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Il mare di Trump

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Questo pezzo è uscito sul Foglio.

Palm Beach. Mischiare la Costa Smeralda con Milano 3, il porto di Villa Certosa coi fasti dei Casati-Stampa; affreschi e rinfreschi. È chiaro che Donald Trump incarna i sogni proibiti di Silvio Berlusconi: mettere il proprio logo su tutto, financo sui cappellini, e venderli. Avere la valigetta nucleare, e mostrarla agli ospiti al posto del vulcano; figli e famigli come consiglieri speciali sul medio oriente. Ma soprattutto, il sogno più bello è quello immobiliare, come in questo paradiso ibrido di Florida, misto appunto di Brianza e Costa Smeralda, dove sorge il casone disneyano di Mar-a-Lago (che nome).

Si arriva un lunedì mattina, da Miami, il presidente appena andato via: viali lindi, palazzine basse e portici, un fortino di Tiffany come in molte urbanizzazioni americane. Una Porto Rotondo country, una Peschiera Borromeo di mare, ma con un twist kennediano-presidenziale. Sul corso principale che si chiama “Worth Avenue”, tipo “io valgo”, ma da un generale americano ottocentesco, tutti i negozi con un italian sounding: Loro Piana, ristorante Renato (tartufi), legatoria Il Papiro, negozi di babbucce ricamate, di taglie extraforti, l’immancabile – per queste località balneari “su” – shop di tovagliati e asciugamanerie con iniziali, come l’Innovazione a Forte dei Marmi.

E una libreria che vende solo prime edizioni di classici americani, tipo Libraccio ma con prezzi adeguati: Il giovane Holden (7.500 dollari), Via col vento (12.500 dollari), Il grande Gatsby (100.000), e però nei prezzi sono comprese pratiche sovraccoperte-box che riproducono l’originale, che così non prende la polvere o può stare anche in banca (forse di qui provengono i libri rarissimi che il maggiordomo di Mar-a-Lago Antony Senecal ha detto esserne tappezzata la biblioteca, ma che in famiglia “nessuno legge”, se vi fossero stati dubbi). In vendita, anche, in questa libreria, sotto foto autentiche di Roosevelt e Reagan, per impossibili confronti, cimeli della prima inaugurazione kennediana, con inviti e segnaposto e tutto e Jackie sorridente.

Fuori, nella canicola, anziani rigorosamente bianchi, con i colori degli anziani ricchi (polo color salmone e jeans azzurrini), almeno con tre pacemaker, ondeggiano sotto le volte di questi portici ove i soffitti hanno trabeazioni una diversa dall’altra, il parquet anche in testa; siamo con l’amico omonimo Michele, e subito ci si imbatte in un gagà dinoccolato settantenne amico di tutte le gentildonne, in short e capello mogano, che salta giù dalla sua Fiat Cinquecento gialla targata S-I-E-N-A e subito ci esprime tutto il suo amore per l’Italia, e poi abbranca altri passanti, conoscenti, anziani wasp, e gli dice, ma non ci siamo visti ieri al museo, è stato favolosooo! (daje a ride).

Si capisce dunque il successo di Trump, qui, come del resto si era capito il successo di Maurizio Raggio e della sua contessa Agusta a Portofino, quando ci raccontarono che tra atterraggi in elicottero e forse strane sostanze giocavano a fare pipì nei giardini gentilizi di dame dell’area C come la Pupi Solari, in un contesto di stiffness totale e milanesi imbruttiti; e dunque qua in questa Liguria wasp il presidente deve aver portato una nota di allegria democratica, di burinaggine vitale.

