti e prassi redazionali sotto altre spoglie. Ho trovato particolarmente apprezzabile l’enfasi posta nel resoconto sulla dimensione pecuniaria: rintengo infatti alquanto necessario insistere apertamente sul deterioramento delle condizioni di lavoro per chi si dedica alla professione intellettuale. Personalmente, credo che soltanto un lungimirante e ponderato intervento pubblico potrebbe contribuire a correggere la situazione attuale, invertendo una tendenza che da tempo pare purtroppo inarrestabile.

  10. Gloria Gaetano scrive:

    Io ho già fatto la mia proposta nell’altro commento. Non liquidate superficialmente la mia ipotesi.
    Il modello, il progetto che si sceglie è fondamentale. on onti d’intervento pubblico, non se ne parlerà mai.
    L’unica alternativa è associazione , cooperativa, o impresa sociale.

    Quanti soldi servono ? Ognuno dà quello che può e diviene socio, collaborando., scrivendo, leggendo.

Aggiungi un commento