'GENNY A CAROGNA', IL BOSS DELLA CURVA DEL SAN PAOLO

Il nostro bisogno di polizia

di Christian Raimo

Non c’è nemmeno bisogno di citare René Girard e la sua psicologia delle folle (i suoi capri espiatori, la sua violenza mimetica…) per provare a commentare la narrazione tossica che ha avuto il suo incipit sabato 3 maggio con le notizie degli scontri vicino l’Olimpico ed è proseguita con la telecronaca Rai della contrattazione tifosi-giocatori-polizia dentro lo stadio e poi ha ingrossato la fiumana di indignazione nazionale contro gli ultras e l’incarnazione iconica espressa da Genny A’ Carogna. Il risultato, una settimana dopo, mentre la notizia è ancora in prima pagina col suo corredo di dichiarazioni di Alfano, è – di fatto – uno solo. Una garanzia di arbitrio ancora maggiore per l’operato della polizia.
In tutto questo la vicenda legata a Genny ‘A Carogna è davvero emblematica. L’altroieri gli è stato notificato un Daspo – un divieto di accesso agli stadi – per cinque anni. Cos’è stato GAC in questi giorni? Molte cose: è stato l’uomo tatuato, l’uomo che ha permesso di giocare il derby, l’uomo con la maglietta con la scritta “Speziale libero”, il figlio di un camorrista, colui che ha soccorso per primo i feriti, e – in nome di tutto questo – un meme su internet.
Il motivo per cui GAC è stato condannato pare o l’aver indossato quella maglietta o, addirittura, l’aver scavalcato le barriere. Non pochi (per esempio qui) hanno sottolineato che forse è illegittima una condanna al Daspo perché uno si è presentato con una maglietta con una scritta, altri hanno correttamente evidenziato come forse Antonino Speziale, allora 17enne, è stato accusato e condannato ingiustamente; del resto è di febbraio scorso la notizia della riapertura del processo per una decisione della Cassazione, mettiamo che questo processo mostrasse l’innocenza di Speziale? Per cosa è stato condannato dunque: perché indossava una maglietta con su scritto che deve stare fuori dalle carceri un presunto innocente?
La colpa di Genny ‘A Carogna in definitiva sembra quella di essere onomasticamente ‘A Carogna (il suo cognome, De Tommaso, gli è stato tolto completamente nelle cronache). Uno stigma che ricordava la canzone di Elio e le storie tese, Jimmy il pedofilo

Nella canzone, Jimmy viene pestato a sangue, ma il suo destino è segnato

“Aspettate, questo è un equivoco!”
ci provò Jimmy a discolparsi,
ma gli tapparono la bocca, e sangue,
poi bastonate, sputi, pugni e calci.
Giustizia è fatta, pensò la gente,
ma in verità non era stato giusto,
perché OK, sì, Jimmy il pedofilo,
ma Ilpedofilo era il cognome.

Ma l’occhio di bue non è solo per ‘A Carogna. La questione ultras è l’ultima in ordine di tempo che attribuisce all’ordine pubblico l’intero carico di una riflessione sociale e politica sui conflitti. Nel calderone delle leggi speciali negli ultimi anni sono finiti le manifestazioni di piazza, l’immigrazione, le questioni di genere, le tossicodipendenze, le occupazioni: quando la politica attonita – i colori dei governi non contano – si trova di fronte a una questione sociale che invoca discussione, riflessione, interventi educativi, ecco che si sbriga a risolvere tutto subito con il tappo di una legge speciale, con una reazione di fermezza, facendosi scudo delle fiammate d’indignazione. Quello che resta, appena passata la buriana, è qualche provvedimento esemplare, il fumo di quello che sembrava tanto tanto sdegno, qualche leggina in più e soprattutto una polizia con più potere d’arbitrio.
Quello che non avviene, mai, è una maggiore conoscenza del fenomeno. In questo caso, chi sono gli ultras? come funziona il tifo organizzato in Italia? Qualcuno dei commentatori sportivi che ogni giorno ci ammaniscono con luoghi comuni strafatti di cattiva retorica si è mai letto gli studi di Alessandro Dal Lago o di Valerio Marchi? Un paio di post in questi giorni in rete ponevano lo stesso problema di prospettiva: il primo, sulla Privata Repubblica, ricordava il valore imprescindibile del lavoro di Marchi e soprattutto metteva in luce come in queste narrazioni tossiche finisca per essere opacizzato un dato centrale: la matrice neofascista della violenza. Un bellissimo pezzo di Stefano Ciavatta di un annetto fa su Rivista Studio raccontava, da tifoso storico, come il legame fascismo-tifo va al di là di alcune semplificazioni da frange estreme.
Un altro pezzo su Commonware esplicitava indicava qual è forse la ragione dell’esplosione randomica di violenza che ha a che fare con il calcio: le misure di cieca repressione che oggi ancora si continuano stupidamente a invocare.

