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Il grand tour di Sicilia, prima parte

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Pubblichiamo la prima parte di un reportage di Matteo Nucci apparso sul Venerdì di Repubblica. Nelle prossime settimane pubblicheremo la seconda e la terza parte. (Nella foto: l’Auriga di Mozia. Foto di Matteo Nucci.)

Secondo il mito, tutto ha inizio a Creta, nel labirinto che Minosse, re di Cnosso, ha fatto costruire per il Minotauro generato da sua moglie. L’artigiano inventore chiamato a corte per l’occasione è un ateniese dal nome che diventerà per noi significativo della sua più famosa creazione. Si chiama Dedalo, infatti, come dedalico è l’intrico di vie da cui è impossibile uscire a meno che non si abbia in mano un filo come fanno Arianna e Teseo su suo segretissimo suggerimento. Ma Minosse non si lascia ingannare. E per punire l’aiuto prestato a chi è venuto a uccidere il Minotauro, decide di riservare a Dedalo la prigionia più spietata, rinchiudendolo assieme al figlio nel labirinto che lui stesso ha inventato. Dedalo però è un uomo dalle mille risorse. E la risorsa è il poros in greco antico, ossia il passaggio. Per vedere l’unico passaggio che dà accesso alla libertà basta cambiare prospettiva e guardare in alto, in cielo. Dedalo forgia ali di cera con cui lui e Icaro possano volare via fuggendo dal labirinto e da Creta.

Il seguito lo conoscono tutti. Icaro, affascinato dal volo e dall’aria fresca che tempera il calore del sole, non sa resistere all’altezza e il sole lo punisce sciogliendone le ali. Dedalo è più saggio, invece, e soprattutto è consapevole. Vola basso. Tira dritto verso un’isola che per la sua forma triangolare è chiamata Trinacria. Lì atterra, viene accolto da genti che lo onorano secondo le leggi dell’ospitalità e lo difendono uccidendo Minosse che non ha smesso di seguirne le tracce. Dedalo allora non può che ringraziare e trova il modo migliore di farlo spendendo il resto della vita a progettare e costruire eccezionali edifici nell’isola.

Gli studiosi ci spiegano che nulla di vero va ricercato in questa storia e che l’arrivo dei Greci in Sicilia è di tutt’altro segno. Hanno ragione. Nessun reperto archeologico testimonia di una presenza cretese, minoica, in Sicilia. I greci non arrivarono nel 1500 a.C. ma molto più tardi. La prima colonia che fondarono fu Naxos, sotto Taormina, nel 724. E tuttavia le verità del mito sono complesse. Hanno a che fare non tanto con le date e con i fatti, quanto con ciò che idealmente accadde, con il senso stesso della storia. E da questo punto di vista nessun racconto sembra più adatto a descrivere gli albori di un periodo durato quattro secoli in cui la Sicilia raggiunse vette di inarrivabile splendore. Ricchezze immense conquistate soprattutto con il commercio del grano spinsero le città greche a esaltare lussi, piaceri e bellezza.

“Una vita tutta impegnata nei famosi banchetti, a riempirsi il ventre due volte al giorno e la notte non dormire mai da soli” avrebbe scritto Platone. Ma non solo edonismo e opulenza – effimere come vento. Anche e soprattutto creazioni straordinarie a livello architettonico e artistico in generale. Legislatori, poeti, filosofi, retori e comici nacquero qui, mentre la grande apertura allo straniero e un mecenatismo d’avanguardia attraevano altrettanti architetti, scultori, intellettuali e letterati a contribuire e imparare. Non si toccarono le altezze a cui aveva ambito Icaro ma si seguì Dedalo nel volo, nell’immaginifica capacità di cambiare, trovare risorse, riplasmarsi. La storia della Sicilia greca (un’entità distinta dall’Italia greca, che sola è la cosiddetta Magna Grecia) è una storia di eccessi, ma consapevoli. Di voli per nulla umani. Ma voli a bassa quota.

