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Il mio estroso nipotino

Buon Natale da minimaetmoralia e da minimumfax, regaliamo a tutti i nostri lettori un racconto di George Saunders, tradotto da Cristiana Mennella, tratto da “Nel paese della persuasione”.

di George Saunders

Avevo portato mio nipote a New York a vedere uno spettacolo. Perché sapete cosa fa sempre quassù a Oneonta? Canta e balla, anche coi miei vecchi dischi delle commedie musicali, ma più che altro con il suo cd preferito, Babar canta!, a volte inventa pure i passi, ma non me ne preoccupo, o meglio cerco di non preoccuparmene. Anche se ammetto che quando sono entrato in camera sua e l’ho trovato a cantare, con un boa di piume rosa al collo e la voce di Madame, «Non ho mai conosciuto un uomo come quell’elefante», mi è toccato uscire a riflettere e a raccogliermi in preghiera, e anche quan- do si è trascinato in salotto mentre ospitavamo la cena parrocchiale per le coppie cantando «Grosso e lento, eppur così regale» coperto da una tovaglia tinta di grigio con lo spray, per somigliare di più a Babar.
Siccome ne so qualcosa di nonni insensibili, avendone avuto uno che mi sfotteva costantemente perché avevo i polpaccioni – al punto che ancora oggi, quando faccio il bagno, ci ripenso con rancore – tutt’e due le volte ho pregato: Caro Signore, è fatto così, lascia che lo ami lo stesso. Se è un bambino gay, Dio lo benedica, se non è gay e si diverte solo a mettersi la parrucca della nonna mentre canta «Edelweiss» al cane, così sia, fa’ che si senta comunque amato e accettato da me.
Perché dove lo trova un bambino l’amore incondizionato se non nel nonno? Non è stato facile per lui, con la madre in Nevada e il padre ignoto, cresciuto da me e da mia moglie in un quartiere dove non c’erano altri bambini, giocando da solo in un giardinetto che confina col muro del cimitero. I maschi a scuola gli fanno i dispetti, le femmine idem, e le maestre ve le raccomando, tempo fa abbiamo trovato la sua cartella nel fiume, e ultimamente abbiamo anche trovato, attaccato dietro al giubbotto con lo scotch, un biglietto offensivo, e la scrittura non sembrava infantile, girava voce che era stato l’autista dello scuolabus.
Poi un giorno ho avuto una rivelazione. Se il bambino ama cantare e ballare, ho pensato, perché non offrirgli le canzoni e i balletti più belli del mondo? Così ho chiamato il numero verde per prenotare, ho spedito il vaglia e il giorno del compleanno di Teddy siamo andati in treno a New York.
Mentre entravamo nel magnifico atrio dell’Eisner Theater dicevo allegramente a Teddy: «Il palco qui è così grande che, in confronto, quello piccolino che ti ho costruito dietro il garage sembrerà patetico». Quando all’improvviso un arcigno giovanotto (un certo signor Ernesti, mi pare) ci ha fermato dicendo: «Spiacente signore, ma non potete entrare solo con la Ricevuta del Vaglia, vogliamo scherzare, deve prendere la Ricevuta e la Prova d’Acquisto di almeno sei dei nostri Principali Sponsor Artistici come Aol o Coca-Cola, e recarsi immediatamente al Centro Coupon all’angolo fra Quarantaquattresima e Broadway a ritirare i biglietti veri e propri, e per favore non faccia tardi, perché non è consentito l’ingresso in sala a spettacolo iniziato, per via degli effetti speciali presenti in apertura che esigono il buio totale per simulare la giungla africana di notte».
Be’, questa mi giungeva nuova. Ma non avevo certo intenzione di deludere il mio nipotino.
