Il grigio ventennio

Questo articolo è uscito sul numero 161 dello “Straniero”, di novembre 2013.

Dice il presidente del Consiglio Enrico Letta che con l’ultimo voto di fiducia in Parlamento (che ha visto Berlusconi clamorosamente messo all’angolo dal suo ex-delfino Alfano, dopo che si è aperta una spaccatura netta all’interno del suo partito) si è chiuso un ventennio. Non un ventennio qualunque, per la verità, ma “il” ventennio del berlusconismo sorto dalla ceneri della Prima repubblica alla metà degli anni novanta.
Sarà davvero così? Al di là delle valutazioni strettamente politiche sui risultati ottenuti dal governo Letta-Alfano e sulla possibile durata o evoluzione del governo delle larghe intese, c’è qualcosa di tragicomicamente italiano in questo modo di fare i conti con il passato, liquidandolo come superato senza averlo passato al vaglio critico.
Indipendentemente dal fatto che Berlusconi continui a essere o meno senatore, venga o no condannato nel processo Ruby o in quello napoletano sulla compravendita di parlamentari, è difficile affermare che il carisma e il controllo economico su una larga parte del partito da lui fondato a sua immagine e somiglianza siano evaporati in pochi giorni. Non solo per la presenza di irriducibili sostenitori all’interno del partito e tra i suoi elettori, ma per un discorso più profondo sulla genesi e sulla costituzione della destra italiana in questo ventennio. Tuttavia, non si tratta solo di questo. Il berlusconismo è stato un fenomeno culturale, e non solo politico, vasto e complesso che non si esaurisce nella figura di Berlusconi, ma che ha il suo cuore nel consenso trasversale che gli è stato tributato e che gli viene ancora tributato nonostante la condanna definitiva per frode fiscale. Da dove nasce questo consenso, oltre che dalla forza del Capo, dalla dissoluzione del precedente sistema politico e dall’agonia della sinistra? Innanzitutto dal fatto che lo stesso Capo è riuscito a cogliere, in un ventennio di abbarbicamento del paese in se stesso e di ulteriore frattura tra le sue parti, la pancia profonda di alcuni ceti, offrendo a suo modo una forma di “interesse generale”. C’è stato un capo e c’è stato un popolo. Ma come in tutti i movimenti che si fanno sistema c’è stata e c’è anche una corte, una fitta intelaiatura di cacicchi locali, semi-leader, capicorrente, ministri graziati e intellettuali tirati fuori dal nulla. Sono stati loro l’ossatura del berlusconismo fin dentro i giorni cupi della votazione in Parlamento.
Ora, nelle parole di Letta e dello stesso Alfano, sembra quasi che Berlusconi sia potuto esistere senza il berlusconismo. O che questo sia potuto scomparire con la (presunta e certo non definitiva) sconfitta del Capo, dando nuova vita ai suoi accoliti: Alfano in testa, accreditato dalla sera alla mattina come rappresentante di una moderna ed evoluta destra europea.
Senza traumi eccessivi, questo berlusconismo irrisolto (che pure ha ottenuto un notevole successo alle elezioni di febbraio) è stato inglobato di sana pianta nel governo delle larghe intese. Si dirà che il Partito democratico è stato costretto a tale soluzione dal successo clamoroso del Movimento 5 stelle, imbrigliato dalle scelte dell’autoritarismo grillino, e dal suo stesso suicidio durante i giorni funesti delle elezioni del Presidente della Repubblica, ultimato con il parricidio di Prodi. In un modo o nell’altro, questo amalgamarsi con ciò che è stato il sale del berlusconismo, con la sua componente apparentemente moderata, nel mentre si dice che il ventennio è finito, risulta ancora una volta tragicomicamente italiano.
Vengono in mente, ben al di là dell’analisi politica contingente, due libri dimenticati: L’orologio di Carlo Levi e L’Italia rinunzia? di Corrado Alvaro.
L’orologio racconta la fine del governo di Ferruccio Parri, nato dalla Resistenza, nel novembre del 1945. Tra i tanti motivi della sua crisi, il governo cadde (con il beneplacito degli stessi De Gasperi e Togliatti, come racconta Levi in un capitolo straordinario) sulla questione dell’epurazione della macchina dello Stato, del Palazzo, da coloro i quali erano stati collusi con il regime fascista. Il Partito d’azione avrebbe voluto una epurazione non punitiva o moralistica, ma che segnasse una cesura netta con il ventennio, e che non fosse rivolta solo al ceto politico (ciò che oggi si chiama “casta”), ma anche alle università, i giornali, la radio, l’economia, le banche, i ministeri, le vere oligarchie che avrebbero voluto continuare a guidare il paese… Parri (il cui volto, ricorda Levi, sembrava costruito col pallido colore dei morti, dei fucilati, degli impiccati, dei torturati) uscì sconfitto sotto le spinte dei liberali e dei democristiani che andavano in altro senso, in un’Italia già segnata dallo spirito anti-antifascista dell’Uomo qualunque di Giannini. Il libro di Alvaro è ancora precedente, fu scritto nel 1944, quando l’Italia era stata liberata solo per metà. Eppure, nella metà già liberata, Alvaro notava amaramente come il continuismo italiano (il solito continuismo italiano) avesse preso il sopravvento su ogni possibilità di cesura con il ventennio.  Parla del Sud, Alvaro, ma in realtà parla dell’Italia intera quando scrive: “Chi ricorda la solidarietà, l’aiuto, il patriottismo, la giustizia che il popolo italiano aveva saputo manifestare nei mesi dell’abbandono, rimane stupito che oggi, a liberazione avvenuta, in questa parte d’Italia, l’ambiente si sia nuovamente avvelenato, e l’odore di cadavere che ammorbò l’Italia per tanti anni, salga da tutta la vecchia classe dirigente morta e non rimossa dal Comitato di Liberazione, e che marcisce sulle sue poltrone, nei suoi palazzi, marcisce in piedi, mentre parla, briga, discute, scrive.”
Ecco, alle spalle del Letta che rivendica la sua alleanza con Alfano, dicendo sorridente che il ventennio è finito e non ve n’è più traccia, s’alzano come fantasmi le parole di Levi e di Alvaro. È di questo estremo politicismo che il Pd sta morendo. Non è la fine politica di Berlusconi o del berlusconismo il tema politico più urgente, né quella di una stagione di contrapposizioni frontali altrimenti nota come bipolarismo, ma il ritorno sotto altre e nuove forme di quel solito continuismo italiano che ingloba senza emendare. A uscire vincitore è l’italico rimanere sempre in piedi, impassibile a ogni scossa o sconquasso, capace di mutare le maschere come se nulla fosse, perché tanto non c’è alcun passato e non c’è alcun giudizio storico. Solo un continuo presente, senza tragedia, e in fondo senza politica.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
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