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Il lavoro rende scrittori: la bestemmia etica di Vitaliano Trevisan

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Questo pezzo è uscito in forma leggermente diversa su Succede oggi.

Qualcosa tiene lontano Vitaliano Trevisan dal romanzo che si rispetti, o rispetti le sue proprie strutture, e che faccia i conti, in maniera adulta, con la sua ragione d’essere: il tempo, il tempo che passa, come le pagine che si rincorrono; quel qualcosa è una sfiducia, come sembra probabile, quasi una rassegnazione, o la consapevolezza acquisita che si debba spostare la mira, per centrare il bersaglio della letteratura, oggi?

Insomma, Works è l’ennesima testimonianza dell’essere Trevisan uno scrittore, e non un romanziere. Nel frattempo, sono andate a depositarsi nel nostro panorama letterario certe opere che sembrano aspirare all’immortalità, in virtù della loro imponenza: capolavori d’obbligo, come se il tempo dedicato alla loro stesura fosse una garanzia della loro tenuta, come La scuola cattolica di Edoardo Albinati, cioè un libro che non può che essere, secondo Francesco Piccolo,“importante”, come Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci, o Le cose semplici di Luca Doninelli, nonché il “definitivo” Gli increati di Antonio Moresco, per rifarci anche a due romanzi dell’anno scorso.

Quelli di Albinati e di Trevisan, invece, romanzi veri e propri non sono, il primo dando libero sfogo alle tentazioni saggistiche, il secondo appartenendo alla cosiddetta memorialistica. Dopo tali sforzi, in ogni caso,è difficile che il critico di turno si permetta di liquidare l’opera, e questo è già un primo e notevole risultato, per un autore.

Trevisan cammina, come l’io de I quindicimila passi, mette un piede davanti all’altro, e fa 650 pagine (la metà esatta di quelle del volume di Albinati), fa Works, un capitolo dopo l’altro, in una rassegna delle fatiche, di tutti i lavori da lui intrapresi e abbandonati, fino al 2002, anno in cui la pubblicazione einaudiana gli fece brillare l’ipotesi della fine di quella vita e l’inizio della carriera di scrittore – non sappiamo come andò a finire, se Trevisan sia riuscito ad affrancarsi dal bisogno, ma è probabile di no: quanti riescono a trarre dalla scrittura il proprio sostentamento? Trevisan, poi, pubblicava poco, e pochissimo, ultimamente: quattro anni e mezzo di lavorazione fanno della redazione di questo memoir l’attività più impegnativa della sua vita, e Trevisan non è uno che riesca a dedicarsi ad altro, nel frattempo, durante un impegno del genere, diversamente da Albinati, per esempio.

Non so bene, all’epoca, di che cosa fossi stufo o disgustato, ma I quindicimila passi felicemente mi sembrò meno contemporaneo di tanta altra narrativa contemporanea, più classico – certo, non avevo ancora letto manco un libro di Thomas Bernhard e, se il percorso fosse stato quello corretto, da Bernhard a Trevisan… Una volta compiuta la traversata dell’opera dello scrittore austriaco, infatti, molto è cambiato, il mio giudizio è meno sprovveduto, e non si può accusare Franco Cordelli di aver esagerato, quando recensiva Il ponte. Un crollo, allorché individuava il suo “calco da Bernhard”, che era “ben noto e francamente stucchevole”. Come superare, se necessario, tale fastidio?

Altri, benché forti lettori bernhardiani, sono stati capaci di rielaborarne in chiave molto più personale l’impasto sintattico, al punto che la loro fonte risulti quasi nascosta, come nel caso di Paolo Nori, ma si può anche mettere in conto che una certa tecnica narrativa faccia parte del nostro patrimonio, che ne sia scaduto il copyright e, comunque, possiamo darci un’occhiata intorno: se tutti scrivono bene, o benissimo, ma molto similmente, uno che scriva altrimenti, che componga un periodare così avvolgente ed elastico non sarà di troppo; se chi scrive senza ricalcare va a finire che scrive come tutti gli altri, meglio rubare – certo, meglio rubare a uno come Bernhard, e non al primo fiacco avanguardista che càpita.

