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Il giorno perduto. Racconto di un viaggio all’Heysel

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È in libreria Il giorno perduto. Racconto di un viaggio all’Heysel di Anthony Cartwright e Gian Luca Favetto (66thand2nd). Ne pubblichiamo un estratto ringraziando gli autori e l’editore. (Fonte immagine)

di Anthony Cartwright e Gian Luca Favetto

La Grand Place è un grande stadio, con una foresta di case alle spalle. Tutte ammassate, fanno ressa e impediscono di capire dove ti trovi, impediscono di vedere che cosa c’è oltre. Sembra che si azzuffino o festeggino. Non puoi credere che a pochi metri si apra una radura. E invece all’improvviso appare. E prima di rendertene conto, sei dentro.

Il viavai delle persone, a gruppi chiassosi, a coppie, a tribù, singole figure solitarie, turisti, cittadini frettolosi, giovani, vecchi, bambini tenuti per mano; un affollamento in quell’angolo, un altro laggiù; mute di tifosi inglesi, con sciarpe, birre e schiamazzi; gli italiani festosi e invadenti; due poliziotti, quattro, cinque, soltanto cinque poliziotti; grida, cori, canzoni: non fai in tempo a registrarlo, e tutto per un attimo svanisce – il lungo attimo in cui, mentre entri, si manifesta la piazza.

Più nessuno. Nessun altro la occupa, se non i tuoi occhi che avanzano rapidi e conquistano tutta l’apparizione, mentre lei, la piazza, conquista te. Le facciate dei palazzi sono spalti gremiti; le finestre sono gli occhi della storia, gli occhi dei secoli.

Angelo, Charlie, il Mich e Miranda sono entrati da nord. «Che strada era quella?».

«Rue de la Colline».

«Colline un cazzo! Era un fosso, non una strada» – un budello stretto e anonimo.

Angelo ha fretta. Ogni sua azione è aspettativa, fiducia nella notte. Pensa ai colleghi d’ufficio: racconterà loro della Grand Place, non della partita; la partita possono vederla alla televisione, ma questa piazza, questo stadio no; questa piazza, questo stadio sarà tutto nel suo racconto. Inventerà che ci è arrivato in R4, nessuno lo potrà smentire: ha attraversato la Grand Place in R4 come su una carrozza reale.

E così pure la notte con Liliane: sarà tutta in quello che faranno, come si ameranno, come lui toccherà lei e come lei verrà, come lei si lascerà prendere – le piace essere tenuta per i fianchi, sa –, come lui dirà le cose, un po’ in italiano un po’ in francese, come lei si fingerà remissiva, come lui sarà potente, come lei svelerà il segreto del suo culo, perché questa volta glielo dà, sente che glielo dà, ne ha voglia anche lei, e quando gli offrirà il culo, sarà lui il sottomesso, e lei sarà la sua regina, altro che culo basso, Liliane…

La notte sarà tutta in questa azione e desiderio, in questa consunzione, ed entrerà nel racconto che farà a Cavallo Pazzo.

Altro che Siddharta, la sua storia è meglio di quella di Siddharta. La prossima settimana, un giorno che escono presto dall’ufficio e lo accompagna a casa, supera Colleretto, allunga fino al torrente e gli racconta la notte che questa notte farà. Con il racconto la riavvolge e la ripassa, così sarà compiuta.

Charlie ha dimenticato di avere fame. Ha caldo, vorrebbe mettersi a torso nudo. Gira su sé stesso per raccogliere con un unico sguardo l’intera piazza. Ruota il volto e le spalle, infine sposta i piedi. Catapulta gli occhi sopra i tetti. Vorrebbe essere lassù.

Perde l’equilibrio. Il Mich lo agguanta sotto l’ascella e gli impedisce di cadere.

«Grazie» mormora Charlie sovrappensiero. La Grand Place gli ricorda lo stadio di Genova. «Sembra Marassi» dice.

In effetti, pensa il Mich, lo stadio di Genova ha le curve impettite come palazzi affacciati sul campo da gioco.

Per Charlie, è lo stadio più bello d’Italia. Il giorno della Befana era a Marassi a vedere Sampdoria-Juventus, quattordicesima di campionato, 1-1, gran gol di Michel Platini all’incrocio dei pali, poco dopo l’inizio; poi, nel secondo tempo, quel baffuto di Souness, che sembra uno dei Village People, che se il Liverpool non l’avesse venduto alla fine della scorsa stagione oggi sarebbe ancora il capitano degli inglesi e questa sera toccherebbe giocarci contro… beh, quel baffuto di Charlie Champagne, come lo chiamano, alla mezz’ora del secondo tempo prende la palla a metà campo, avanza e, più o meno dalla stessa posizione di Platini, segna. Non essendo però bravo come Platini, non centra il sette, infila Bodini con un tiro rasoterra che ha ancora il singhiozzo dopo essere finito in rete.