“Stadi trasformati in bunker, tornelli, metal detector, telecamere a circuito chiuso, trasferte vietate, obblighi di firma per decine di migliaia di persone, arresti in differita, striscioni e fumogeni vietati, superpoteri ai questori, biglietti nominativi, tessere del tifoso, pestaggi e cariche, gas intossicanti. A nessuno viene il sospetto che tutto ciò non solo non sia servito, ma abbia contribuito a inasprire la violenza intorno agli stadi, disgregando i gruppi storici, separando le nuove generazioni dalle vecchie, trasformando molte curve in centri commerciali e milizie?”

Ripensavo a tutte questa mancanza di riflessione politica, e mi veniva in mente come i fattacci dell’Olimpico abbiano seguito di appena una settimana la vicenda di Dani Alves e la campagna virale #siamotuttiscimmie. Dani Alves raccoglie la banana, la mangia, il video fa il giro del mondo, e tutti si fanno dei selfie con la banana, poi si scopre che in realtà l’idea della strategia virale era della società di comunicazione che cura l’immagine di Neymar, compagno al Barcellona di Dani Alves, il quale a sua volta forse non ha fatto un beau geste spontaneo ma si è semplicemente prestato a interpretare una parte scritta, a fare da testimonial pubblicitario. Ci ripensavo perché mi rendevo conto che quello che sembrava l’emersione di una questione politica (il razzismo negli stadi) era invece una trovata pubblicitaria, e mi veniva da pensare come questo fosse possibile perché il calcio è sempre più uno spettacolo visto in tv, una merce e uno strumento di marketing, spesso politico (Berlusconi docet, il Renzi e il suo Derby del Cuore discit). Allo stesso tempo gli stadi negli ultimi anni si stanno svuotando, al ritmo di un 4% all’anno, portando così allo strano paradosso che il calcio diventi da una parte uno spettacolo molto pubblicitario da vedere su qualche schermo (e dello spettacolo in fondo fanno parte ugualmente le mossette furbe di Dani Alves come i petardi lanciati dalle curve, le trattative di Hamsik e le smorfie di Genny ‘A Carogna), dall’altra una pratica violenta e insensata, una sorta di ghetto di illegalità consentita solo perché ipercontrollata.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
12 Commenti a “Il nostro bisogno di polizia”
  1. Paolo scrive:

    Insomma Gennaro detto “a carogna” è l’ultimo dei garantisti e conduce un legittima battaglia in nome delle libertà civili, gravemente compromesse, che è quello che sostiene in prima persona quando parla di giustizia a proposito della revisione del processo a Speziale. Il giovane che forse non ha ucciso nessuno e si è limitato a lanciare un pesante cesso, divelto all’interno dell’impianto, dall’alto delle tribune di uno stadio verso il basso affollato di tifosi e poliziotti. Gennaro De Tommaso dunque esaurisce ogni funzione nello spazio della comunicazione come Deni Alves e non importa che fuori della comunicazione il primo sia figlio di un condannato a venti anni di carcere per reati associativi e stia dentro una “curva” che dà fuoco regolarmente a materiale esplosivo dentro uno stadio (i petardi fanno parte dello spettacolo come Hamsik) e l’altro sia un giocatore di calcio miliardario, se uguale è il loro destino mediatico. Per tacere appunto di Hamsik pure rapinato due volte a mano armata tornando a casa dal luogo di lavoro: le sue trattative sono ugualmente spettacolari ma non coatte

  2. Brantomio scrive:

    La trovata di Dani Alves e Neymar , anche se non fosse spontanea, sarebbe comunque significativa nella lotta quotidiana al razzismo negli stadi.

  3. Lalo Cura scrive:

    discet…

  4. Iacopo scrive:

    Bell’articolo.
    Il problema si è “risolto” dentro lo stadio: si è voluto ripulire il luogo ideale della serenità agonica e spettacolare dall’orco cattivo e permettere quell’idea angelica di sportività con bambini insciarpati che cantano sorridenti l’inno nazionale (vi ricordate quando Berlusconi arrivava in elicottero a San Siro in mezzo ai bimbi delle “sue” squadre?). Quello che succede fuori viene assolutamente, complicemente tralasciato: le curve che si trasformano in milizie pronte a sparere (Ex jugoslavia, Ucraina e adesso Roma), svincolate e tutelate dalla destra ex di governo, da connivenze, da un giornalismo che punta il dito sul caso umano (il cattivo, il diseredato, il recidivo, il figlio di, ) che in casi rari (grazie Christian) affronta le problematiche più radicali e di conseguenza veramente pericolose.