Quel che accadde, del resto, lo abbiamo ancora di fronte agli occhi. Basta mettersi per strada e seguire il mare su cui i Greci vennero a fondare le loro città, evitando quasi rigorosamente di vivere nell’entroterra, lasciato alle popolazioni locali con cui si imbastirono complicati rapporti di ostilità e alleanze. Da Messina (originariamente Zancle) fondata nel 730 a. C., la costa settentrionale è apparentemente la più povera di storia, ma ciò che qui si conserva ripaga di ogni cosa. Si tratta soprattutto dei resti di quella che fu una sorta di istituzione. Prendeva il nome dallo straniero, il forestiero, lo xenos, che veniva accolto e con cui si stabiliva una relazione di ospitalità: la xenia. Guidando sulla statale fra Tindari (colonia tarda – 396 a.C. – magnifiche rovine a picco sul mare di fronte alle Eolie) e Halaesa (altra colonia tarda – 403 – arroccata nella valle dietro Tusa), si aprono taverne e bar che sembrano anni luce lontani dalle logiche del turismo di massa. Si ha l’impressione di entrare in cronache perdute.

Il picco è a Castel di Tusa, in un bar su strada dove ci offrono granite di gelso nero e di mandorla “perché non potete non assaggiarle se siete di passaggio e se è la prima volta qui”. Seduto a un tavolino, il ragazzo che ha ridato vita a un campo di gelsi in abbandono si mette a descriverli che sembra Stesicoro. “Molte foglie di mirto / e corone di rose e ghirlande di viole / morbide come lana”. È ancora lì, del resto, Stesicoro. Lontano solo qualche manciata di chilometri. Himera, dove visse attorno al 600, si apre sui due fronti della statale accanto a una ferrovia in disarmo. Possiamo immaginarlo mentre cantando sulla lira l’ultimo epos, traccia la rotta di Eracle oltre le Eolie, all’inseguimento delle vacche rubate al Sole, verso le “colonne” che avrebbero preso il suo nome. Quel che Stesicoro non poté vedere invece è il tempio della Vittoria. Fu costruito per celebrare una battaglia decisiva nel 480. I suoi resti emergono tra cactus e cicale che assordano. Studentesse di archeologia dell’Università di Berna sono lì, all’ombra di un ulivo, a classificare i resti che la terra continua a rigurgitare, prima che siano catalogati nel piccolo bel museo alle pendici della città antica. Oltre il tempio, la piana che digrada verso il mare in coltivazioni tagliate dall’autostrada Palermo-Messina è un luogo quasi sacro per chi ne sa la storia.

Era il 480, appunto, e Stesicoro era morto ormai da ottant’anni. Secondo Erodoto in quello stesso giorno i Persiani entravano con le loro navi nel golfo di Salamina dietro Atene a subire la definitiva sconfitta per mano greca. Qui invece il barbaro (ossia il balbuziente, chi dunque non parlava greco) era la truppa messa insieme dai Cartaginesi ai comandi di Amilcare. Gelone, tiranno di Siracusa, e Terone, tiranno di Akragas (Agrigento), sbaragliarono le forze avversarie di molto superiori per numero, salvando dunque la Sicilia greca. Tonnellate di retorica furono sparse su quella vittoria contro il barbaro. Come se la data abbia segnato una svolta di resistenza decisiva nel corso della storia europea. E dire che la Sicilia nordoccidentale rimase sempre più o meno stabilmente in mano nemica. Lasciandosi alle spalle Himera, infatti, è tutto un susseguirsi di città antiche che ai Greci di Sicilia sfuggirono sempre. Dopo la punica Solunto con il suo bel ginnasio, tagliando fuori Palermo (anch’essa importante fondazione punica), la più famosa è Segesta, che assieme a Erice fu il principale insediamento degli Elimi, una popolazione indigena dalle oscure origini. Immersa nel più classico turismo di enormi pullman che scaricano orde di fotografi a catturare scatti del magnifico teatro a picco sulla valle e soprattutto di uno dei templi dorici meglio conservati, Segesta visse nel suo antagonismo contro Selinunte, l’altra colonia greca che, come Himera ma a meridione, costituiva l’ultimo avamposto greco contro la testa di ponte di Cartagine, il cui centro era una piccola isola, una vera perla per il visitatore di oggi: Mozia.