Siamo usciti dall’Eisner e ci siamo incamminati sulla Broadway, mentre i Lettori Everly del marciapiede leggevano i Codici Everly delle nostre scarpe, e i minischermi montati sui palazzi ad altezza d’occhio mandavano le immagini delle Preferenze Personali che avevamo riportato sul modulo mensile Everly delle Preferenze Personali e i tanti Schermi Cybec a Comparsa Improvvisa spuntavano in fuori o in giù a pochi centimetri dalle nostre facce, e in più ricevevo forti e chiari i messaggi audio irradiati a me soltanto da vari Sonoscopi Casio, come quello fra la Quarantaduesima e la Quarantatreesima, che mi ha urlato con la voce della diva di Broadway Elaine Weston: «Signor Petrillo, lei ha scelto Burger King otto volte nell’ultimo anno fiscale ma solo due nell’anno fiscale corrente, la prego non ci abbandoni adesso, c’è una nostra sede cento metri più avanti!», mentre all’altezza della Quarantaquattresima un Sonoscopio montato su un lampione ha urlato: «Perbacco Leonard, ricordi la tua infanzia nella fattoria di Oneonta? Perché non recuperi le tue radici con il caffè Starbuck’s Miscela di Campagna?», con la voce rustica di una celebrità che non riuscivo a riconoscere, Buck Owens, forse. E poi il massimo è stato davanti alla Plc Electronics, quando è apparso un ologramma di Gene Kelly a grandezza naturale che ballava il tip-tap dicendo: «Leonard, dai miei dati risulta che sei all’antica come me! Caspita, la vita era più semplice ai nostri tempi, eh, Leonard? Perché non entri e lasci che Frankie Z. ti spieghi le ultime diavolerie?» Sembrava così vero che ho detto a mio nipote: «Guarda Teddy, Gene Kelly, ricordi che l’ho definito uno dei più grandi di tutti i tempi?» Ma ovviamente Teddy non vedeva Gene Kelly, perché Gene Kelly non era fra le sue Preferenze, vedeva Babar, il suo eroe, con una scimmietta che gli dondolava dalla proboscide e diceva che dai suoi dati risultava che Teddy non possedeva ancora un Nintendo.
Fin qui era divertente, molto newyorkese, ma la cosa non tanto divertente, quando abbiamo terminato di fare la coda al Centro Coupon, era che mancavano dieci minuti all’inizio dello spettacolo e avevo i piedi gonfi che stavano per cominciare a sanguinare, come succede sempre da quando ho passato un inverno nel fango gelido di Cho-Bai, in Corea. Ho imparato a conviverci. Se posso sedermi è meglio. Se posso appoggiarmi, idem. Il massimo è se posso togliermi le scarpe. E infatti me le sono tolte, appoggiandomi al muro.
Intorno avevamo questi altissimi maxischermi che si curvavano sulle facciate dei palazzi, erano incassati nei marciapiedi, incorporati nei lampioni: un leone a fumetti che mangiava un uomo in giacca e cravatta; una pioggia di monete d’oro che inondava la canoa di una famiglia di indigeni nudi; una donna in biancheria intima che si strusciava una Pepsi nella scollatura; il pugno parlante della Merrill Lynch che chiedeva: «Hai il pugno di ferro o le palle di velluto?»; un fondoschiena perfetto, che ballava; un finto stormo di oche che si trasformava in una distesa di logo della Bebe; un fattorino della Federal Express che riempiva di rose la stanza di una nonna moribonda e poi mostrava un biglietto che diceva: «Omaggio».
E sotto quel bendiddio c’era il nostro caro Teddy, piccino e triste, con il nonno che neanche riusciva a farlo entrare a uno straccio di spettacolo. Così mi sono detto: Scollati da questo muro, vecchio, sangue o non sangue, muovi quei piedi e vedrai che arrivate. E così siamo partiti, io zoppicando, Teddy tenendomi per mano, e secondo me potevamo fare in tempo. Solo che a un tratto è spuntato un Assistente Civico che ci ha chiesto se venivamo da fuori, e se era per quello che, togliendomi le scarpe, avevo Neutralizzato i miei Codici Everly.
Mi corre l’obbligo di dire che conosco bene gli approcci innovativi alla pubblicità, avendo introdotto l’uso dei cartelloni mobili a Oneonta ai tempi di Nixon, quando ne trainai una trentina con una Dodge Dart, indossando un abito che oggi farebbe ridere. Nel senso che il concetto di Codice Everly non mi crea nessun problema. Non è per quello che mi ero tolto le scarpe. Sono un patriota come tutti. Però, come ho detto, mi sanguinavano i piedi.
L’ho spiegato all’Assistente Civico e lui mi ha chiesto se sapevo che, Neutralizzando i miei Codici, rinunciavo all’incredibile opportunità di Celebrare le Mie Preferenze.