Una lunga inchiesta del Vanity Fair americano in edicola racconta l’ascesa di Trump a Palm Beach, località esclusiva in senso letterale, tendente a escludere chi non fosse bianco, anglosassone e protestante, e ricco da generazioni. La conquista della casa al mare è sineddoche catastale e esistenziale del trumpismo: la residenza di Mar-a-Lago, come tutti sanno, era appartenuta alla dama dei cereali Marjorie Merriweather Post, già donna più ricca degli Stati Uniti, avendo ereditato dal padre una fortuna valutata 250 milioni di dollari (degli anni Trenta). Il padre aveva fondato nel 1895 un colosso dei corn flakes poi venduto alla Kraft. Alla sua morte la signora aveva voluto lasciare la magione alla Casa Bianca perché ne diventasse una dépendance estiva; salvo costare troppo di manutenzione, quindi restituita al mittente.

Ma il casato nel frattempo si era emaciato, e l’erede, l’attrice Dina Merrill, vi viveva tipo Sunset Boulevard o Grey Gardens o tante zie nostre, in case cascanti senza più manutenzione. Però mantenendo uno stile gentilizio oltre che cerealizio. Trump disse che era “arrogante e snob, che aveva ereditato la bellezza dalla madre ma non il cervello”, lei rispose, smentendolo: “Avete visto che persona squisita? Non è affascinante?”. Trump offre 25 milioni, l’erede non accetta, allora – queste eredi fanno sempre cazzate immobiliari – lui compra per due milioni la spiaggia davanti a casa che lei aveva venduto per trecentomila dollari, e a quel punto promette di costruirvi “l’edificio più brutto del mondo”, che detto da lui suona una minaccia piuttosto credibile.

L’erede capitola, vende tutto compresi gli arredi, per 8 milioni, e Trump entra finalmente nel feudo, solo che nel frattempo, come gli capita spesso, fallisce, non ha più un soldo, così decide di trasformare Mar-a-Lago in un club. Che sarebbe come dire trasformare in un club Castelporziano (in effetti, perché no?, solo che lì ci andava Vittoria Leone, qui ci stavano i Kennedy). La società civile floridiana insorge: in quanto cittadella nazista dell’old money americano, Palm Beach era fiera di aver vietato fino ad allora l’ingresso a chi non avesse solide fortune bianche alle spalle incrostate di ivy league: il Beach and Tennis Club, con sistema di votazione tipo Circolo della Caccia, palla bianca e palla nera, novant’anni di storia, è un posto dove è considerato maleducatissimo chiedere di che cosa ti occupi, perché la maggior parte dei soci sono “avid sportsman”, come recitano i frequenti necrologi dei soci blasonati e antichi, cioè non hanno mai lavorato in vita loro.

Altro circolo, un po’ più giù, mettiamo tipo Scacchi, è l’Everglades, frequentato da Kennedy, Vanderbilt, Du Pont, Hilton, famoso per aver sospeso un membro perché aveva invitato la regina dei cosmetici Estée Lauder, giudea (gli ebrei, se proprio dovevano venire su da Miami, hanno sempre avuto un loro club, il Country, il cui membro più importante è stato Bernie Madoff, che qui trovava clienti da spolpare). I neri non erano proprio contemplati né graditi upstairs.

In questo clima di segregazione razziale, Trump ha avuto vita facile nell’aprire il club supercafone democratico. Vita facile per modo di dire, perché il comune si è subito opposto alla trasformazione della villa in club, e Trump ha dovuto fare varie cause, prendendo poi tutti per sfinimento, come al solito. Però poi il club è stato finalmente aperto (quasi) a tutti, comunque anche a un gruppo non proprio di poveracci che altrove non erano ammessi, sempre in quanto giudii o afroamericani o non discendenti dei padri fondatori, come Steven Spielberg, Henry Kissinger, Lee Iacocca, Denzel Washington, Norman Mailer, Elizabeth Taylor.

