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Il giorno del battito

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Abbiamo le prove è una rivista quotidiana di nonfiction femminile fondata da Violetta Bellocchio. Pubblichiamo la storia di Licia Ambu ringraziando l’autrice e la rivista. (Fonte immagine)

di Licia Ambu

Ormone beta HCG. Betaaccacigi.
Al valore 2133 inizia la storia.

E quando inizia così non è che ci credi bene subito. Non io almeno. Sei lì a guardare la televisione, ti fai un paio di conti e dopo un quarto d’ora le coordinate del tuo lunedì sono tutte sconvolte. Incinta. Dio del cielo e adesso? Una bomba a orologeria. Nell’arco di un secondo mi passa in testa una quantità di informazioni difficili da smaltire anche avendo parecchio bel tempo da occupare. La pancia diversa che si ingrandisce a vista d’occhio, adesso siamo in due e deve uscire da qui, conto già tre spazzolini, ricorsive notti in bianco e tutto che ancora sono solo seduta sul water, davanti al lavandino, con la pressione indecisa.

Mi servono nozioni spazio-temporali per una festa che si sta svolgendo dentro al mio corpo, che non è un concetto facilissimo né immediato da considerare, in alcune circostanze. Mi danno un tempo e un luogo, in quel modo che io vorrei d’improvviso apparisse un grafico con maestra inclusa, occhiali e bacchetta pure, che mi spiegasse come si spiega ai bambini delle elementari come si scrive la lettera a, che mi dicesse con delicatezza la previsione futura, e cioè che il parto potrebbe essere intorno ad agosto, e la serie infinita di esami siglati che mi prescrive. Nel frattempo la percezione del mondo cambia. Mi ritrovo su un altro pianeta, col mio segreto, dove le stesse cose di sempre sono diverse anche se fatte allo stesso modo. Scegliere una camomilla, soffiarsi il naso, fare le scale.

Racconto io alla mia mamma, lui alla sua, e da fino a tre mesi silenzio, lo sanno solo quelli di famiglia si arriva tranquillamente a civili trenta almeno. Anche questa parte della storia viene un po’ ostica, niente in confronto al dopo ma comunque belle grane. Le credenze della nonna che chiama da chilometri lontani per sincerarsi sull’assoluta abolizione della doccia calda, rischio pericolosissimo. Di colpo sono la malata, non devo fare sforzi, non posso guidare, fare la spesa, stancarmi troppo. Tutti hanno la saggezza e tutti sanno il meglio per te che nel frattempo, come effetti collaterali, solo ti addormenti ovunque dopo pranzo, in qualsiasi situazione, e hai sete. Tantissima sete. E vorresti solo un attimo di tempo per capire che cosa diavolo sta succedendo. Viene poi da capire perché fino a un certo momento sia espressamente indicato di tenerseli per sé, certi fatti. Dopo, quando si è certi, dopo è tutta discesa pare. Discesa, regali e stelle filanti.

Il fatto che proprio mi cambia la vita per sempre, però, succede dopo. Il giorno del battito. Me ne sto sdraiata in questo studio, nel silenzio, quando arriva il suono. Un puntino nello schermo indecifrabile, una lucetta. E il suono. Ecco, non c’è niente al mondo, niente, credo, che possa darti quel tipo di emozione. Cioè, sicuramente i figli che nascono sanno fare di meglio, i figli che fanno qualsiasi cosa, che ti sorridono, dicono le prime parole di sempre: le prime da adolescenti, le prime da scolari e il resto, immagino. Solo che quello deve essere un po’ l’inizio, l’incipit per noi. È il primo segnale che mi stravolge la vita – poi rimarrà unico nella sua potenza. Il difficile è spiegare come ti senti improvvisamente utile, meglio: ti senti di avere un senso, una funzione. Ma non perché si possa avere una funzione solo diventando madri, per carità, assolutamente no, ovviamente no, insomma ci siamo capite. Trascende. Forse egoisticamente forse no, ti senti che dentro a te c’è la vita. E ti sembra un miracolo così grande che non ci pensi nemmeno più a te, pensi solo alla natura che lo consente e che il turno in questione è il tuo. Una specie di miracolo, se miracolo non fosse la parola svaligiata o fuori contesto che è alle volte. Di certo, la cosa più potente che mi sia mai capitata di incontrare fino ad oggi.

