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Il metodo Stamina non è un metodo. Punto.

Oggi pomeriggio su Rai Uno andava in onda un ignobile approfondimento sul cosiddetto Metodo Stamina. In studio una serie di famiglie di piccoli malati, e in collegamento da Capo Verde il cosiddetto professor Vannoni. Il tutto è proseguito per un’ora senza nessun tipo di contradditorio. Ripubblichiamo qui un intervento di Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini uscito sul Sole 24ore, e rimandiamo, per una buona ricostruzione, al dossier di Wired e all’intervento recente di Matteo Bordone.

Ora che «Nature» ha smascherato quella che sembra essere una frode ai danni dello stato, ma soprattutto dei pazienti, organizzata da Vannoni & Co., ci si aspetta che i tribunali facciano quello che avrebbero dovuto fare da tempo; cioè perseguire questi ciarlatani, invece di prescrivere d’ufficio il falso trattamento. E in un paese più civile i giudici che hanno abusato della loro funzione sarebbero anche sanzionati per i danni che hanno concorso a causare, insieme a tutti coloro che hanno promosso l’immagine di un “metodo” e di “cure” mai dimostrate. Attraverso pubblicità spesso ingannevoli, e sfruttando ignominiosamente la credulità popolare, oltre che la debolezza di chi spera. Tutti hanno visto e possono ora giudicare le trasmissioni televisive in cui Le Iene hanno disinformato l’opinione pubblica

 Era chiaro all’intera comunità scientifica che il “metodo Stamina” non esiste. L’ha detto in modo chiaro anche l’Accademia dei Lincei, mentre è rimasto inspiegabilmente in silenzio la Federazione Nazionale dell’Ordine dei Medici, se non per un comunicato tardivo e minimale. Ora ci sono le prove che Vannoni & Co. hanno trafugato immagini da articoli pubblicati anni fa da scienziati russi, che descrivono procedure diverse dal metodo per il quale i nostri hanno chiesto la protezione brevettuale. Al Parlamento e nelle audizioni alla Camera quel “metodo” Stamina era stato presentato come unico, migliore rispetto a qualsiasi altro, una strategia rivoluzionaria, «con tante raffinatezze» come dichiaravano i nostri, descritto in quell’unico testo grossolano a cui Stamina ha sempre fatto riferimento. Una richiesta brevettuale che non ha mai avuto fortuna. «Sta tutto lì dentro», dicevano. Infatti, ci stanno anche gli imbrogli “scientifici”, ora sappiamo da «Nature», che confermano che il “metodo” non esiste. Ci si aspetta una dura reazione del ministro della Salute, e ci si chiede perchè la governance universitaria (Rettore dell’Università di Udine, Presidente del Consiglio Universitario Nazionale e Ministro dell’Università e Ricerca), alla quale spetta la responsabilità civile dell’educazione al rispetto dei fatti e delle prove, in particolare dei futuri medici e professionisti del settore sanitario, non abbiano mai censurato il comportamento pubblico del professor Davide Vannoni (associato di psicologia della comunicazione a Udine, quindi nè medico nè biologo) il quale nei mezzi di informazione ha offeso e minacciato i colleghi che, legittimamente, e prove alla mano, l’hanno criticato.

Rimangono aperte alcune domande sui modi e sul merito di quel che è accaduto. Cominciamo dai modi. Quale reazione susciterebbe in un cittadino di media intelligenza e cultura il fatto che un parlamento votasse per fare un esperimento che dovrebbe stabilire se hanno ragione alcuni fanatici, i quali sostengono che gli astronomi si stanno sbagliando e non è la Terra che gira intorno al Sole, ma viceversa? Noi pensiamo che questo immaginario cittadino sarebbe scandalizzato. Penserebbe di essere di fronte a un imbroglio colossale perpetrato da manipolatori, ai danni di una classe politica poco preparata in materia. Ebbene la vicenda “Stamina” è più o meno equivalente. E dimostra che la politica non deve occuparsi di stabilire se una teoria scientifica o una tecnica sono valide. Deve solo garantire la libertà di ricerca e il confronto e la competizione per le idee migliori (che poi ricadranno positivamente sulla società) oltre a tutelare la sicurezza dei cittadini. Perché il valore conoscitivo di un’ipotesi scientifica o l’utilità di un’innovazione non può essere messa ai voti. Quando la politica si impicciava o si impiccia accadevano i casi Galileo e Lysenko, si facevano e si sono fatte le leggi eugeniche razziste e naziste, sono accaduti i casi Di Bella, eccetera. Cioè si son fatti e si fanno danni: soldi buttati, pazienti esposti a rischi inutili, morti, eccetera.