Pare che prima del consiglio comunale decisivo del 1996 che approvò il cambio di destinazione d’uso, Trump mandò a casa di tutti i consiglieri un vhs di “Indovina chi viene a cena”, per irriderli e convincerli. Da allora, poi, tutto in discesa: il pop irruppe a Palm Beach, dalla luna di miele di Michael Jackson e Lisa Marie Presley (1994), ai concerti di Céline Dion sulla spiaggia, ai paparazzi a fotografare cantanti (neri!) per la generale orrificazione dei vecchi casati consunti. Il Tennis club fece continue cause, perdendole, e oggi ritirate perché non ce n’è più bisogno: perché Trump aveva issato una bandiera americana troppo grande; Trump rispose querelando il comune e chiedendo di deviare (ricorda qualcuno?) il traffico aereo sopra la casa; ma oggi non serve più, oggi può issare le bandiere più giganti, mentre vige il divieto di sorvolo e atterra e parte col cicciuto Air Force One dal Palm Beach International, nome in codice PBI. E se la “fee” del suo club è passata dai cinquantamila ai centomila e poi ai duecentomila dollari attuali, comprensivi di bonus elettorale, ecco infatti l’opportunità unica per i soci di vedere un presidente in compagnia di dignitari stranieri e alle prese con delle vere crisi di governo balistiche e missilistiche come in questi giorni con la Corea (altro che Circolo della Caccia!).

Perciò si prova a entrare, in questa Mar-a-Lago: alle mail non rispondono proprio, nemmeno alle tragiche finte missive per cui si promette un articolo sui migliori club del mondo, per invogliarli. Si guida, con l’amico Michele, su Worth avenue deserta, e prima sulla fatidica autostrada 826 da Miami, detta anche Palmetto Express, che è la Salerno-Reggio Calabria floridiana, piena di buche e incidenti e mai finita (e un conoscente, a Miami: “Aggiustasse piuttosto la Palmetto, Trump, altro che muro col Messico!”). Poi, ecco un lunghissimo ponte con statue in marmo bianco proprio uguale al Ponte Flaminio, con una torretta uguale a Ponte Milvio dove però non fanno spritz e non ci sono lucchetti, ma subito cambia tutto dalla Florida popolare, dai cartelli di pubblicità degli avvocati (“hai avuto un incidente in crociera? Chiamaci!”).

Giungiamo infatti a Palm Beach deserta nell’alba non livida, tra Rolls Royce e Jaguar placidamente parcheggiate; una piazzetta con delle vie che si chiamano “Amore” “Parigi”, “Mario”, “Bice”, in italiano nel testo, un signore in panama e babbucce, tra Tom Wolfe e Enzo Miccio, spiega a un gruppo di turiste anziane i soffitti lignei “italiani” dei portici (l’escursione costa dieci euro a testa, dura un’ora). Tutto progettato e inventato dall’architetto Addison Mizner, geniale inventore anni Dieci del barocchetto floridiano, un Busiri-Vici fiorito, un antesignano dell’architettura “totale” di Jacques Couelle in Costa Smeralda; qui però con tocchi di leggiadria – scalette, loggette, colonnine, inferriate frou-frou (a Palm Beach Mizner aprì una sua fabbrica di ferri battuti e stucchi, tipo Mariano Fortuny). Il tutto applicato a imponenti bastioni di pietra capaci di contenere meglio, rispetto ai preesistenti casamenti lignei, gli uragani, e di ospitare ascensori e denari tipo palazzi degli Ori e dei pescecani gaddiani per una nuova borghesia appena nata abituata a lussi e solidità newyorchesi.

