Il giro del miele

Letteratura e natura: “Il giro del miele”

Il giro del miele

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Chi l’avrebbe detto? La grande ossessione della nuova Italia letteraria è la natura. O meglio: la collocazione dell’uomo tra una natura e l’altra, quella civilizzata, borghese, in cui governa la mente, e quella fuori, in cui, vuoi o non vuoi, si resta eterni ospiti: i boschi, le autostrade, la provincia.

L’ha stabilito, forse, La Ferocia (Einaudi, 2015) di Nicola Lagioia, coi suoi felini addomesticati o fuggiaschi a testimoniare sulla la cattività degli uomini; lo conferma, oggi, Il giro del miele (Einaudi) di Sandro Campani, che ne radicalizza la tendenza a raccontare la rabbia sommersa, attingendo a Cormac McCarthy, Stephen King, David Lynch e Dante. Il fatto interessante, però, è questo nuovo raccontare per ambientazioni.

Esempi recenti: Giorgio Fontana, Claudia Durastanti e Mario Desiati ci hanno offerto, solo negli ultimi mesi del 2016, la prova che la narrazione metropolitana è dominata da mezzi e da locali pubblici, inzeppati di ricordi e mezze solitudini (Un solo paradiso, Sellerio; Cleopatra va in prigione, minimum fax) o di ossessioni sintetiche (Candore, Einaudi).

Poco prima, però, Giordano Meacci, Elena Varvello e Mauro Tetti hanno liberato, tra le geografie boschive di Corsignano (Il cinghiale che uccise Liberty Valance, minimum fax), Ponte (La vita facile, Einaudi) e Nur (A pietre rovesciate, Tunué), un animale, un corpo, una fata, che fanno da luna piena alle maree emotive degli uomini; a quelli vivi, almeno. Come il topo di Sitcom, il film di François Ozon del 1998, ma meno grottesco.

L’ultimo totem è la lince di Campani, l’elemento perturbante che nel Giro del miele interpreta, a fasi alterne: il felino mitico dalle cento significanze (spersonalizzazione, segreti, lussuria); il testimone fiero, quasi un custode, delle angosce stupide degli uomini; la verità animale, naturale, spesso confusa con la spietatezza. Per questo motivo lo sguardo d’ambra che si affaccia sulla copertina andrebbe ricambiato sia prima che dopo la lettura: ciò che, inizialmente, è sembrato minaccia, sembrerà poi ammonizione, custodia, una veglia paziente. Paterna.

Non è un caso che nel Giro del miele i protagonisti si scambino silenzi – o meglio, non detti – come fossero la moneta a cui sono obbligati i maschi, presa e rilasciata con un orgoglio sventurato. Quello di Campani è un romanzo di padri e figli che si fraintendono, e di eredità materiali, indesiderate, che generano disperazione: una falegnameria, un coltello, una somma in prestito. Sono le cose, le cose di cui si circonda l’uomo e di cui invece la lince è sprovvista, a generare infelicità: non le passioni, non l’amore, non la libertà. Capirlo è difficile.

Davide ci arriva tardi, oltre la morte emozionale. È un ragazzo bestiale, un bambinone della scuola di John Coffey (ancora Stephen King), ma più dolente e consapevole: un sempliciotto moderno, a cui manca più il coraggio che l’intelligenza. Rigido, un po’ illuso, affatto selvatico: Campani è bravo, ne fa un protagonista delicato, mai banale. «Innamorato della Silvia fin da quando erano piccoli», è prima un giovane incompreso, poi principe azzurro, poi Amleto potenziale, poi Otello svigorito e infine – a suo dire – solo un «buono di nulla». Racconta la sua storia a Giampiero, lo storico aiutante di suo padre, davanti a una grappa, in piena notte. Non si danno orario, per smettere di ritrovarsi: Giampiero traccia un limite sulla bottiglia perché sia il gomito a segnare il tempo.

