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Il memoriale della Repubblica

di Alessandro Leogrande

A oltre trent’anni di distanza dalla sua morte, il fantasma di Aldo Moro ancora interroga le fragili pareti della Repubblica. Non solo il fantasma del caso Moro, cioè del sequestro, della prigionia, dell’assassinio dello statista democristiano, e del contemporaneo scontro fermezza-trattativa. A essere ancora presente fra noi è il fantasma dell’uomo Aldo Moro, attraverso gli “scritti della prigionia” che ci sono pervenuti.
Qualche anno fa lo storico Miguel Gotor curò per Einaudi un’importantissima edizione critica delle Lettere dalla prigionia del politico pugliese, collocandole storicamente all’interno del rapporto tra “dentro” e “fuori” la prigione del popolo delle Brigate Rosse, all’interno del dialogo tra chi scrive e la sua famiglia e, soprattutto, tra chi scrive e il mondo politico dell’epoca. Ora Gotor affronta un’operazione ancora più complessa: guardare con gli occhi dello studioso non le lettere, ma il famoso memoriale scritto da Moro sotto sequestro. Lo ha fatto in un volume di oltre 600 pagine: Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano (Einaudi).
La parola “anatomia” è qui intesa in due sensi. Innanzitutto è ciò che Moro ha scritto a costituire una spietata anatomia del potere politico italiano. In secondo luogo, è l’incredibile storia del memoriale (il modo in cui è stato a lungo celato, e poi reso pubblico solo in parte) a rivelare l’anatomia dei poteri nostrani, il magma oscuro della Repubblica. I suoi non detti, il suo spirito di conservazione.
Gotor evita il rischio della dietrologia. Tutto ciò che afferma è ampiamente documentato, frutto del confronto con migliaia di documenti, con centinaia di deposizioni e testimonianze giudiziarie ed extra-giudiziarie. Quello che viene fuori non è semplicemente un giallo, è un affresco tragico da far tremare i polsi.
A parte un breve testo su Taviani scritto a mano da Moro, e reso pubblico durante la prigionia, il memoriale, per come noi lo conosciamo, è stato trovato in due momenti distinti. Il primo: nell’ottobre del 1978, in un blitz del nucleo speciale antiterrorismo guidato da Dalla Chiesa nel covo brigatista di via Monte Nevoso a Milano, vengono trovati 49 fogli dattiloscritti che riportano alcuni brani del memoriale. Il secondo: dodici anni dopo, sempre nello stesso appartamento, un operaio impiegato nei lavori di ristrutturazione scopre dietro un pannello di gesso un plico che contiene, sotto forma di fotocopie, una quantità di pagine molto maggiore.
Ora, sostiene Gotor sulla base di molte testimonianze, almeno venti di queste pagine erano state già trovate nel 1978, eppure non vennero divulgate per paura delle conseguenze che avrebbero prodotto. Chi operò questa decisione? È questa una delle domande intorno a cui ruota Il memoriale della Repubblica. Non solo, anche una semplice analisi testuale, porta a pensare che pure le pagine “scoperte” nel 1990 non siano tutto il memoriale, ma solo una sua parte. Insomma, è rimasto oscuro (o perché distrutto, o perché ancora nascosto da qualche parte) un “ur-memoriale” di cui si può solo ipotizzare il contenuto. E, quindi, dal momento che i terroristi erano stati già arrestati, quelle carte scottanti sono state vittime di almeno una doppia mano censoria, riconducibile ai servizi, o a pezzi dell’anti-stato incistati nello stato. Ma che cosa diceva Moro di tanto sconvolgente?
Basta leggere uno dei brani riportati per capire: “È doveroso alla fine rivelare che quello della strategia della tensione fu un periodo di autentica e alta pericolosità, con il rischio di una deviazione costituzionale che la vigilanza delle masse popolari fortunatamente non permise. E invece, come abbiamo detto, se vi furono settori del Partito immuni da ogni accusa (es. On. Salvi) vi furono però settori, ambienti, organi che non si collocarono di fronte a questo fenomeno con la necessaria limpidezza e fermezza.”
Moro scrive delle responsabilità di una parte dei vertici della Dc nella strategia della tensione, dell’intervento dei servizi, dei condizionamenti della Cia. Fa nomi e cognomi. E per quanto scriva in prigionia, per quanto ogni frase sia pensata per agevolare la propria liberazione, per attuare un dialogo tra “dentro” e “fuori” la prigione, scrive di suo pugno. Non è guidato, né è diventato pazzo, come sostengono i più autorevoli rappresentanti dell’esecutivo dell’epoca.
Moro aveva capito la crisi mortale del sistema politico italiano e aveva individuato una via d’uscita. Aveva compreso appieno il peso delle trame nere, oscure, gelatinose nella storia di questo paese. Aveva pensato a un nuova politica, interna ed esterna, che rompesse i blocchi contrapposti della guerra fredda. Per questo, dice Gotor in una pagina amara del suo libro, era odiato: “un odio sordo, dunque, in cui gli estremisti e i reazionari di questo paese si sono dati la mano in nome e per conto di un’oscura, ma vivacissima pulsione sovversiva, antisistema, renitente al gioco democratico.”

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
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