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Il mito di Cape Cod

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Un faro in lontananza, querce con foglie incrostate dal sale, anticaglie nautiche. Ragazze con costumi interi e cappelli bianchi a tesa larga. Assi di legno stinte. Un forte odore di mare. La letteratura cresce vigorosa quando affonda le radici in luoghi mitici. In particolare, la letteratura americana ha reso il suo territorio una geografia di località leggendarie dove i romanzi traggono una linfa benedetta. L’ultima celebrazione di Cape Cod è di Stuard Nadler, nel romanzo che si intitola La fortuna dei Wise (Bollati Boringhieri, pp. 395, euro 18). Il libro copre oltre mezzo secolo di storia americana, dal 1947, quando un aereo della Boston Airways precipita nel mare del New England, a dopo l’11 settembre 2001.

Dopo l’incidente aereo, il padre del narratore vince una delle prime class action della storia e diventa ricco: «da ragazzo normale, perfino popolare, ero passato a figlio di un avvocato spaccone e demagogo». La famiglia Wise inizia a mangiare bistecche da Honey’s a New York e aragoste da Nero’s (a New York), poi si trasferisce a Bluepoint, Cape Cod. A pagina 292 Nadler è ancora intento a descrivere la conformazione del luogo: «A Bluepoint non c’è una vera e propria cittadina. In quel punto, la penisola di Cape Cod si restringe tanto che la strada principale diventa una piccola via di comunicazione tra le dune, nel paesaggio lunare tra Wellfleet e Provincetown». Un giorno, a Cape Cod, gli occhi del narratore, Hilly, incrociano quelli della ragazza sbagliata: Savannah. È la nipote di Lem Dawson, un nero che trasporta documenti tra la casa del padre di Hilly e quella del suo socio. La visione di Savannah è fatale: «subito mi sentii incapace di muovermi a una velocità normale, o a una qualsiasi, come se sorridendomi mi avesse afferrato le caviglie o le spalle». Si sa, le fanciulle di Cape Cod sono uniche, lo scriveva anche John Cheever: «le ragazze di Cape Cod non hanno idea di cosa sia un pettine. Per pettinarsi usano le lische di merluzzo» (nei racconti di Cheever c’è sempre qualcuno che sogna di comprare una casa estiva a Cape Cod).

Gli incontri tra Hilly e Savannah sono pochissimi. Una volta lei gli chiede: «stai flirtando con me?». Un’altra volta lui nota il suo lucidalabbra e realizza: «ero pazzo di lei». Savannah è una ragazza nera e povera, lui un ebreo bianco e ricco. Nell’America razzista non sono anni adatti per una loro relazione. Infatti una notte decisiva, lei prende l’auto e lo raggiunge. «Savannah disse di voler vedere il mare di notte, e mi prese per il polso tenendo le scarpe nell’altra mano, camminando a piedi nudi nell’erba alta». Passano in mezzo alle alghe, sotto la luna. Non è più una domanda: «adesso stai flirtando», afferma lei. Nella notte calda ci sono solo nugoli di insetti e poche stelle. Tornano alla macchina. La radio passa Nat King Cole. È tutto perfetto. Si baciano. Ma fuori dall’auto c’è Lem Dawson.

Non si contano gli scrittori americani che hanno celebrato la sabbia, i gabbiani e il vento di Cape Cod. La penisola è presente già nei due autori fondanti della cultura americana: Thoreau e Melville. Quando il narratore di Moby Dick cerca di imbarcarsi sul Pequod, l’uomo a cui si rivolge è ruvido e diffidente: «Non sai niente di balene, scommetto: no?». E Melville spiega: «il vecchiaccio era pieno di pregiudizi isolani, da buon nantuckettese e quacquero; e diffidava non poco di tutti i forestieri che non arrivassero da Cape Cod o da Vineyard». Ma sono decisamente le passeggiate di Thoreau – dopo aver scritto Walden – ad aver reso leggendario quel braccio di sabbia. Per Thoreau va visitato «durante una tempesta d’autunno o d’inverno». Dove alloggiare? «un faro o una baracca di pescatori sono l’alloggio migliore. Un uomo può starsene lì e gettarsi tutta l’America dietro le spalle».

Hilly Wise ha scoperto che Lem legge i documenti del padre ma tace. Il segreto è mantenuto fino a quando, la mattina dopo l’incontro notturno con Savannah, il padre non lo convoca: «Lem mi ha detto di te e della ragazza, e penso che dovremmo parlare prima che qualcuno finisca nei guai». Per Hilly è l’ora della vendetta: fa la spia e Lem è spacciato. Da allora Hilly non cercherà tornare allo stato di grazia di Cape Cod. Agli aghi di pino in terra e ai falchi sospesi in aria. Tornare ai cottage con le porte rosse e alle strade coi pescatori di ostriche. E ritrovare Savannah. Quando si apre la seconda parte del libro sono passati venti anni.

Per il New England, Cape Cod è il corrispettivo di Palm Springs per i californiani, l’altro posto in cui, avrebbe detto Thoreau, è possibile «gettarsi tutta l’America dietro le spalle». Entrambi sono luoghi del desiderio. Uno selvaggio (Cape Cod), l’altro consacrato al riposo assoluto (Palm Springs). Entrambi sono: decadenza e indolenza. Bret Easton Ellis faceva dire ad Anne: «è così talmente invitante nuotare e stare distesi accanto alla piscina, sbronzarsi o fare una qualsiasi delle innumerevoli cose decadenti che uno fa a Palm Springs». Per Stuart Nadler: «A Bluepoint non c’è molto altro da fare se non starsene seduti in veranda, o in giardino, o in spiaggia, al sole, con un libro e un bicchiere di tè freddo o una radio che trasmette la partita dei Red Sox – da ascoltare stesi su un’amaca».

La fortuna dei Wise ha il grande merito di far tornare i lettori a Cape Cod. Certe volte la letteratura non ha altri compiti. È più che sufficiente rievocare luoghi di pura nostalgia. Farli tornare a vivere con nuove storie e nuovi personaggi. Meglio ancora, se questi luoghi traboccano di dune di sabbia, di alghe secche e di ragazze «sedute sulle assi marce di un tavolo da picnic a leccare coni di gelato alla vaniglia».

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
Commenti
5 Commenti a “Il mito di Cape Cod”
  1. Claudia scrive:

    Gran pezzo.

  2. Francesco Longo scrive:

    @Claudia Grazie!

  3. La McMusa scrive:

    Questa è una delle più belle storie su una storia che io abbia mai letto. Ti ringrazio per avermici portato dentro. E per aver riportato una parte della letteratura americana ai suoi luoghi. Sono intensamente colpita, davvero.

  4. Carolina scrive:

    bellissimo pezzo. peccato salti all’occhio la carenza di scaldabagni.

  5. Bellissimo pezzo, concordo. Soprattutto sul finale, quando scrivi che “La fortuna dei Wise ha il grande merito di far tornare i lettori a Cape Cod. Certe volte la letteratura non ha altri compiti”. In effetti, la rivisitazione del mito di Cape Cod (insieme al bellissimo primo capitolo) è senz’altro la parte più riuscita di quel libro, che per il resto ha una storia sfilacciatissima e superficiale, un approccio da scuola elementare a temi quale il successo, la ricchezza, le lotte razziali, e il finale più intollerabilmente stupido (intendo proprio la “grande rivelazione” dell’ultimo paragrafo) che mi sia mai capitato di leggere…

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