A proposito di Bodini. «Secondo te, chi deve giocare in porta, Bodini o Tacconi?» chiede al Mich.

«È uguale».

«Bodini ha fatto tre anni la riserva di Zoff e adesso arriva quell’altro e gli frega il posto» commenta sarcastico.

«Tacconi ha più personalità, è più portiere» dice il Mich.

«Già, Bodini ha la faccia da terzino. E poi ha giocato la finale di Supercoppa. Questa tocca a Tacconi. È più pazzo e il Trap lo tiene sulle spine, non lo schiera per fargli sentire le briglie. È un po’ montato, ma dà sicurezza, la sua follia mi dà più sicurezza». Parla per trovarsi d’accordo con sé stesso.

Miranda rimane indietro, non segue i compagni nel centro della Grand Place. Si mantiene sulla destra, verso il colonnato. Vede il caos, vede la gente, vede due grossi gruppi di tifosi inglesi, un po’ cotti, un po’ abulici, un po’ euforici, vede un tappeto di lattine di birre.

Immagina di essere in una grande piazza di paese. È qui che dovrebbero giocare la finale, pensa.

This is Anfield dice il cartello sopra l’uscita del tunnel. I giocatori lo toccano prima di entrare in campo. C’è un video che trasmettono ogni tanto nelle anteprime delle partite, all’ora del tè. Non si vedono le facce dei giocatori, anche se il filmato deve essere vecchio perché si riconoscono i capelli di Keegan. Alcuni sono sicuri di sé, battono entrambe le mani sulla placca rossa su cui sono impresse le lettere, qualcuno sfiora le parole con le dita o allunga il braccio a toccare lo stemma della squadra, altri battono la mano sul muro appena sotto.

Tutti sembrano consapevoli di quelli che li hanno preceduti, delle partite giocate prima, di essere parte di una grande tradizione, e tracciano un disegno, come le mani dei pellegrini che consumano le pietre sacre. This is Anfield c’è scritto, e via – fuori, una sfilza di maglie rosse sul verde brillante del campo, incontro al ruggito della folla. La stessa sensazione, uscire dal tunnel su per le gradinate del Kop per affiorare nel mezzo della curva, che ondeggia e si muove come una cosa sola, cosicché negli attimi prima del fischio d’inizio l’esperienza dei giocatori e quella del pubblico coincidono. L’individuo si dissolve nella moltitudine, anche Keegan, anche Dalglish.

Sente il rumore della folla. La strada è stretta, fa una parabola verso la piazza. Christy vede il sole di sbieco sui palazzi alti, faville d’oro, la statua di un soldato con la lancia tesa di fronte a sé si arrampica sui tetti. Ci sono cupole e campanili, sopra di lui. Vede colonne d’oro nell’estremità superiore della piazza, dalla parte del Kop, vede un cocchio sfilare davanti a edifici grandiosi, sopra un’infilata di finestre intatte.

I palazzi gli ricordano i libri illustrati per bambini – sarà per questo, pensa, che non li prende sul serio, che gli viene da sorridere, proprio come con gli autobus rossi e i taxi neri a Londra. Non come i palazzi sul lungofiume di Liverpool, che gli sembrano così solidi anche se cadono a pezzi. Ha qualcosa questa piazza che la fa assomigliare a una torta con la glassa, come fosse avvolta nello zucchero – con tutti quei mattoni, il vetro e l’oro – e potesse squagliarsi sotto la pioggia.

Pensa a storie di bambini persi nei boschi, le ha sempre odiate, Hänsel e Gretel nella casetta della strega in mezzo alla foresta, nel mondo ci sono già abbastanza cose brutte senza doversene inventare altre. Non ha idea di come vada a finire quella storia, se i bambini riescano a scappare oppure no, ma teme il peggio. Non piove.

Vede la folla adesso, superata la curva della stradina, tanti uomini ai margini della Grand Place. Tutto sommato sapeva abbastanza, e ha avuto abbastanza fortuna da farsi strada fino a qui. Si radunano in gruppi agli angoli della piazza, lungo i bordi, vicino agli edifici, lasciando una distesa di ciottoli nel mezzo. Un luogo racchiuso dalle facciate alte e piatte dei palazzi, che davvero brillano nella luce pomeridiana. Per un attimo Christy ha la sensazione che dietro a quelle facciate non ci sia niente, gli sembra di trovarsi sul set di un film, gli edifici sono scenografie di legno da selvaggio West, tirate su per la scena di John Wayne che ammazza gli indiani.

Passa sotto una bandiera della Juventus a scacchi bianchi e neri – altrove, solo bandiere rosse. Tutti guardano l’acciottolato vuoto come se fosse il campo di calcio, come se i giocatori fossero pronti a entrare di corsa in quello spazio nel mezzo, sotto guglie, colonne e cocchi, davanti a una folla urlante in una piazza forse reale o forse no, bordata d’oro, nel cuore d’Europa.

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