HavivSoldier

Se le vite immaginate spiegano quelle reali

HavivSoldier

Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (La foto è di Ron Haviv)

Uno degli scatti più noti del fotografo americano Ron Haviv ritrae un soldato della Guardia volontaria serba mentre sferra un calcio al cadavere di un civile musulmano. Colpendo, il militare tiene serenamente una sigaretta tra le dita della mano – il polso piegato, la postura nel complesso indolente. Ciò che di quell’immagine sconvolge è la coesistenza di segni inconciliabili: la violenza e l’ordinarietà, il furore e il quotidiano.

Il libro delle mie vite di Aleksandar Hemon (Einaudi, traduzione di Maurizia Balmelli) è l’illustrazione tenerissima e spietata di come questa coesistenza di opposti – insostenibile eppure inevitabile – non riguarda una singola foto: è tout court la struttura in cui viviamo. Nelle nostre esistenze convivono (spesso inestricabilmente connessi) elementi discordanti che mettono di continuo alla prova la nostra capacità di comprensione, costringendoci a un ininterrotto stupore.

In quindici pezzi narrativi e riflessivi, Hemon – che con Il progetto Lazarus è stato finalista al National Book Award 2008 – compone un’autobiografia come naturale anomalia. Ogni esistenza si fonda su un movimento assimilabile a quello di un corpo celeste, rotazione e rivoluzione insieme, senza mai un arresto che permetta di individuare una forma coerente. Che cos’è una vita non lo sa neppure chi quella vita la sta vivendo. Esistono solo tentativi di comprensione, ipotesi, collaudi. I frammenti sono molteplici ed Hemon li esplora uno per uno. E dunque il racconto della vita in famiglia a Sarajevo, da piccolissimo, quando tutto era come era già stato, è la precondizione per analizzare quelli che saranno i progressivi sradicamenti, il trauma della relazione con il prossimo, la «crisi ontologica» determinata dall’immigrazione, la scoperta di essere «un coagulo di vari altri».

Allora i paradossi possono spalancarsi riconoscendo l’altro in Mek, un setter irlandese (e nell’essere riconosciuti da lui dopo tre anni di separazione), così come nell’osservare, accanto alla testa «cuboide» e zazzeruta di Karadžić, un proprio ex docente universitario, profondamente ammirato per la sua sensibilità letteraria, diventato nel tempo un membro di spicco del Partito democratico serbo, avallatore del genocidio. E ancora, mentre in quella che era la Jugoslavia è appena scoppiata la guerra, passeggiando nervosamente per Chicago Hemon si ritrova ad accettare di non tornare a Sarajevo e di rimanere negli Stati Uniti (cominciando a scrivere in inglese); fino a rendersi conto, rientrato a Chicago dopo la prima visita in Bosnia a guerra finita, che «di ritorno da casa, tornavo a casa».

Se da un lato per Hemon la nostra vita può venire descritta «come una di quelle Madonne che appaiono nel settore surgelati di un supermercato in New Mexico: visibili solo ai credenti, risibili per tutti gli altri», dall’altro ci sono momenti in cui l’ammutolimento prevale. Davanti alla morte di Isabel, la figlia di un anno, Hemon sperimenta non tanto la fine delle parole (che ci sono ancora ma migrano in blocco verso i tecnicismi diagnostici e prognostici) quanto il dissolversi di una sintassi utile a produrre senso. Rinchiusi nell’acquario di uno sgomento incessante, la vita degli altri (che provano a consolare, che corrono per strada, che semplicemente vivono) si allontana a distanze siderali. Dopo la tragedia, a far recuperare fiato e un barlume di senso è Mingus, l’amico immaginario di Ella, l’altra figlia. Mingus è bizzoso e imprevedibile; a volte urla, «altre volte perde la voce, ma allora parla con quella di Isabel».

Del resto le vite immaginarie, tanto quanto quelle reali, servono a dare forma alla mancanza.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
5 Commenti a “Se le vite immaginate spiegano quelle reali”
  1. Federico scrive:

    Grazie. Per ogni recensione di Giorgio Vasta che pubblicate.

  2. girolamo de michele scrive:

    Davanti alla foto del gendarme con ai piedi il cervello schizzato fuori dalla scatola cranica di Giannino Zibecchi – fatto schizzare fuori dalla camionetta dei gendarmi lanciata a cento all’ora sul marciapiede su cui scappavano Giannino e gli altri manifestanti –, o davanti alla foto del gendarme che fuma la sigaretta con i piedi a pochi centimetri dalla testa di Carlo Giuliani, non mi è venuto alcun sussulto di stupore, neanche momentaneo. Gli opposti non esistono perché un qualche dio in vena di scherzi ha distribuito palline bianche e nere a casaccio: esiste perché ci sono gli ingiusti, i loro servi e i loro gendarmi. L’ingiustizia è la struttura stessa del quotidiano, la violenza non contraddice in alcun modo l’ordinario: nella sua ordinaria quotidianità, traccia per terra un discrimine rispetto al quale, con le motivazioni che si sceglie di avere, ci si schiera di qua, per assecondarla, o di là, per abolirla. La parola “critica” ha la stessa origine di “discrimine”, perché da questo gesto deriva, non solo per l’etimologia.

  3. girolamo de michele scrive:

    esiste = esistono

  4. roberto vasta scrive:

    L’uomo necessita della confusione o commistione del reale con l’immaginario. Non esiste realtà o verità inconfutabile. Sovente la vita costringe a dare peso e seguito alle apparenze che non sono altro che la perfetta dissimulazione ciò che non raggiungeremo mai: la perfezione. All’uomo manca la risposta all’interrogativo più fondante. Annaspiamo atavicamente, soverchiati e soverchiando, stabilendo tabu’ che consentono all’umanità di sopravvivere anche se in malo modo.

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] OGGI ON LINE: Sul libro di Aleksandar Hemon […]



Aggiungi un commento