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Il libro maledetto

Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore

Uscito in forma provvisoria sulla rivista francesce “Carrefour” alla fine del 1947, quindi in volume per l’editore Aria d’Italia nel 1949, La pelle di Curzio Malaparte (da poco tornato in libreria nella nuova veste Adelphi) è l’opera letteraria che meglio rappresenta il presente del paese in cui viviamo. Libro maledetto se mai ce n’è stato uno nella letteratura italiana degli ultimi sessant’anni (messo all’Indice dalla Chiesa cattolica, avversato da personalità quali Raffaele La Capria e Emilio Cecchi per come osò lavare i panni sporchi in pubblico oltre ogni pudore) la cronaca romanzata dell’umiliato disperante popolo napoletano nei giorni della Liberazione ha a lungo viaggiato sotto l’epidermide delle cronache culturali per riemergere ora nel proprio intatto scandalo, rivendicando il copyright su lasciti che abbiamo fatto nostri spesso senza rendercene conto: sul piano dei codici letterari, nonché purtroppo su quello etico e politico.

Definito con coraggio da Gobetti “La più bella penna del fascismo”, Malaparte fu in vita troppo sfacciatamente voltagabbana, amante dei colpi di scena, non di rado indifendibile – fasciocomunista di destra senza obbligo di coerenza quando Pennacchi era bambino – per non farsi detestare dal lento trasformismo trapuntato di alibi di molta intellighenzia nostrana. E infatti l’accesa bellezza della sua prosa (ben conficcata nella tradizione europea dei Proust e soprattutto degli Zola, dei Maupassant, eppure ambigua come solo la lingua di alcuni post-moderni avrebbe saputo essere in futuro) ha ricevuto negli ultimi decenni lodi soprattutto all’estero: uno per tutti Milan Kundera, che nel suo Un incontro colloca La pelle tra le maggiori opere letterarie del Novecento definendolo un “arciromanzo”. L’ostracismo nostrano, forse anche più istintivo che ideologico, è costretto a incrinarsi se si riflette su ciò che è successo negli ultimi anni in Italia, dentro e fuori la letteratura.

La pelle si presenta come una “fiction based on facts”. La Napoli occupata dagli americani, traboccante di miseria e devastazione, è raccontata da Malaparte attraverso una galleria di orrori nella quale i soldati vivi indossano le divise insanguinate dei soldati morti, i padri prostituiscono pubblicamente le loro figlie ai vincitori, gli ignari vincitori vengono a propria volta venduti da uno straccione all’altro per essere derubati dall’ultimo beneficiario della catena, l’infamia, il tradimento, l’assassinio rituale, addirittura il cannibalismo sono moneta corrente. Tutto questo è raccontato sì con lingua letteraria, ma sostituendo i codici del romanzo con quelli del reportage, della cronaca storica e giornalistica, una forma ibrida in anticipo sulle pur diverse declinazioni ultraoceaniche di gonzo- e new-giournalism. Una forma che in Italia è tornata prepotentemente in auge negli ultimi anni se si pensa al Sandro Veronesi di Superalbo o a libri come Spaesamento di Giorgio Vasta o La città distratta di Antonio Pascale (che dell’autore de La pelle può considerarsi l’antitesi per come auspica una laicità e un illuminismo innanzitutto delle forme a fronte della violenta espressività e dell’amore per il grottesco di Malaparte). Il libro italiano contemporaneo che tuttavia intreccia legami più profondi con La pelle è Gomorra di Roberto Saviano. Anche questa una fiction basata su fatti reali, anche questa una galleria d’orrori, anche qui (il vero merito letterario di Gomorra, sempre più lontano per forza di cose dalla militanza civile del suo autore) una voce narrante che diventa ambigua e problematica quanto più pericolosamente si approssima al Male, fino a distorcersi e a subirne la fascinazione, denunciandone così in modo implicito – cioè non pedagogico – i rischi di contagio.

