MorgantinaStatua1

Il grand tour di Sicilia, terza parte

MorgantinaStatua1

Pubblichiamo l’ultima parte di un reportage di Matteo Nucci apparso sul Venerdì di Repubblica. Qui le puntate precedenti.

Siracusa. Era l’autunno del 415 a.C. quando, a migliaia, gli ateniesi sbarcarono qui. Potevano vedere alte in cielo le colonne del tempio di Zeus Olimpio e forse si sentirono come a casa. Mesi prima, partendo dal Pireo in una mattina di primavera, l’immensità della spedizione sembrava aprire scenari di trionfo. La guerra con Sparta era ferma, ma il bellissimo Alcibiade aveva convinto tutti con l’abilità della sua oratoria che, conquistando Siracusa, sconfiggere definitivamente Sparta sarebbe stato inevitabile. Adesso, però, Alcibiade era lontano, i comandanti greci non avevano le idee chiare e i siracusani si riorganizzavano. La guerra durò due anni e si concluse con una disfatta senza precedenti: i pochi superstiti ateniesi furono chiusi nelle cave di marmo a morire di stenti.

Percorro queste rive pensando allo sbarco, al tempio di Zeus Olimpio i cui resti sono chiusi al pubblico benché tutti possano entrare attraverso le recinzioni divelte. E guardo lontano Ortigia, la lingua della cittadella antica che si allunga nel mare in colori tenui zuppi di sole. Mi accompagnano due veri siciliani. Lei, Gloria, è un magistrato di Siracusa e lui, Nino, un filosofo di Catania. Mentre indicano la via verso i ricci di mare che è quanto ancora si può conquistare da queste parti, mi spiegano tutte le differenze fra la Siracusa e la Catania di oggi. Non è cambiato molto, io credo. Siracusa bellissima, orgogliosa di una storia eterna, fradicia della malinconia di Aretusa, la ninfa trasformata in fiume per sfuggire al suo amante impetuoso dal Peloponneso e riapparsa come fonte a Ortigia, e ancora oggi acqua dolce a un passo dal mare, stretta dall’assedio dei baracchini turistici. Catania invece vitale, comica, inarrestabile, incapace di presumere che sia possibile resistere alle sue seduzioni, all’abilità delle sue persuasioni.

Le cose stavano così già duemila e quattrocento anni fa e la storia che gira attorno alla vittoria su Atene lo racconta perfettamente. Tutto riconduce al più grande filosofo della storia, Platone, che aveva solo tredici anni quando arrivò in città la notizia della sconfitta. Forse già allora pensò che un giorno avrebbe visitato l’Epipole, l’altopiano che domina Ortigia, dove il sogno di Alcibiade era crollato? Di sicuro c’è solo che le parole del condottiero lo segnarono e quasi quarantenne volle partire. Era il 388. Gli rimbombava in testa quell’idea che in Sicilia le popolazioni si potessero facilmente spostare da una città all’altra e quando concepì il suo disegno di ingegneria politica tutto fondato su una completa ricostruzione dello Stato e dei suoi cittadini, immaginò di poterlo realizzare proprio qui. Nel frattempo, a Siracusa, era caduta la democrazia e Dionisio, tiranno di acuta intelligenza, fin dal 405 aveva preso il potere. Se avesse convinto Dionisio, Platone avrebbe potuto realizzare la sua utopia. Le cose però andarono male.

Rileggo l’eccezionale documento che ci dà conto dei viaggi platonici in Sicilia, proprio sull’Epipole, tra le mura e i cunicoli costruiti dai siracusani per rendere imprendibile la città, culminanti nel Castello Eurialo, assolato e deserto di turisti. Nella Settima Lettera, Platone racconta che Dionisio non si lasciò persuadere alla «lunga strada della filosofia». Era preso dal desiderio di dominio con cui andava assoggettando l’isola espandendosi addirittura all’Italia, alla Magna Grecia. Platone ci riprovò con il figlio. Ma Dionisio il Giovane (salito al potere nel 367) si rivelò ancora più sordo ai tentativi di persuasione filosofica. Così Platone dovette arrendersi all’evidenza. Nel teatro (ancora oggi vivissimo) di Siracusa era nata la commedia di Epicarmo che lui amava, nonché il genere dei mimi di Sofrone che fu la base del suo stile letterario dialogico. Ma quel che gli sarebbe servito era altrove, verso Catania, in una piccola città chiamata Lentini dove era nato uno dei primi grandi retori antichi.

Platone lo aveva conosciuto, ammirato, odiato e invidiato. Gorgia infatti era capace di persuadere chiunque con l’abilità della sua oratoria fatta di assonanze, luci, odori. Le sue storie penetravano l’animo degli ascoltatori e non si sradicavano più. Per ritrovare Gorgia, non bisogna andare lontano. Lasciata Siracusa con il suo insuperabile museo Orsi, e superata anche Megara Hyblaea, patria di Epicarmo soffocata dagli stabilimenti industriali di Augusta, Lentini è a trenta di chilometri. La città antica affonda in una vegetazione rigogliosa, come rigogliosa era la prosa poetica di Gorgia. Il potere incantatorio delle orazioni con cui si rese famoso tra gli ateniesi, arricchendosi enormemente e attirandosi così la definizione di «sofista», lo sentiamo ancora vibrare per le strade di Catania (Katane, fondata nel 729) – al mercato del pesce, per esempio. Ma per sfuggire la via breve della retorica e inseguire la via più lunga della filosofia, mi allontano dal mare e guido verso l’unica vera città che i Greci antichi fondarono nell’entroterra: Morgantina. Tra immensi campi di grano, in un silenzio rotto dagli insetti e da qualche trattore, mi sembra di sfiorare qualcosa che inseguo da giorni. Dopo le nuove tirannidi e i tentativi ellenistici di ridare vita alla sua potenza, la Sicilia greca finì in mano a genti ben più concrete e determinate che scendevano da Roma. Cosa sopravvisse?

Cammino nel caldo straniante lungo le vie della città che fu, calpesto i gradoni del teatro, passeggio per la piazza dove si riuniva l’assemblea, m’infilo nelle preziose terme. Infine mi avvio verso il centro oggi abitato: Aidone. Davanti al museo, giovani archeologi di Princeton, eredi di chi scavò Morgantina nel 1955, bevono birra al termine della giornata di lavoro. Il museo è bello ma c’è qualcosa che lo rende unico. Mi trovo davanti a una statua che apre le braccia e sembra chiamare a sé. Vengono i brividi. Forse è Afrodite, forse Demetra. Penso alla dea del grano legata all’aldilà, ai culti misterici, alle visioni estatiche. Non riesco a ricordare precisamente come andarono le cose con sua figlia, Persefone, rapita da Ade dio dell’Oltretomba. Le versioni dei miti greci sono innumerevoli e mi sembra di aver dimenticato tutto. Quel che resta è il grano, la vita che rinasce di continuo, l’impressione che in qualche modo la nostra mortalità di individui sia vinta dai racconti che ci penetrano da sempre e che continuiamo a dimenticare e ricostruire.

Mentre guido verso Taormina, per vedere una volta ancora il suo teatro aperto su due versanti di mare, mi sembra chiaro che le storie antiche non hanno alcun senso se vogliamo conservarne una versione imparata a memoria, quasi fossero reliquie antiquarie di un passato scomparso. Tutto è qui, tutto è ancora qui e l’eredità greca supera anche la nostra memoria e sopravvive in un tempo che non è storico ma mitico. Forse questa è la risposta. Forse il mito è quel che resta, quando si è dimenticato tutto.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
Aggiungi un commento