  5. Carlo (@carloebasta) scrive:

    Nel dialogo/intervista “Patria senza padri” ( http://www.ibs.it/code/9788875214913/recalcati-massimo/patria-senza-padri.html?gclid=CNi60MOInL4CFfShtAodsGIA0w ) tra Christian Raimo e Massimo Recalcati, si tratta, tra le altre cose, di violenza. Recalcati traccia i caratteri della trasformazione della violenza e del suo ultimo approccio: Lo svuotamento di senso politico. Si delinea la nuova forma di “violenza erratica” d’una generazione senza padri, partorita da una classe politica senza più radici (sintetizzata nel paradigma “il discorso del capitalista). Sarebbe troppo facile speculare sia nel senso paternalistico (rievocando la necessità dell’autorità del padre/padrone edipico, ormai “evaporata nella”società liquida) sia in quello moralistico d’una società ormai priva di valori. Introduco questo riferimento perché, a mio avviso, la centralità del pezzo di Raimo sta nel rinnovato statuto dell’immagine, assieme reale e simbolico e di come la “violenza erratica” impolitica possa essere strumento di qualunque uso immaginifico e commerciale. Giustamente Raimo riannoda gli ultimi eventi attorno al disincanto. Non ha nulla di eroico il gesto di Genny ‘A Carogna così come si svuota d’ogni significazione politica quello di Dani Alves. Resta l’immagine: quella del padre-padrone capopopolo , corpo reale di matrice fascista(cui la filosofia della gestione dell’ordine pubblico deve allinearsi) che scende nella materia/stadio e regola il sistema per consentire al vero grande Padre (business soft delle televisioni) di incrementare la sua potenza, ora intimamente legata alla cifra di violenza potenziale che lascia immaginare di poter padroneggiare. Questo è il messaggio: La faccia simbolica dell’ immagine che si riunisce nell’Uno paranoico con quella reale (materia/stadio) . L’immagine resta l’unico valore forte che assorbe dentro la sua ipertrofica funzione sociale l’antica missione simbolica, assieme al neo assunto dato reale e concreto del business miliardario che incarna.

    La dialettica simbolico-reale, diaframma spazio-temporale indispensabile al discorso umano, si fonde: il passaggio all’atto sembra diventare l’unica narrazione possibile. E, paradossalmente, si assume nell’assenza di parole.

  6. marcobinotto scrive:

    Perfetto. Indispensabile.
    Mi permetto di aggiungere uno dei miei interventi sul tema:
    http://virusfera.wordpress.com/2014/05/05/il-paese-civile-e-a-carogna/

  7. vast scrive:

    comunicare con i tifosi, ancorché violenti, in una situazione come quella è il minimo che dovessero fare per non fare peggiorare le cose (lo si faceva anche ai tempi delle manifestazioni di piazza…). Per fortuna esistono anche i Genny che evidentemente costituiscono un riferimento sufficientemente autorevole per i suoi, poniamo che non ci fosse stato, come sarebbero stati calmati i tifosi con le false notizie che si rincorrevano?
    Quello che invece è veramente scandaloso sono i commenti dei giornali del giorno dopo, un vero monumento di ipocrisia, per non parlare del Daspo di cinque anni comminato per “invasione di campo”… ma questo è uno Stato davvero vile, che ha perso senso della realtà e della misura.

  8. Cesco scrive:

    Ma è mai possibile che ogni 2 cose sensate che scrivi le dvi corredare con almeno altre cento stronzate? Pur riconscendo un tuo indubbio talento, non capisco questa estasi che provi nelle iperboli più ridicole ripetendo queste minchiatine che si possono trovare in qualsiasi blog calcistico (dotte citazioni a parte).
    Appena si è creato il boom dell’attenzione mediatica intorno a genny a’carogna subito è partito il conto alla rovescia: chi sará il primo stronzo che lo difenderá? Chi sará il primo stronzo che lo userà invertendone la polaritá come metaforone dell’italia? Chi sará il primo stronzo che dirá e tutta colpa del potere?……….. Manco primo sei arrivato…

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  1. […] ormai priva di valori. Introduco questo riferimento perché, a mio avviso, la centralità del pezzo di Raimo sta nel rinnovato statuto dell’immagine, assieme reale e simbolico e di come la “violenza […]

  2. scrivereinrete scrive:

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