Evidentemente un principio così elementare, come quello che il confronto tra ideologie e interessi deve star fuori dall’accertamento delle verità di fatto in materia di scienza e tecnologie, perché porta facilmente a manipolazioni strumentali, non fa ancora parte della cultura politica di questo paese. Ma i tecnici queste cose dovrebbero saperle. E il guaio, nel caso Stamina, è stato fatto dal ministro tecnico Balduzzi. Perché non abbiamo mai capito come abbia potuto emettere un decreto che autorizzava una pratica illegale per giunta bloccata dall’Aifa, oltre che priva di alcuna consistenza medico-scientifica. E come abbia potuto il Senato peggiorare quel decreto approvando modifiche che avrebbero prodotto disastri epocali per lo Stato e i malati, se la Camera dei deputati non avesse preso tempo per capire meglio e licenziare un testo di legge un po’ più basato sui fatti.

Per rispondere a questi interrogativi, bisogna entrare nel merito. Da alcuni anni lo staminologo italiano Paolo Bianco lancia l’allarme in merito al rischio che la cosiddetta medicina rigenerativa, e in generale le terapie che somministrano con intenti terapeutici cellule e preparati cellulari, stia favorendo l’emergere di una pressione politica ed economica per accelerare il trasferimento alla clinica di esperienze di laboratorio. Per quest’approccio è stato anche inventato un nome: si chiama “medicina traslazionale” e cerca di far fronte a, e sfruttare, spesso prescindendo da ogni razionale scientifico e da ogni prova di efficacia, la domanda di trattamenti per malattie rare e gravi.

Ebbene ci sono prove che è in atto un’operazione scientificamente calcolata per indurre le agenzie regolatorie internazionali, quindi per spingere i parlamenti e i governi che decidono la politica di queste agenzie, ad abbassare i criteri richiesti per l’approvazione dei trattamenti terapeutici avanzati, in modo particolare l’uso di cellule staminali. Quali sarebbero gli argomenti per chiedere meno controlli? Si dice che dovrebbe bastare la prova dell’innocuità dei trattamenti per dare l’autorizzazione. Una volta provato che questi trattamenti non sono dannosi, per quanto riguarda l’efficacia si dovrebbe lasciare a una valutazione che viene dall’uso che se ne farà. A chi obietta sull’eticità di proporre trattamenti di non provata efficacia, si risponde che in fondo spetta al paziente in autonomia decidere se vuole sottoporvisi.

L’argomento si potrebbe anche prendere in considerazione se tutto questo fosse fatto con investimenti privati e una rigida sorveglianza da parte di agenzie indipendenti. In realtà, lo si vuol fare, come sta accadendo per Stamina, a spese del sistema sanitario nazionale e riducendo indiscriminatamente i controlli relativi all’efficacia e alle conseguenze avverse. Il caso Stamina dimostra, se ce ne fosse stato bisogno, dato quel che è sempre successo in passato, quali rischi si corrono a eliminare regole che sono state introdotte proprio per prevenire questo genere di abusi. Regole che possono anche essere riviste – qualora e se le promesse di efficacia delle strategie a base di staminali si faranno più solide – ma non per favorire gli interessi di uomini d’affari anche se questi sono stati o sono medici o scienziati. Bensì per tutelare meglio i pazienti e allo stesso tempo favorire davvero una maggiore produttività nell’ambito dell’innovazione terapeutica per malattie che oggi non lasciano speranza, ma sulle quale scienziati e medici sono in campo ogni giorno.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
7 Commenti a “Il metodo Stamina non è un metodo. Punto.”
  1. Enrico Marsili scrive:

    Per capire che Stamina e`una bufala basta una buona terza media. Comunque fa piacere leggere su M&M un articolo su questa disgustosa vicenda.