Casomai, conservo più di un dubbio non tanto sulla punteggiatura così farraginosa, quanto sulla coerenza di certe scelte che sembra perdersi, ma può darsi che mi sbagli: non sono certo che sia stato utilizzato lo stesso metro, pagina dopo pagina, nella scelta del segno d’interpunzione adeguato, e può capitare che ci si trovi a percorrerli avanti e indietro, certi capoversi dei quali non s’intravede l’uscita, a stare in apnea, o addirittura a tralasciare ogni pausa per concentrarci sulle parole, effetto altamente nocivo per il mantice di Trevisan, che ha necessità di una ritmica che lo umanizzi.

Rubare, si diceva: Trevisan, in mezzo alle sue fatiche, non manca di rammentare carriere che furono, poi, abbandonate, e che sarebbero state di certo proficue, come quelle del ladro e dello spacciatore, o quella volta in cui si mise in testa, con amici suoi, di progettare una rapina e di sistemarsi, così. Proprio dove le memorie sembrano accendersi, qualcosa non funziona: troppa letteratura o contro-letteratura maudit degli ultimi e dei reietti è passata sotto ai ponti (o sopra, sommergendoci) perché non scappi lo sbadiglio, tanto che anche le pagine de la Repubblica, ormai, nell’intervista di Maurizio Crosetti, sono lietissime di ospitare il racconto illegale e scabroso, che provoca brividi non di disgusto, ma di piacevole proibito; infine, non abbiamo archiviato anche troppe denunce dell’ideologia del Nordest, della sua “periferia diffusa”, della grettezza dei suoi abitanti? Non sono decenni che stiamo a rileggere lo stesso libro? Fino ai giorni nostri, fino al Cartongesso di Francesco Maino di due anni fa, giusto per fare un nome.

Trevisan è anarchico, ma non come gli altri, non come tutti quelli che, giorno dopo giorno, si riscoprono tali, dopo aver minuziosamente considerato agi e difetti di questo posizionamento, dopo aver magari tentato altrove (e fallito) l’esercizio spensierato del dominio, gli stessi che concludono che situarsi (o definirsi e basta) all’opposizione di un qualsiasi inoffensivo potere non fa male, oggi, ed è redditizio, socialmente parlando. Solitario per indole e per schifo delle recenti consorterie letterarie, Trevisan funziona quando smette di comporre l’elegia della propria “diversità” e la sua differenza la mette in pratica, sulla carta, senza pensarci troppo, senza farla cadere dall’alto; quando ripone i panni del superomismo anarchico, smette di fare il duro, di fare a botte e di non perdere mai, di andare a puttane, e va in cerca d’amore, come tutti, cioè diversamente da tutti, per esempio descrivendo l’ingiusto e cruento accerchiamento femminile che deve subire, preso nel gorgo delle Erinni; e funziona quando svela insopportabili istrionismi e bassezze dell’intoccabile Toni (Servillo), colui che, con una sola smorfia, entusiasma la nostrana borghesia culturale e coloro che vorrebbero tanto farne parte.

Invece, dispiace aggiungere che non c’è vigore da cavalieri della giustizia nella damnatio di Aldo Moro (nell’immediato, se n’era incaricato anche Giorgio Gaber, con Io se fossi Dio), né nella conseguente e para-brigatistica soddisfazione che si otterrebbe, insomma, dal sapere che certi potenti, da allora, avrebbero avuto finalmente paura di uscire di casa, che si sarebbero guardati le spalle: è così, difendendo pubblicamente la nobiltà etico-estetica delle rivendicazioni terroristiche, che chi scrive diede sfogo alla propria piccineria di liceale, facendo aprire e stare le bocche di quegli altri piccoli vigliacchi della mia classe, che erano un po’ meno vigliacchi di me. Quando succede, ogni volta che Trevisan si sazia delle proprie “scorrettezze”, viene voglia d’invitarlo a scrivere un romanzo, a lasciarsi perdere, lasciar perdere sé stesso per un po’.