La guerra contro Mozia (i Greci la espugnarono solo nel 397 ma tornò Cartaginese l’anno seguente) non si è mai esaurita. A poche centinaia di metri dalla terraferma, l’isoletta ospita un piccolo museo gioiello e rovine di fortificazioni, strade, centri religiosi della gloria che fu. I due servizi di imbarcazioni che dovrebbero traghettare i turisti sull’isola però lo sconsigliano. Preferiscono vendere a miglior prezzo tutto il giro della laguna suggerendo che per visitare Mozia non serva sbarcare. L’isolamento è diventato l’arma per distruggere definitivamente l’isola. Si arriva a lasciar credere che la meravigliosa statua del “Giovane di Mozia” sia ancora in giro per il mondo. Non lasciatevi incantare. Comprate il biglietto per l’isola, sbarcate, prendetevi il vostro tempo. Passeggiate per i sentieri silenziosi e consegnatevi ai Cartaginesi. Non erano barbari: una lingua la parlavano eccome. E l’arte sapevano distinguerla con cura. Trafugarono questa statua greca che è uno dei massimi capolavori dell’antichità e quando fu in pericolo la seppellirono. Per descrivere il ragazzo, un auriga probabilmente, non c’è che il silenzio, però. Scolpito in marmo di Paros fu sottratto probabilmente a Selinunte quando nel 409 i Cartaginesi la conquistarono e rasero al suolo. Non completamente, però.

La colonia greca, fondata nel 650, sarebbe sopravvissuta nella sua magnificenza di templi fino ai nostri giorni. I visitatori dell’Ottocento restavano a bocca aperta e dedicarono all’antica città poesie e canti. I locali hanno saputo proteggerla dall’ultimo pericolo: la speculazione mafiosa. Un terrapieno venne tirato su lungo il perimetro dei templi, impedendone la vista dai palazzi che fossero sorti nei dintorni. L’area archeologica è così rimasta intatta, distesa su una piana immensa. Quaranta ettari su cui sono al lavoro restauratori pagati oggi da quel che è rimasto dell’idea cui dal 480 forse si battagliava: la ragazza rapita da Zeus nelle sembianze di un toro: Europa.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
Commenti
3 Commenti a “Il grand tour di Sicilia, prima parte”
  1. Incantato da tutta questa storia raccontata bene.
    grazie!

  2. Doriana Consiglio scrive:

    Storia davvero ben raccontata, complimenti.
    Mi permetto solo di segnalare un’inesattezza. Riguarda l’affermazione che “nessun reperto archeologico testimonia di una presenza cretese, minoica, in Sicilia”.
    Oggi quella presenza è, invece, largamente attestata dai ritrovamenti di reperti lungo tutta la costa meridionale dell’isola. Molta ceramica pre-greca si conserva, ad esempio, al Museo di Agrigento, mentre i musei di piccoli paesi lungo il corso del fiume Platani (l’Alikos degli antichi greci) conservano pregevoli manufatti micenei mai pubblicati.
    E’ vero che si può escludere con sufficiente certezza la presenza di insediamenti abitativi sull’Isola prima della grande colonizzazione greca di VIII sec., ma non si può escludere una frequentazione commerciale pre-greca che, al contrario, è suffragata ormai da molte testimonianze.

  3. Daniele scrive:

    bellissimo articolo. seguirò con interesse

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