La storia poi cambia, perché il battito un giorno non c’è più. Il mio corpo si è distratto e si è anche scordato di dirmelo e quindi, insomma, tutto va per le sue fino al suono mancante. Così. A questo punto succedono tantissime cose in una notte sola. Perché a volte hai la frenesia delle domande che ti spacca la testa e non puoi ottenere nessuna risposta. Impari a contare i minuti, i secondi, le ore. Aspetti per forza. Ti prende il terrore che dieci ore prima hai comprato scarpette bianche di maglia, dieci ore dopo devi passare la notte per entrare in ospedale all’alba. Entri piena, esci vuota.

Non hanno una stanza. Mi dosano le medicine dentro una sala di passaggio, in un giorno normale un ottimo metodo per conoscere gente. L’infermiera non riesce a infilare la flebo, il medico si arrabbia con l’infermiera, anche lei di cattivo umore, che non è riuscita a infilare una flebo; sento i botti nella pancia ma non saprò mai quanto sia fisico quanto mentale. Mi addormentano contando, io che non ci credevo che a dieci non ci arrivi e invece; prima dell’uno il medico mi guarda e nel modo maldestro di chi ha una certa età, oppure nel modo maldestro di chi è dottore e ne vede cento, oppure nel modo maldestro di chi è senza utero a volte, oppure è così lui e il resto non conta proprio, il medico mi chiede: – quanti anni ha?

– Ventiquattro – , rispondo, e lui: – allora hai tempo, ne puoi fare sei di figli, stai tranquilla.

Dormo senza sogni. Mi sveglio piangendo. Mi dicono che dormirò ancora e mi portano in una stanza piena di mamme e bambini insieme. Immagino ci sia solo quella possibilità, visti i pregressi preferisco pensarla così. Entro piena esco vuota. Non posso mangiare non posso bere che l’anestesia fa vomitare alle volte mi raccomando, ma poi si sono sbagliati, mi portano la cena alle cinque e mezza e allora mangio lo stesso. Mi vesto nel bagno e con la bottiglietta dell’acqua me ne vado, che ho sete e voglio bere a casa mia. E tutto viene con me, a casa mia. Mi sdraio sul divano bianco e prendo le medicine che sono più pallida del divano bianco. Arriva l’amico giovane dottore. Si siede accanto a me. Dove finisco io inizia lui. Ci fa compagnia per alcune ore raccontando storie e intanto mi visita con gli occhi, parlando di cinema, informandosi di eventuale dolore.

Poi le parole crociate. Sulla sedia a dondolo. Senza dondolare. Io e lui, il padre mancato, seduto vicino a me nella stessa stanza a vigilare sulle nostre teste e sul mio corpo, con dolcezza. Non so per quanti giorni, non me lo ricordo più.

La verità è che ci sono ancora dei giri di congiura che mi scombussolano i pensieri ogni tanto. La verità è che il tempo è relativo e allora alle volte penso per una frazione di secondo, magari a Natale che è circa quando l’ho scoperto, diciamo il 4, quindi venti giorni prima, che mio figlio andrebbe già a scuola, oggi. Non ho fatto in tempo a chiamarlo e questo mi consente di pensarlo come una possibilità che non c’è stata e non come una parte di vita interrotta, una mancanza di abitudini reali. Si dicono un sacco di cose sul dolore. Si dice che passerà, si dice che tanto si è giovani ci si può rifare, si dice che sembra impossibile ma le cose poi si sistemano. Si dice vedrai che poi. Secondo me si dice non tanto per la persona in questione, o non solo, ma per alimentare la credenza comune e la sua funzione consolatoria: si dice, così poi lo sappiamo tutti, è la nostra conoscenza condivisa, la nostra profezia, oggi serve a te domani a me. E alla fine si fa funzionare.

Dopo un tempo indefinito ho smesso di ascoltare. Tutto. Ho smesso di sentire la credenza consolatoria, la ricerca delle colpe, l’alleggerimento dei fatti, quella volta che non dovevo portare la borsa della spesa, la doccia calda, la macchina per le strade di Roma; perché alcuni lo fanno per te, altri solo per loro, altri non lo sanno, lo fanno e basta. Ho smesso e ho cercato di far pace col mio dolore. Lentamente. Ascoltandolo, accettandolo. Che è il mio e ognuno ha il suo. E nessuno lo sa come te. Ma non è importante. Alla fine.

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