Fino a fine Ottocento infatti Palm Beach era una palude infestata da alligatori, e si decise poi di farne il primo posto per ricconi d’America. Dunque casoni per tutti, per i Vanderbilt, Rockefeller, Carnegie, che arrivavano sui loro treni personali in questa “beaux art jungle”, nuova fiammante, poi via via meta di burini arricchiti come i Kennedy solo nel ’33, e via decadendo. E troneggia ancora oggi l’imponente sede proprio dell’Everglades Club, al 356 di Worth Avenue, all’inizio della via, già palazzo Singer della stirpe delle macchine da cucire: opera somma di Mizner, un po’ fortino spagnolo e un po’ villa medicea. Ma poi proseguendo nella via, tutto un kitsch da Valmontone Outlet, ecco una piazzetta con murales a effigie di Pablo Picasso tra i rampicanti, e delle statue bronzee a raffigurare molti bambini: bambini che vanno in altalena, bambini che danzano, bambini anche in strane posizioni non molto consone, un cartello avverte che è tutto opera del principe-scultore Monyo di Romania. C’è l’arte che c’è in questi posti: gallerie come a Gstaad, tra Teomondo Scrofalo e l’assegno circolare: entriamo in uno di questi portici, ecco dei Damien Hirst con farfalle di prammatica, degli Alex Katz che raffigurano piscine, Warhol a strafottere. Poi negozi di guinzagli. Un’agenzia immobiliare affiliata a Christie’s, si può comprare una villa qui per venticinque milioni, ma anche un castello nel Chianti, prezzo su richiesta. Operai che trasportano ficus giganti. Profumo di fiori e Penhaligon’s. Una pasticceria “Pastry Haven”, tipo il Cigno ai Parioli.

Prendiamo la macchina e osiamo. Su Peruvian Avenue, vialone con palazzi alti e stretti come la via Ulpiano a Santa Marinella, e palme però molto più alte, arriviamo su un lungomare fastoso, una Sabaudia ma con aiuole e pratini di insostenibile idratazione, e un profumo di erba tagliata irreale nel calore floridiano. Ecco le ville, la Guerida acquistata dai Kennedy nel ’33 e venduta nel ’95, ma soprattutto impressionano le spiaggione davanti con enormi piscine azzurre, e i muraglioni che impediscono di spiare dentro, mannaggia. Ma all’improvviso, ecco sulla destra un cancello come Dynasty, ecco Mar-a-Lago, è uno stile vagamente diverso, più Disney, con strano torrione tipo fungo o avvistamento d’aeroporto: non è opera infatti di Mizner ma di un suo emulo, Marion Sims Wyeth, già diplomatico a Roma, uno di quegli americani poliedrici amanti dell’Europa (ma la villa fu poi decorata negli interni in stile neorinascimentale-montanaro tipo saga dei nibelunghi a Neuschwanstein, dal vignettista non a caso austriaco Joseph Urban).

E’ stranamente tutto aperto, non ci sono neanche camioncini del servizio segreto, solo una fila di Bentley tutte bianche nel vialone coperto da alti palmizi; il colpo d’occhio prende un corpo di fabbrica gigante color crema, con la torre di guardia e la famosa bandiera americana gigante, a sinistra. Poi arriviamo in uno spiazzetto sotto un arco e un alto loggiato Coppedè, è l’ingresso al pubblico; non facciamo a tempo a vedere il tunnel che collega il palazzo con la spiaggia, sotto lo stradone South Ocean (come la casa Agnelli a Forte dei Marmi). Però delle signore vestite non alla marinara ma in lini bianchi e crema e denti molto bianchi e capelli biondi parlano con un enorme concierge nero con polo rossa marchio Trump: allora per un attimo tutti ci guardano incuriositi e forse inteneriti, non avranno mai visto una Toyota da queste parti, saremo i primi poveri dal 1910. Poveri che hanno sbagliato strada. Stupidamente, diciamo la parola “giornalista”, e diventano improvvisamente cattivi e ci dicono di andare via, subito.

Michele Masneri (1974) è nato a Brescia, e poi si è esoticamente trasferito a Roma perché, come sostiene Alberto Arbasino, bisogna vivere nella capitale dello stato di cui si è cittadini. Scrive di economia, società e cultura, sul Foglio, su IL del Sole 24 Ore, su Studio. Per minimum fax ha scritto Addio, Monti (gennaio 2014), il suo esordio in narrativa.
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