Un libro come La pelle risulta seminale anche rispetto all’altro genere letterario che, insieme con le scritture ibride, è stato tra i più battuti degli ultimi anni: l’autofiction. Da Troppi paradisi di Walter Siti a Prima di sparire si Mauro Covacich, le opere letterarie in cui l’io narrante si appropria del nome del suo autore servendosi di quest’ultimo come personaggio letteraio (“Mi chiamo Walter Siti, come tutti”, recita l’ incipit del romanzo di Siti) hanno trovato fortuna anche all’estero, dal Bret Easton Ellis di Lunar Park agli ultimi Coetzee e Houellebecq. Scivolosa, affascinante, non sempre sorda alle sirene del narcisismo, l’autofiction fu praticata da Malaparte estremizzando già da allora opportunità e pericoli del genere, tanto che persino un genio del travestimento come Vonnegut si domandò che razza di equivoco personaggio fosse stato questo Curzio il cui omonimo letterario si aggira per Napoli sempre protetto da qualche ufficiale dell’esercito americano, sempre a contatto con situazioni orrende di cui si duole ma dalle quali riemerge sempre troppo intatto.

L’eredità più sconcertante che Malaparte scaraventa oggi ai nostri piedi non appartiene però alla letteratura; riguarda piuttosto le somiglianze tra il mondo infero evocato da La pelle e l’aereo mercimonio da cui oggi sembra minacciata vita civile e istituzionle dell’Italia. La Napoli di Malaparte in cui tutto – dignità, coerenza, ideali, onore – è messo in vendita, somiglia paurosamente alle cronache di questi ultimi mesi. Forse è per questo che istintivamente siamo ancora portati a rifiutare il suo libro: una questione di ideali traditi. Saremmo potuti essere il paese dei Milton e dei Johnny di Beppe Fenoglio, e cioè un paese fiero, cosmopolita, costruito sul bene comune. Al limite, quando per la profonda condivisione di certi ideali comuni alcuni treni erano già in fuga, saremmo potuti essere il paese dei Barbino e degli Angelo Barzanovi, gli eroi individualisti e senza macchia dei primi libri di Busi. Rischiamo invece di aderire all’immagine di un paese di ragazze in vendita e deputati al saldo invernale, di giovani umiliati, di braccia sfruttate, di cervelli in fuga, di camaleonti dalla furbizia sempre più scontata. “Erano i giorni della peste di Napoli”, scriveva Curzio Malaparte ne La pelle, laddove la peste era da intendersi come malattia dello spirito. Quei giorni non hanno smesso di riempire le caselline del nostro calendario, vista la facilità con cui la prosa di Malaparte  si può declinare al presente: “non è più la lotta per la libertà, per la dignità umana, per l’onore… oggi si soffre e si fa soffrire, si compiono cose meravigliose e cose orrende, non già per salvare la propria anima, ma per salvare la propria pelle”. Con la differenza che mentre Malaparte cercava di fare di Napoli un simbolo condiviso, una metafora dell’Italia moralmente annullata dalla guerra, di quel “genere umano perduto” che Vittorini proverà a esorcizzare nella sua magnifica Conversazione, oggi non manca chi usa l’attuale disastro napoletano come capro espiatorio, un problema che non riguarda la propria coscienza immacolata, una cinica opportunità politica. E’ insomma il fantasma del “si salvi chi può” che ritorna, un permanente contagioso 8 settembre dello spirito: la malattia che non siamo più riusciti a strapparci via di dosso.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
8 Commenti a “Il libro maledetto”
  1. E invece adesso dici “Carrefour” e uno pensa a un supermercato…

    Grazie di aver riportato alla superficie della memoria quest’opera straordinaria.

  2. GL scrive:

    Eccellente analisi di un gran libro. Vien voglia di rileggerlo.

