Il Monumento

Stasera nell’aula magna della John Cabot University il poeta Premio Pulitzer Mark Strand incontra il pubblico italiano in un reading di poesie tratte dalla sua opera. Qui sotto vi riportiamo l’introduzione che Carlo Carabba ha scritto per la raccolta pubblicata in questi giorni da Fandango,
Il Monumento evita ad arte ogni riferimento alla biografia e all’identità dell’autore, e più volte ribadisce la necessità dell’anonimato. Dal testo apprendiamo soltanto che l’autore è vissuto, è morto e in qualche momento della sua vita ha scritto poesie. Eppure Il Monumento è un libro edito, che si trova in libreria a firma Mark Strand. Così, all’aforisma 39 un riferimento intraducibile a un «single strand» (letteralmente ‘unico filo’), ha l’apparenza di un indizio nascosto, che permetta al futuro traduttore di risalire all’identità dell’autore, ma, ribaltando il punto di vista, è un ammiccamento al lettore, ben facile da cogliere.
Lo stesso destinatario del Monumento è in prima istanza un ipotetico traduttore di un «futuro remoto», di una civiltà che ha fatto seguito alla nostra e parla un’altra lingua, ha differenti strutture di pensiero. Ma, di nuovo, sappiamo che Il Monumento è in commercio, accessibile a qualsiasi lettore contemporaneo. Lo stesso Strand gioca con questa ambiguità all’aforisma 25,

immaginiamo che accada il peggio e io sia ancora in giro mentre tu leggi questa cosa. Immaginiamo che in giro ci siano tutti,

per chiudere scrollando le spalle

beh, c’è sempre la scatola di cristallo!

crystal box che allude a un acquario o a una teca funeraria che lasci in vista luminoso il suo contenuto, il corpo di Biancaneve che splende sui sette nani. Eppure, sembra sorridere Strand, può essere che Il Monumento sia entrambe le cose, un sarcofago sepolto e misterioso per i posteri, e, per i contemporanei, una teca trasparente.
Lo stesso traduttore immaginario si fa autore, scrivendo due note, agli aforismi 26 e 31. All’aforisma 26 l’autore chiede al traduttore di inserire una falsa profezia dal futuro, di modo che di lui si possa dire «Lo sapeva! Lo sapeva!» Il traduttore però risponde che no, non ha potuto:

Per quanto volessi ottemperare alla richiesta dell’autore, non avrei potuto farlo se non violando quello che mi pareva essere il suo desiderio di sincerità.

e aggiunge

Credo che non solo avrebbe voluto che così fosse, ma che avrebbe potuto predirlo.

Il movimento stordisce. Una finta nota dal futuro, scritta dal presente, che rifiuta di pronunciare una finta profezia che comunque, evidentemente, non avrebbe potuto essere pronunciata, chiosando sulla possibilità di predire il rifiuto che però è arrivato dalla stessa persona che ha fatto la richiesta, Mark Strand, l’unico autore del Monumento. Eppure, in tutta questa finzione, il «desiderio di sincerità» sembra, in un certo senso autentico.
Perché questo è l’ultimo inganno, il padre di ogni inganno: che Il Monumento sia un metatesto cinico e distaccato. Il vero bersaglio di Strand non è il lettore più o meno sprovveduto. Il Monumento è una sofferta e appassionata partita a scacchi, un tentativo di ingannare morte e oblio partendo dalla consapevolezza che morte e oblio non possono essere ingannati.
All’aforisma 17:

Quanto [Il Monumento] vorrebbe essere qualcosa che non può essere – la propria nascita perpetua invece della propria morte reiterata di continuo, ogni frase un monumento funebre.