Perché, invece, questo non è un romanzo? Che cosa gli manca? Anche: che cosa manca al romanzo contemporaneo affinché riesca a farsi carico dell’espressione di tanta realtà, invece di delegare tale compito al memoir? Ancora: servono centinaia, quando nonmigliaia di pagine allo scrittore che voglia lasciare un segno, preso dalla smania per il monumentale, nel tentativo di raggiungere l’auspicata categoria dell’“importanza”? Si pensi a Raffaele La Capria, al suo trittico di libri minimi ma duraturi, appena riunito in unico volume: L’estro quotidiano, L’amorosa inchiesta, A cuore aperto. Memorie, lettere, riflessioni, le sue: in quel caso, l’io dell’autore si tiene alla larga da pose estreme e stanchi estetismi, e della propria incertezza fa una forza, tanto che è quella condizione a fargli guadagnare mobilità dell’intelletto e dei sentimenti, a renderlo naturalmente sperimentale.

Questo non è un romanzo perché manca di struttura simbolica e procede per accumulazione, manca di quel qualcosa che lo tenga unito che non sia la brossura: una struttura simbolica è quel nucleo non spento che riordini a modo suo o scombini le successioni, le linee le spezzi, confonda le premesse con le conseguenze, permetta a ciò che è stato detto di essere detto così e basta, per fortuna di chi soffre, che non avrebbe potuto dirlo altrimenti; è anche la possibilità, per l’autore, di non essere abbastanza esplicito e di lasciarlo giù, il dolore, nell’anestesia dello stile. Una struttura simbolica potrebbe dare più spazio al tempo e viceversa, fare di una storia immobile l’unico punto geografico dal quale si poteva guardare tutto, quando la vita, da lì, si sarebbe potuta riaprire.

Un consiglio, finendo: vanno bene, anzi benissimo, la rabbia primordiale, non meditata, e le frequentissime bestemmie di Works, scagliate contro i padroni, il destino, e regalate ai compagni, per farli ridere e rinsaldare per blasfemia il legame sacro degli sfruttati, per non darla vinta ai superiori e rompere il silenzio dell’obbedienza. I luoghi comuni? “Prenderli a martellate, è uno dei miei compiti”: la contestazione, però, è ora di portarla dentro alla letteratura italiana, non inscenando o scimmiottando altri contro-eroi, ed esagero, lo so, ma Trevisan è uno dei pochi che può farcela, anche o proprio in virtù della vita che ha alle spalle. Come e meglio delle Lettere a nessuno di Antonio Moresco, senza quel carico di retorica auto-celebrativa e vittimismo compiaciuto, Trevisan sveli i giochi di forza, i ricatti culturali che non smettiamo di subire, non faccia il verso a sé stesso: lo so che questo è un rischio, e che Trevisan ne ha già affrontati tanti, ma si sa anche che, come sigillò un poeta, quando (e dove) cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva, il che farebbe comodo all’autore, proprio come a tutti noi.

Sono nato sul crinale che, per fortuna, divide la Valdichiana dalla Val d’Orcia: così, lo scontro di civiltà non degenera in rissa quotidiana. Dottore di ricerca in Filosofia, ma non importa, non ci capivamo: Orwell mi sembrava un filosofo, Heidegger un sofista (per non dire peggio), e nessuno era d’accordo con me. Insomma, ero stufo e mi sono messo a rileggere i libri che mi piacevano da piccino. Sono stato educato alla scuola critica di Carlo Monni: “La poesia è un brivido, tutto il resto è letteratura”. Proprio del resto, però, tocca occuparsi. Secondo me, avrei fatto meglio, in generale, a mettere su una band shoegaze, ma non sapevo né suonare né cantare, e sarei stato perfetto.
Commenti
8 Commenti a “Il lavoro rende scrittori: la bestemmia etica di Vitaliano Trevisan”
  1. jacob scrive:

    Il passaggio che Trevisan dedica a “X”, il “grande attore”, è particolarmente sgradevole. E le classi sociali c’entrano poco col risentimento, è tutta una questione di sentimenti umani.

  2. SoloUnaTraccia scrive:

    Se la recensione è così barbosa, figurarsi il libro. Quindi, tutto sommato, grazie per il risparmio di tempo.