  2. sergio garufi scrive:

    Però il “punto” no, dai. Poi nel titolo, addirittura.

  3. S. G. F. scrive:

    Anch’io sono rimasto allibito sul “punto”, perfino nel titolo. Mi auguro sia stato scritto con ironia. E’ un’epidemia di “punto”. Siamo già usciti abbastanza malconci dalle recenti epidemie di “attimini” e di “assolutamente sì” “assolutamente no”.

  4. camilla proietti semproni scrive:

    Personalmente sono d’accordo con il Punto. E faccio il medico. Complimenti per l’articolo.

  5. lansdale scrive:

    ottimo articolo,chiaro e con la giusta e necessaria dote d’indignazione per la grottesca e drammatica vicenda Stamina..spero che l’inchiesta Guariniello fermi questi pericolosi individui e faccia chiarezza sull’imbroglio ai danni del paese

  6. andrea scrive:

    sono d’accordo sul modo poco scientifico con cui viene affrontata la questione, tipico di questo paese, peggiorato dal clamore mediato dato alla cosa. Sicuramente il metodo Vannoni susciterà parecchi dubbi a priori. Il modo con cui facciamo le sperimentazioni a posteriori in questi casi è ridicolo (commissioni di esperti non della materia e che non vedono i pazienti) e la cosa non fa altro che generare ancora più clamore e confuaione. RIsultato: decidono i tribunali. Io sono dalla parte del metodo scientifico ma qui sono stati compiuti parecchi errori: va bene discutere di metodo scientifico ma non basta, i risultati sono quelli che contano. Il metodo può essere fatto male, copiato, scientificamente poco plausibile, ma se funziona funziona. E nessuno ha valutato se funziona. Tanto più che si tratta di pazienti terminali, che nessuno ha visitato. Non credo sia questo lo spirito scientifico corretto

  7. Luca scrive:

    Questo articolo è scorretto, pieno di ragionamenti surrettizi ed alcuni addirittura populistici ( quando si riferisce al “cittadino di media intelligenza …” ), chi crede che “Nature” sia immune da alcune contaminazioni negative, si dovrà ricredere.

    Perché le persone che fanno parte della “Stamina Foundation Onlus” vengono così gratuitamente chiamati “fanatici”? L’articolo come giustifica un’affermazione del genere ?

    Poi sentiamo un po “… materia di scienza e tecnologie, perché porta facilmente a manipolazioni strumentali,
    non fa ancora parte della cultura politica di questo paese”.
    Lo so che in teoria non dovrebbero avvenire le manipolazioni strumentali ma in nostro Paese è basato più su
    quelle che sul rispetto della costituzione. Questo è un triste fatto.

    E poi “Perché non abbiamo mai capito come abbia potuto emettere un decreto che autorizzava una pratica
    illegale per giunta bloccata dall’Aifa ..”.
    Wow, come se l’Aifa fosse una associazione di santi! Questo è un tipico ragionamento fallace che induce il lettore a pensare che all’Aifa sono tutti buoni e belli mentre Vannoni dovrebbe essere il marcio dela società.

    Noi italiani siamo proprio un popolo che si autocensura e non è capace di superare una serie di timori reverenziali verso ciò che è considerato establishment, per establishment non mi riferissco al governo italiano ma una serie di credenze, preconcetti e dogmi ben più radicati nel tempo (rispetto ai soli 150 anni d’Italia), talmente radicati che ormai non riusciamo più ad essere consapevoli del numero di fette di prosciutto che abbiamo noi tutti davanti agli occhi.

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