Il presagio consapevole della fine attraversa sotterraneo ogni aforisma del Monumento, prendendo forme differenti e sarebbe possibile stilare, simmetrico all’elenco degli inganni, un elenco di consapevolezze dolorose.
Il traduttore vive in un futuro in cui la terra è semideserta e le poche persone che ci sono «non visitano mai le rovine della metropoli», gli abiti del nostro tempo gli sembrano «assurdi» e l’inglese è una lingua morta e strana. Non c’è dubbio, la storia è ciclica e la civiltà occidentale scomparirà[3]. Lo stesso oblio, l’autore è chiaro, attende le nostre vite:

Nulla è il destino di chiunque[4]

e la positività della vita, si sa, andrà perduta, né la pagina la può salvare,

non è la mia immagine che voglio tu possieda, né la vita, né la vita attorno a me[5]

La debolezza dell’uomo di fronte alla natura è espressa nell’aforisma 35, una sorta di controcanto a Walt Whitman e a ogni tipo di entusiasmo panico.
Perfino l’identità, l’io come centro unificatore, è messa in dubbio e il sé diviene «un altro, un altro del tutto simile», «dissimile somiglianza»[6], nel gioco di riflessi tra l’autore e il traduttore immaginato, specchio ineguale del primo.
Ma se non siamo individui forse non siamo nemmeno destinati a disgregarci. Così l’autore del Monumento, per sottrarsi all’inevitabile sorte degli uomini, decide strategicamente di astenersi da ogni riferimento biografico, verso un annichilamento del sé. Secondo una formula quasi scaramantica più volte l’autore chiede di esser fatto nulla, per evitare il nulla, così come l’evitare di pronunciare il proprio nome è un modo magico di evitare di essere posto di fronte alla morte.
Ma ogni tentativo fallisce, la morte e l’oblio restano all’orizzonte. Di nuovo gli ultimi due aforismi usano l’inganno e il paradosso. L’aforisma 51, l’ultimo scritto dall’autore, comincia

Morissi adesso senza Il Monumento…

Il libro finisce e l’autore lamenta di non averlo scritto, come se Il Monumento che noi leggiamo non sia il monumento che scongiura la morte che lui avrebbe voluto scrivere.
E all’aforisma successivo, l’ultimo, l’autore chiude ricorrendo, come in larga parte del Monumento, alle parole altrui, brani di autori amati, che solo l’uso del corsivo e una nota finale rivelano essere frasi tratte d’altri e non di pugno di Strand (ma ancora ci si può chiedere, conta la priorità o conta l’uso? Sono forse meno di Strand le parole solo perché non fu lui il primo a utilizzarle?). L’autore conclude con Nietzsche

Oh, come tollero di continuare a vivere? E come potrei tollerare di morire ora?

e (con poetica ironia) proprio con Whitman

O vivere sempre, sempre morire!

In questo modo, fino all’ultima parola, l’ironia che percorre Il Monumento è ancipite, l’ironia buona e dolente di chi sa che in prospettiva cosmica ogni cosa è vana eppure al tempo stesso ogni sciocchezza della vita è fondamentale.
Come in una vecchia barzelletta americana.
«Un tale, trovandosi depresso, prenota una visita da uno psicologo.
– Dottore, ultimamente sono molto giù di morale. Non faccio che pensare alla mia morte e al fatto che un giorno il sole smetterà di bruciare e la vita cesserà di esistere. Mi potrebbe prescrivere qualcosa?
– Guardi, sono pensieri umani, non le prescrivo niente. Piuttosto pensi a distrarsi. Ho sentito che è in città Pagliacci, il grande clown. Lo vada a vedere, la tirerà su.
– Dottore.
– Sì?
– Pagliacci sono io».

Note
[1] Quinto Flacco Orazio, Odi, III, 30, vv. 1-2 (in Odi e Epodi, Garzanti, 1985, p. 230, traduzione italiana di Mario Ramos).
[2] Cfr. sezioni 15 e 16, pp. 37-45.
[3] Cfr. aforismi 4, 5, 6, 14, 22.
[4] Aforisma 9.
[5] Aforisma 3, cfr. anche aforisma 44.
[6] Aforismi 2 e 11.

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