  3. permas scrive:

    Lo scrittore italiano più letto all’estero nel XX secolo! Ecco chi è Malaparte. Volontario a 16 anni che finisce nel carnaio di Bligny (20%di perdite in 6 mesi), tirato giù dalla carretta dei morti e messo da parte perchè è ancora caldo! Prima di esprimere giudizi, pensate a quell’esperienza. Perchè non si trova in giro il suo CAPORETTO? Censurato ogni qualvolta appariva in circolazione, ha dovuto attendere decenni dalla fine del secondo conflitto, e non si prova assolutamente in circolazione. Peggio della scomunica della “Pelle”. Come mai nelle trasmissioni dedicate alla nostra “cultura” nessuno ne parla?

  4. Larry Massino scrive:

    Sto rileggendo kaputt, altrettanto bello e coraggioso, sulla fine della civiltà europea, una sorta di pelle su scala europea… anche kaputt fa pensare a saviano: autofiction, altro che letteratura civile… da malaparte il partenopeo sembra prendere anche la smargiassitudine dell’io ci ero ovunque… soltanto che… l’intelligenza di malaparte è a tutt’oggi sorprendente. ho sempre pensato che è il nostro céline. forse per questo è tenuto così in discredito nel culturale nostrano. va a finire che quelli dell’amore si pigliano anche lui: intanto il bibliofilo dell’utri si è comprato le sue carte dalla famiglia, in quanto il comune di prato non le ha volute comprare, chissà in base a quale arcana guerra politica.

  5. Riccardo Moma scrive:

    Mi sembra che sempre più spesso negli scrittori, l’autofiction sia innanzitutto la via – l’unica – per castigarsi, per scarnificarsi pubblicamente agitando i brandelli in aria come a dire: “ecco come estirpo il male da me stesso, perché se questo male io lo racconto, non ne sono certo rimasto immune”. Non so se tutto questo risponda a un narcisismo reale – forse, a volte, ma non me ne farei un problema quando il guardarsi dentro riesce a essere comunque lo specchio di quello che c’è fuori, intorno – ma piuttosto lo vedo spesso come un tentativo catartico (vedi Genna in “Italia de profundis”, vedi il giovane Peppe Fiore de “La futura classe dirigente”, o lo stesso Siti, o l’ultimo Houellebecq de “La carta e il territorio”), una chemioletteratura che bombarda le metastasi dello spirito. Non a caso, e per proseguire la metafora, la Napoli de “La pelle” è un grosso organismo tumorale descritto in una marcescenza estremamente vitale, ma inevitabilmente destinata a non avere un vaccino. E il Curzio che si aggira tra i tessuti corrotti della città (le pareti catarrose dei vicoli, le esalazioni umane che da quei vicoli e quei bassi promanano) ha la stessa fascinazione per il Male che avrà mezzo secolo dopo Saviano e la stessa necessità di autopunirsi di Siti, Genna, Houellebecq, ma saprà restare immune da quella retorica strisciante che invece, mi sembra, annacqui un po’ “Gomorra” (forse, e questo è un merito secondo me, la trasposizione filmica di Garrone, riesce meglio a tenere questa retorica in disparte).

  6. Lorena Melis scrive:

    io lo rileggo sicuro.
    Bella pagina

  7. maria scrive:

    grazie Nicola. Conservo tutte le tue recensioni – preziose – e i tuoi scritti. Imparo molto . Sono contenta che in Italia sia nata,grazie a te e al tuo ambiente, una coscienza nuova. Ci credo. Devo fare di tutto perchè mi serva di aiuto a “estrarre” (come dici tu) il meglio da me stessa, Anzi , a cercarlo, perchè non so bene dove stia.
    Credo che la letteratura (la poesia) sia la vita.

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  1. […] Lagioia, in un articolo del 2011 sul Sole 24 Ore, ha paragonato La pelle a due recenti casi letterari di successo italiani. Il primo è Gomorra di […]



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