  3. quasi|scrive scrive:

    Male: non ho mai letto una recensione scritta così male; bene: non ho mai letto una recensione così sincera.

    L’ultima riga ispirata al povero Hölderlin è puro terrore. Sembra, e subito, il braccio oscuro che nel buio del naufragio potrebbe salvarti quando invece è la pinna d’uno squalo.

  4. sp scrive:

    La parte di Works dedicata al tema di maturità e alle Brigate Rosse è tra le più interessanti del libro, contrariamente al parere del re-censore.
    Assolutamente non condivisibile l’entusiasmo per la parte dedicata al presunto amore, l’ex moglie, che invece risulta insopportabilmente noiosa e sessista, in maniera del tutto scontata e vittimista.
    In ogni caso, Trevisan non scimmiotta un bel niente, come invece rischia di fare questa critica dal sapore didascalico e paternalistico. Senza contare che chiedere a un autore che dichiara di avere scritto l’opera principale della propria vita di impegnarsi per fare meglio, risulta ridicolo.

  5. Giuseppe Savini scrive:

    Ho acquistato il libro non conoscendo l’autore, ma incuriosito da una recensione. Non intendo dare giudizi sul valore letterario dell’opera; mi soffermo quindi su quello che ritengo essere il merito principale di Trevisan: aver saputo descrivere l’ampio e complesso panorama del mondo del lavoro (e non solo) del Nord Est con la precisione e la profondità d’analisi di chi lo ha vissuto in prima persona. Emergono così le contraddizioni e le “povertà” culturali (anche di molti “imprenditori”) che hanno accompagnato il “miracolo del Nord Est”, i cambiamenti sociali e i primi eloquenti segnali di declino.
    Altro elemento che mi piace evidenziare è che l’ “anarchia professionale” dell’autore è probabilmente solo apparente: egli, infatti, ci sa restituire descrizioni molto dettagliate e tecnicamente corrette delle singole attività svolte, a dimostrazione che per ciascuna di esse (anche le più bistrattate) vi era sempre stato da parte sua un trasporto, un impegno, uno sforzo, insomma, un amore vero. In più punti del libro egli dice che ha bisogno di lavorare (facendo intendere per vivere, quindi necessità economica), Dalla lettura dell’opera, tuttavia, sembra emergere una ben più profonda esigenza di lavoro come modo per realizzare se stessi.

  6. andrea f. scrive:

    libro crudo,sincero a tratti autoreferenziale,vero.splendido specchio del profondo nordest e delle sue
    imperscrutabili esigenze di riscatto economico e culturale.la classe sociale è un vestito che ci segue per tutta la vita e trevisan ne è ben conscio:niente e nessuno può transitare da un “vestito” ad un altro se non attraverso il denaro e una perfetta normalità! tutto è apparenza ed immagine :le leggi,la normativa sulla sicurezza nel lavoro,le convenzioni sociali,il semplice rispetto delle regole non sono una esigenza, ma una tensione superficiale a ciò che andrebbe fatto e che naturalmente non si fà.La rispettabilità è data esclusivamente da ciò che appare.
    anche la semantica sembra appartenere al luogo di lavoro!
    splendido libro da leggere con attenzione.

  7. Mauro scrive:

    Mamma mia che recensione assurda. Sicuramente il recensore, se ha letto il libro, non lo ha capito. Di sicuro non conosce il nordest e il mondo del lavoro che vengono descritti da Trevisan con l’esattezza di una fotografia ed una partecipazione che puó essere resa solo da chi vive sul serio e nulla scrive per sentito dire.
    Da veneto che conosce da dentro il mondo del lavoro e da quasi coetaneo dell’Autore, posso dire che l’accuratezza di Works ne fa un testo indispensabile per capire il mondo in cui viviamo. Certo non è il romanzo didascalico che forse piace al recensore, ma Trevisan ci ha spiegato il perchè.
    E la recensione ci fa capire che ha ragione.

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  1. […] (di Gianluca Barbera; di Andrea Cortellessa; di Roberto Plevano; di Paolo Bonari; di Luca Illetterati; di Enzo Baranelli; di Cesare […]



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