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Il migliore libro dell’anno

Come vi avevamo promesso – dopo avervi fatto leggere a Pasquetta un suo racconto, dopo avervi seganalato un’introduzione capillare e amorosa alla sua opera su Rivistastudio a cura di Cristiano De Majo (qui) e una  lunga, bellissima, intima intervista di Martina Testa che potete trovare invece qui – torniamo a parlare di David Means, con questo pezzo uscito su Europa.

di Christian Raimo

È inutile, probabilmente fastidioso, affermare che un libro è il migliore di quelli pubblicati in Italia quest’anno. Il miglior libro dell’anno, non è una recensione, è uno status su Facebook. Ma il motivo per cui mi veniva da lanciare un giudizio definitivo di questo tipo è che questo libro, Il punto, scritto da David Means passerà quasi sicuramente inosservato, ed è invece un’assoluta meraviglia.

Se conosco come vanno le cose nell’editoria, se so che un libro di racconti pubblicato originariamente nel 2010 negli States e tradotto ora mirabilmente da Silvia Pareschi per Einaudi, un libro di uno scrittore poco famoso e abbastanza schivo che ha scritto soltanto racconti – una cinquantina in tutto, divisi in quattro raccolte per la precisione – bene che andranno le cose, potrà vendere 1500 copie, mi sale un sentimento di rabbia, e non m’interessa dover moderare i giudizi, evitare i superlativi: Il punto di David Means è il migliore libro dell’anno, e ci sono le prove.
Prendiamo pagina 89, quello che è l’inizio di un racconto che è una cronaca ellittica di un adulterio a piccoli quadri. Ecco come viene presentata la protagonista femminile:

«Lei faceva la pendolare da un paese in riva al fiume, una cinquantina di chilometri a nord della città, e lavorava due piani sotto come perito assicurativo. Campanili abbattuti dal temporale, spiegò. Sai, incendi di chiese e roba del genere. Nel Midwest c’è sempre qualche chiesa che brucia, viene ricostruita e poi brucia ancora. Penso agli incendi delle chiese come a una specie di rito di passaggio civico. Sai, le catene di secchi che passano di mano in mano. Poi ci sono le azioni legali, naturalmente, cadute di anziani e così via. Non immagini quanta gente inciampa durante l’eucarestia. Ma questa non è la mia attività principale. In realtà sono un’insegnante di canto».

Già qui ci sono tutti una serie di elementi di Means: i personaggi sono strambi, quasi sempre dei drop-out, vivono della luce sorprendente della solitudine e del fallimento. Ma hanno qualcosa in più dei personaggi di Carver o di Alice Munro: sembrano essere toccati da una specie di destino speciale, una forma di elezione si potrebbe dire.

Per questo credo che un altro paragone non esagerato che viene spesso usato per la scrittura di Means è Flannery O’Connor, quella O’Connor che diceva che le serviva ambientare le sue storie nella Bible belt perché era lo stesso passaggio a consentire una trasfigurazione: un posto «dove non è anomalo immaginare un roveto ardente». Dalla O’Connor Means ha imparato il coraggio di creare situazioni al limite del plausibile, ma anche quest’ironia nei confronti della dimensione confessionale – «Non immagini quanta gente inciampa durante l’eucarestia».

Ecco il paragrafo successivo, il momento del loro primo incontro.

«L’adulterio è sfaccettato, disse lui. È informe ma al contempo ha una sagoma elementare, come un fiocco di neve; è circondato da una quantità di luoghi comuni e tuttavia è unico, un’entità diversa ogni volta. La finestra della sua camera da letto era chiusa da un’inferriata e poi attraverso le tende ricamate che lui aveva comprato in Spagna, disegnandole un reticolo sul corpo che lui seguiva con le dita, dal ventre – con la cicatrice del cesareo – al mento».

Che cosa sono queste poche righe? Quanta raffinatezza nella costruzione dei personaggi e del legame che si sta formando tra loro? La verbalizzazione che indica come ci sia già una consapevolezza che li allontana dalla complicità del non detto. La Spagna, la cicatrice che stanno a significare quanto spazio di mistero ancora rimanga inesplorato.

“Leggendo Cechov”, questo è il titolo di questo racconto, va avanti così, sette otto righe alle volta, mentre loro due si amano clamorosamente – «Il punto dove lussuria e amore si incontrano, dove una finisce e l’altro comincia: l’innata sincerità sepolta nell’atto del tradimento», e poi si raffreddano e si deludono, si distaccano.

In questa narrazione che sembra così naturale, quasi veramente Means riuscisse a resocontare un processo che, più che umano, è botanico – noi ci fidiamo riga dopo riga della necessità di queste narrazioni, nonostante spesso siano storie dicevamo implausibili; mentre è però determinante il tono sentenziale di certe frasi associato al ritmo impassibile e al tempo stesso rigoroso della natura.

La mancanza di reciprocità, il fatto che uno dovesse soffrire più dell’altro, per quanto prestabilito, era sorprendente. I semi cadevano in anticipo dagli alberi di ginkgo biloba in Claremont Avenue – la siccità aveva spinto avanti la stagione – e un uomo li infilava dentro un sacco di tela, lavorando piano nella calura, raccogliendoli uno alla volta.

Questo ritmo non è il fatalismo dei grandi cantori del Midwest o dei suburbia, che siano autori infuocati come Faulkner o Anderson o O’Connor oppure algidi come Carver o Richard Ford, ma una sorta di virtù aruspicina: un’interpretazione dei segni – esseri umani, fiumi, piante: sono tutti creature da indagare.

In alcuni casi poi questa indagine si fa clinica, compilativa, tassonomica.

Nel Punto c’è un racconto che s’intitola “Alcuni fatti necessari a comprendere la combustione umana spontanea di Errol McGee” diviso in capitoletti di mezza pagina a loro volta titolati Il fuoco, Il cranio, Condizioni generali, Pomata naturale per capelli Udall, et… In Episodi incendiari assortiti il racconto che dà il titolo alla raccolta funziona in questo modo. Nel Pesce rosso segreto ci sono almeno tre racconti che simulano questo desiderio di ordine attraverso un elenco simile a quello famoso di Borges sulla catalogazione degli uccelli.

Uno è “Elenco aggiornato delle apparizioni delle apparizioni dell’uomo di polvere”, un altro è “Duplicati”, un altro è “L’Uomo Lampo”. Quest’ultimo racconto è la storia romanzata, immaginifica di uomo che nella sua vita viene colpito da un fulmine per sette volte. Ispirato evidentemente a una storia incredibile ma vera – questo record è presente tuttora sul Guinness – Means esplora questa come le altre condizione di trascendenza come una specie di santità, di elezione spirituale nel mondo ipersecolarizzato. In questo somiglia molto a quei narratori americani che hanno delineato una sorta di “realismo soprannaturale” come Faulkner certo e la O’Connor, ma anche come Cormac McCarthy (Suttree è il padre di molti racconti di queste short-stories) o Don DeLillo, e anche – ovviamente – David Foster Wallace.

Ma è attraverso un altro racconto del Pesce rosso segreto che secondo me possiamo capire quale è la potenza della sua maestria narrativa. Ed è “Petrouchka [con omissioni]”.

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Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
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