E io ho risposto di sì, certo, e me ne rincresceva molto.
Lui ha detto che gli dispiaceva per i miei piedi, dato che aveva un gomito difettoso, e che sarebbe stato lieto di dimenticare lo spiacevole incidente se mi fossi rimesso le scarpe e avessi completato il tragitto camminando molto lentamente, guardando con energia a destra e a sinistra, affinché l’incremento di Messaggi ricevuti compensasse quelli andati a vuoto.
Comunque lo ammetto, sono stato un po’ brusco con l’Assistente, perché ho detto: «Giovanotto, le vede o no queste macchie scure sui calzini? È sangue».
A quel punto l’Assistente ha cambiato faccia e ha detto: «Si dia una calmata, prego. Si renderà conto, spero, che posso farle il verbale».
Lì ho commesso un errore.
Perché mentre guardavo l’Assistente Civico – il viso tondo, le basette slavate, i piedi in dentro – mi è sembrato di conoscerlo. O meglio, mi è sembrato non tanto diverso da me quando ero giovane, né dai miei amici dell’epoca – da Jeffie DeSoto, per dire, che una volta aveva sfidato una banda di lituani che avevano ficcato un mortaretto nel culo di un gatto, né da Ken Larmer, che aveva una voce da tenore così soave ed era morto soffocando una risata fra le colline di Koi-Jeng.
Ho tirato fuori venti dollari e con aria complice gli ho detto: «Abbia pazienza, il bambino qui vorrebbe tanto vedere lo spettacolo».
A quel punto ha tirato fuori il blocchetto e ha cominciato a farmi il verbale!
Ora, anche se vengo da Oneonta, lo so che a farti il verba-le non ci impiegano solo un paio di minuti. Saremmo rimasti bloccati lì almeno mezz’ora, dopodiché bisognava andare al Centro Reclami Attivi, dove ci avrebbero controllato i Codici per vedere se erano Operativi e ci avrebbero propinato il video correttivo dal titolo Economia robusta, clima morale super! che mi avevano già propinato tre volte l’inverno prima, quando ero disoccupato e non potevamo permetterci la televisione via cavo.
E ci saremmo persi Babar canta!
«La prego», ho detto, «la supplico, abbiamo visto un sacco di messaggi personalizzati, sia sui minischermi montati sui palazzi ad altezza d’occhio sia sugli Schermi Cybec a Comparsa Improvvisa, ci siamo fatti una cultura per quest’oggi, giuro su Dio che…»
E lui ha detto: «Da quando in qua, signore, decide lei quando possono bastare le informazioni utili che riceve dai nostri Partner Artistici?»
E ha continuato a farmi il verbale.
E insomma ci siamo ritrovati lì, io scalzo e Teddy con uno sguardo spaventato che non gli vedevo da quando gattonava e aveva così paura dei polli che non potevamo mai comprare le uova Rosemont perché c’era un pollo disegnato sulla scatola, oppure dovevamo prima ritagliarlo, con le forbici che tenevamo appositamente in macchina. Così ho deciso al volo, ho strappato il blocchetto delle multe all’Assistente Civico e l’ho lanciato in mezzo alla strada, urlando a Teddy: «Scappa! Scappa!»
E lui è scappato. E io pure. E mentre l’Assistente Civico annaspava in mezzo alla strada, non sapendo se inseguirci o recuperare il blocchetto, ci siamo scapicollati sulla Broadway e, lanciando un’occhiata indietro, ho visto un ragazzone che allungava un piede e bam, l’Assistente è caduto, e poco dopo porgevo i biglietti all’arcigno signor Ernesti, che adesso si era un po’ addolcito, e siamo entrati e ci siamo seduti, mentre in alto spuntavano le stelle e il teatro si trasformava in una giungla notturna.
E a un tratto è apparso Babar, che guardava con nostalgia in direzione di Parigi, dove Madame stava dicendo che aveva sognato un certo Babar, e chiedeva se per caso qualcuno di noi sapeva chi fosse questo Babar e dove poteva trovarlo. E Teddy sapeva la risposta, dal cd della colonna sonora originale, che era: Babar è in noi, nei nostri cuori, e l’ha urlata insieme a tutti gli altri bambini, mentre Madame intonava «Il re che è dentro di te».