Fuori, li aspetta la lince che qualcuno ha intravisto (Giuliana, la sorella di Davide, in una digressione da penny dreadful) ma che parrebbe un’illusione: proprio come il sogno di Davide, o come Davide stesso. I due si rimpallano versioni pressoché concordanti sulla fuga di Silvia e su molti altri dettagli: il padre del ragazzo, Uliano, e la sua falegnameria; la mano di Giampiero, carbonizzata in un incendio; le discoteche di provincia e la spocchia culturale di città; un cane che, col suo abbaiare molesto, segnala ogni silenzio tra gli amanti; le api, la loro fragile resistenza, e il giro in furgone per consegnare il miele.

Anche l’ape, Campani lo sa, è un animale-totem. Rappresenta proprio quello che Davide perde, ciò che non riesce a tenere a sé: la famiglia, il lavoro, proprietà e ricchezze. È il simbolo della conservazione, la grande (piccola, in realtà) utopia dell’uomo che ama. L’autore sembra parlare a tutti quelli che mirano alla normalità, all’equilibrio, suggerendo questo: per trattenere il poco che rende felici, in realtà, non dobbiamo combattere, ma deporre le armi. Ché a difenderla troppo, la serenità si perde. Giampiero, il contraltare di Davide, ne è la prova: non si è accorto di aver avuto una vita felice, l’ha attraversata e basta; Davide, che ha amato di più, forse, ma per meno tempo, si tormenta, rimugina, non può accettarlo: come in una profezia autoavverante, ha perso per paura di perdere. Non esiste frustrazione più penosa.

Il giro del miele deve molto alla tragedia, ma vira con coraggio verso spazi vergini. Il finale ha colori diversi dal resto del romanzo, e regala una piacevole sensazione di accettazione che non somiglia alla catarsi ma al «Vabbé», al «Facciamoci forza», che forse – di questi tempi – ha più valore. Il resto, altro elemento comune a molti romanzi italiani degli ultimi tempi, è l’appello disperato alla tenerezza, espressa attraverso gli uomini – machi da preconcetto, loro malgrado – e con suggestioni romantiche che cozzano con la forza dei corpi, cioè la forza inutile, quella a cui non fare appello quando c’è da curare il fallimento, o la nostalgia. Quando viene da piangere.

Giampiero si commuove spesso. Davide singhiozza più volte. Entrambi vivono in un panorama che solleva dolcezze antiche, semplici, a cui non ci si può sottrarre. Nemmeno Campani vi si sottrae, sempre fedele alle sue tematiche, alla sua terra, quell’Appennino tosco-emiliano che rivive con precisione cristallina nei mestieri, nelle tradizioni, nella vegetazione fatta di termini esatti, di parole precise, proprio come nelle Otto montagne di Paolo Cognetti. Anche qui non si dice «quell’oggetto», o «un animale», ma, per esempio, «lampostil», o «assiuolo»: una bella abitudine.

La prosa che ne esce è un capolavoro di sudore e precisione, una ricerca ossessiva del tono di ognuno – l’autore interpreta Giampiero, che non parla come Davide, che non parla come Silvia, pur partendo dallo stesso ceppo – che sa di dialetto ma non è mai approssimativo, e abbatte lo stereotipo di una periferia (o campagna, se si preferisce) priva di belle espressioni. Al contrario, per Campani – ma recentemente anche per Meacci, già citato – il paese è un pozzo senza fondo di vocabolari a cui attingere. Col risultato che, se la lingua fosse immagine, Il giro del miele sarebbe un film di Paul Thomas Anderson, talmente rifinito da dare piacere a ogni scorsa, per lo stile prima ancora che per la storia.

Un romanzo importante, in definitiva, sulle cose che perdiamo mentre cerchiamo di costruirle, e sulla sconfitta che corre inarrestabile alle nostre porte. Un’opera solida, splendida e dolente, che dà piacere e sofferenza, e che conferma una voce, quella del suo autore, ferma e penetrante, da interpretare: come una lingua nuova, come la lince in agguato.

Nicola H. Cosentino (1991) è nato a Praia a Mare e vive a Cosenza, dove cura per l’Università della Calabria un progetto di ricerca su Michel Houellebecq e le distopie contemporanee. Ha esordito come autore pubblicando Cristina d’ingiusta bellezza (Rubbettino, 2016) e alcuni racconti per Colla e Nuova Prosa. Il suo ultimo romanzo è Vita e morte delle aragoste, uscito a luglio 2017 per Voland.
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