Il nido

Pubblicato su Abitare

La Cina contemporanea è un luogo del tempo storico in cui quando si arriva al primo gennaio e si pensa al 31 dicembre – beh, il 31 dicembre è davvero l’anno scorso. Lo stadio di Pechino, progettato dallo studio svizzero Herzog & de Meuron in occasione della formidabile accelerazione olimpica – un’accelerazione dentro un’altra accelerazione, quella più generale dell’economia cinese – è un luogo dello spazio storico in cui le cose sono fatte: intendo proprio fatte, con tutto lo scarto etico ed estetico tra ciò che è ancora da fare e ciò che si è davvero fatto, cioè: le cose ancora da fare le guardi ossessivamente, come un simulacro o un monito, o un ammonimento; le cose fatte invece ti guardano, perché sono il disastro riuscito che permette al mondo di funzionare: le case si illuminano, le griglie elettroniche attraverso le quali passano i dati di milioni di transazioni bancarie si aprono con cadenza binaria senza errori degni di nota: le cucine vengono pulite, le tavole vengono imbandite: le strade vengono lavate. Gli edifici vengono costruiti. E dopo non c’è più possibilità di intervento (persino abbattere, perfino demolire è un atto che non nega l’esistenza di qualcosa – anzi, l’afferma con violenza anche maggiore).

1218555208756_12Quando un disastro è messo al mondo, quando una cosa riuscita è messa al mondo, quando il mondo in virtù dell’uno o dell’altra smette o riprende a funzionare, non c’è più senso disponibile per rimorsi, ripensamenti, inversioni di marcia. Lo stadio di Pechino è esattamente così: oggetto da anni di speculazioni, indiscrezioni, discussioni, attacchi e difese, affondi e riprese di polemiche abbandonate sul giornale dell’anno prima. E ora, finalmente, cosa fatta. Ma gli edifici, come le persone interessanti, sono congegni disponibili a vivere molte vite, e ciascuna di queste vite dipenderà dal caso e dalla qualità degli esseri umani che decideranno – nell’ordine – di guardarli; pensarli; sognarli di notte nelle visioni senza costrutto; sognarli di giorno nelle narrazioni di ascesa sociale in cui l’eroe sei sempre tu, e lo sguardo si deposita sugli ultimi piani del palazzo dove dovresti proprio abitare, sulla cuspide del monumento che vorresti vedere alzandoti la mattina, all’incrocio di strade che dovrebbero costituire il paesaggio quotidiano dei tuoi prossimi anni – dei tuoi anni, questi, perché in realtà i sogni interiori dettati dall’ambizione sociale sono sempre al presente anche quando vengono pronunciati al futuro: un giorno sarò lì, fra dieci anni mi immagino laggiù, e ancora.

Lo stadio progettato da Herzog & de Meuron ha la forma ormai celeberrima di un nido: nella lingua poco franca degli architetti si direbbe che la texture che avvolge l’edificio non è altro che il trionfo di una ricerca che negli ultimi decenni ha visto i due progettisti coprire di segmenti e tratti incrociati secondo schemi ritmici sempre diversi ma sempre riconoscibili: fittissime imitazioni di certe coperture che la natura mette a disposizione di specie animali e vegetali anche lontane fra loro con una certa misteriosa puntualità. Una delle forme architettoniche istintive e primigenie, d’altronde, è il nido – e un nido è un insieme di rametti, pagliericcio e fogliame tenuti insieme dallo sputo di una madre. Nel suo nucleo essenziale, se ci pensate bene, niente di molto diverso da ciò che miliardi di esseri umani hanno ammirato durante l’inaugurazione dei Giochi Olimpici. Con la differenza poco metaforica che la madre e lo sputo non sono in questo caso figure innocenti e improntate alla meraviglia: lo sputo è il capitale globale che non vede non sente e non parla, la madre è la volontà collettiva storica rappresa nelle strutture di uno stato che non dà libertà e toglie la vita, tanto per dirne un paio, anche se gli abissi formidabili del pianeta cinese nel Ventunesimo Secolo non possono essere ridotti a formule retoriche così rozze. Ma le formule retoriche rozze hanno il pregio di indicare molto vagamente la direzione – sono, tanto per restare in assonanza, il dito e insieme la luna: ma come negare che l’intera strumentazione propagandistica dello stato in Cina non sia una monumentale sequenza di formule retoriche rozze che anziché produrre sbadigli o alzate di sopracciglio producono realtà?

Questa è una delle questioni fondamentali: magnifici giganti come il Nidoshanghai_street contengono in sé la promessa di una possibile eticità, di uno spazio sociale in cui gli individui siano liberi e si aggreghino liberamente? In altre parole: il Nido è davvero un nido – ossia la più genuina declinazione spaziale della spinta inevitabile, biologica verso il futuro, un luogo in cui la biologia diventa storia? La risposta è – sì, lo è. E d’accordo, è una risposta che meriterebbe molte altre puntate, molte altre spiegazioni. Per adesso basti pensare che nel Nido di Herzog & de Meuron la biologia collettiva dei cinesi è già diventata futuro: i corpi dei cinesi lo sogneranno, lo abiteranno, lo immagineranno in ebollizione a milioni di gradi di ambizione. Esattamente come i nostri monumenti e le nostre cattedrali di qualche secolo fa. Il nido di questa risposta, dunque, è un sì – quella biologia guidata dallo stato, quei corpi irreggimentati diventeranno storia. Semplicemente, non sarà la nostra Storia.

Gianluigi Ricuperati è uno scrittore e saggista italiano. Nel 2006 ha pubblicato Fucked Up per Bur RCS e ha curato, insieme a Marco Belpoliti, la prima monografia mai dedicata al disegnatore Saul Steinberg. Nel 2007 Bollati Boringhieri ha pubblicato Viet Now – la memoria è vuota. Ha scritto un testo pubblicato ne Il corpo e il sangue d’Italia. Nel 2009 è uscito La tua vita in 30 comode rate (ed. Laterza).
Attualmente collabora alla Domenica del Sole 24 Ore ed è corrispondente speciale per la rivista Abitare. Da gennaio 2010 dirige Canale 150 – gli italiani di ieri raccontati dai protagonisti di oggi – iniziativa per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia sostenuta dal Comitato Italia 150 e da Telecom Italia. Dal 2010 è curatore del Castello di Rivoli – Museo d’Arte contemporanea. Ha scritto di spazi e architettura per Domus, ha collaborato alle pagine culturali de La Stampa e D di Repubblica. Scrive di musica per Rumore e Il Giornale della musica. È stato consulente editoriale per Alet Edizioni. Nel 1999 ha tradotto per la casa editrice Einaudi The Wild Party, testo di Joseph Moncure-March, illustrato da Art Spiegelman (ed. Einaudi Stile Libero, 1999). Nel 2007 e nel 2008 è stato, con Stefano Boeri, co-direttore di Festarch, festival internazionale di Architettura a Cagliari. Durante la prima edizione di Festarch ha svolto un dialogo pubblico su ‘architettura e letteratura’ con l’architetto olandese Rem Koolhaas. Nel 2009 è, con Stefano Boeri e Fabrizio Gallanti, co-direttore artistico di Urbania a Bologna. Collabora con Fondazione CRT e cura una collana di volumi di architettura e narrazione.
Aggiungi un commento