E vi dico che da quel momento è cambiato tutto per Teddy. Sono lieto di informarvi che partecipa alle recite della scuola. Porta una sciarpa ovunque vada, gettandosela sulla spalla con quella che posso solo definire spavalderia e risponde, ogni volta che glielo chiedono, che ha deciso di fare l’attore.
Lui, che ad Halloween era troppo timido per bussare alle porte! Lui, che una volta è tornato a piedi da scuola in lacrime, incatenato alla bici col lucchetto! Non piange più a notte fonda, non si scrive più sulle braccia col pennarello indelebile, al mattino salta giù dal letto ansioso di andare a scuola e si mette la sciarpa, e quando scendiamo lo troviamo già seduto a tavola a fare colazione.
L’altro giorno mentre scendeva dal pulmino l’ho sentito di- re all’autista, come se niente fosse: «Ci vediamo agli Oscar».
Un Lettore Everly che Legge e poi di colpo si blocca è facile da individuare, così una settimana dopo mi è arrivata per raccomandata una multa di mille dollari dove specificavano che, se volevo risparmiarmi la multa, potevo tornare all’Ubicazione Iniziale della mia Infrazione (allegavano cartina) e, sotto la supervisione dello stesso Assistente Civico, tornare sui miei passi, con le scarpe ai piedi, avvalendomi così della notevole opportunità di Celebrare le Mie Preferenze.
Per me questa non è l’America.
Per me l’America è: se uno non vuole comprare, lascialo libero di non comprare, rispetta il fatto che non vuole comprare. Se uno ha un’idea folle diversa dalla tua idea folle, gli dai una pacca sulla spalla e dici: Ehi amico, bella idea folle, beviamoci sopra una birra. L’America, per me, dovrebbe essere un vocio continuo, un sacco di voci che strillano, quasi sempre cose sbagliate, anche assurde a volte, ma per favore, non una voce monotona che t’incanta parlando in tono ra- gionevole.
Comunque fatevi i conti: un giorno di stipendio, più il biglietto del treno, più i pasti, più il taxi per non farsi sangui nare i piedi, sono sempre meno di mille dollari.
E così sono andato.
L’Assistente Civico, che si chiamava Rob, era contento che ci avessi ripensato. Ogni volta che una voce mi urlava nell’orecchio, dicendo di me cose che già sapevo, ogni volta che l’ologramma di un divo mi si avvicinava come un vecchio amico, Rob barrava una casella sul mio Modulo Correttivo delle Infrazioni e diceva: «Non è incredibile, signor Petrillo, che lei non abbia segreti per noi, che possiamo aiutarla a riconoscere i suoi bisogni e i suoi desideri?»
E io dicevo: «Come no, Rob, è proprio incredibile», con le budella attorcigliate ma cercando di concentrarmi sui cinquecento dollari che risparmiavo e tutte le lezioni di ballo che potevo pagarci.
Quanto a Teddy, mentre scrivo è quasi mezzanotte e lui sta ballando il tip-tap nella stanza di sopra. Sembra un uccello, il nostro nipotino, è capace di guardare un musical quindici volte di fila. Quando passeggia al centro commerciale se ne esce con la battuta di un film e si slancia di lato, facendo un passo di danza come se inciampasse, versando l’aranciata, piombando su un gruppo di concittadini che ridacchiano increduli. Non somiglia a nessuno, non si comporta come nessuno, veste sempre più sgargiante, di notte inventa le coreografie con i soldatini di plastica, è fuori da ogni schema e non ha amici, ma il cuore mi dice che un giorno combinerà qualcosa di bello.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
3 Commenti a “Il mio estroso nipotino”
  1. Eva scrive:

    “Gentile EVA
    il giorno del tuo compleanno Coin festeggia insieme a te con uno sconto speciale del 10% sul tuo shopping su tutto! E in più per te 50 extra Smart Point!
    Ricorda di presentare la tua Coincard e un documento d’identità alle casse.

    Auguri da Coin!”

    (E io che mi ostino a voler vedere il compleanno ancora tanto lontano).
    P.S.
    Il racconto mi è piaciuto moltissimo.

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