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Il nostro bisogno di utopia

Pubblichiamo un pezzo di Giorgio Fontana uscito su Orwell. (Immagine: Robert and Shana ParkeHarrison.)

di Giorgio Fontana

Nell’ultimo anno, usciti dal caos teatrale del governo Berlusconi e quantomeno fino alle ultime urla di Beppe Grillo, abbiamo visto nascere una critica serrata al populismo, nel nome di una maggiore sobrietà. E questo è senz’altro condivisibile. Il rischio però è di spazzare via anche la necessità di un utopismo sano e ragionevole: la scelta non può ridursi all’imbonimento (o alla menzogna) da un lato, e alla piatta obbedienza al “reale” dall’altro.

Pensate solo a locuzioni come “ce lo chiede l’Europa” o “le esigenze dei mercati”: nel giro di qualche mese sono diventate dispositivi per disinnescare un’intera fetta di riflessione pubblica. Il canone di sobrietà imposto dal governo Monti, in un certo senso, è stato anche un comodo alibi per evitare qualunque discorso di carattere anche vagamente utopico o rivolto a immaginare un futuro più in là di quello prossimo tanto da appiattirsi sulla salvaguardia del solo presente. Conta l’oggi, al limite il domani, mai il dopodomani: vedi anche alla voce “generazione perduta”. E se per Monti questo è lo scopo del suo mandato, è terribile vedere come tale deserto si sia esteso ovunque (a sinistra in particolare).

Viene allora da domandarsi perché questo cinismo e insieme, perché non siamo in grado di ridare spazio a forme di immaginazione più ampie, persino più ardite. Utopiche, appunto.

Certo, il tema si presenta subito spinoso: come disegnare un’utopia politica al giorno d’oggi, senza passatismi da sessantottini e senza sclerotizzarla in un diktat? Basta qualche pagina di Isaiah Berlin per capire quanto siano necessarie delle cautele di fronte alla ricerca di un ideale che costringa gli uomini “a indossare le belle uniformi imposte da ideologie accettate dogmaticamente”, la cui conseguenza è quasi sempre l’orrore. Berlin ci mette in guardia contro la staticità delle utopie: una perfezione decisa a priori e verso cui tendere senza esitazioni: per raggiungerla, è lecito ogni mezzo. Questo genere di utopismo, intessuto di un’ispirazione platonica molto forte, oggi appare abbastanza folle quantomeno in Occidente. (Ma che dire dei regimi mediorientali? E che dire degli anni di piombo?).

Una via d’uscita possibile, e la stiamo osservando da tempo, è quella di abbandonare del tutto il pensiero utopico. Un semplice e grigio realismo: magari non saremo animati da spiriti grandiosi, ma quantomeno non produrremo più Stalin e terrorismo. (Popper, un feroce anti-utopista, argomentava più o meno in questo modo: sostenendo che la sola forma di progresso stia in un riformismo “a spizzico”).

Ma c’è una terza via. Una sorta di utopismo debole, emerso dal bagno purificatore del pensiero critico: un utopismo disposto al dialogo e alla revisione, il cui ideale è modificabile strada facendo. Non “una sfera celestiale, cristallina”, come dice Berlin, in cui sono contenute delle risposte immutabili, bensì un progetto dinamico e variabile, che non crede di avere in mano la risposta a ogni domanda ma tenta di concretizzare, passo dopo passo e aprendosi al fallibilismo, un disegno più ampio e coerente un disegno ambizioso, che non si limiti a risolvere il qui e ora ma consegni al mondo qualcosa di più.

Insomma: il progressismo non dovrebbe renderci ciechi, e la luce sinistra di certe utopie è un’eredità solida del Novecento. Ma è anche vero il contrario: qualunque discorso autenticamente di sinistra quanto ci manca, quanto ci manca! dovrebbe essere intriso di un sano spirito utopico che animi eviti di rassegnarsi alla schiavitù del reale, senza sperare di eliminare tutte le ombre con la luce della perfezione. (L’unico modo per eliminare le ombre è distruggere ogni cosa). Creare insomma un orizzonte con un contenuto preciso niente formule vuote o punti di vaghi manifesti, bensì esempi concreti e descrittivi: la forza di un modello, come le isole felici del Rinascimento, resta ancora immutato.

L’obiezione, arrivati a questo punto, è semplice: tante belle parole, ma ora sono davvero i mercati a comandare le cose, e non possiamo farci niente. L’utopista sogna ad occhi aperti e non considera le enormi difficoltà del qui e ora, o le brutali limitazioni dei fatti: è un illuso.

Ma è un’obiezione fallace. L’utopista consapevole non sottovaluta gli ostacoli né dorme in attesa che qualcuno gli regali lo stato dei suoi sogni: semplicemente, possiede un ideale che lo preserva dall’astuzia, dal machiavellismo, dalle forme di opportunismo che la nostra storia repubblicana conosce alla perfezione. Per tutto questo c’è sempre qualche “fatto” pronto a giustificare ogni azione: c’è sempre un potere più alto davanti cui lavarsi le mani, sia esso l’Europa o la crisi dei mercati: sempre un altare dove sacrificare i deboli.

Di fronte tale tendenza, un utopista come Nicola Chiaromonte pensatore quanto mai necessario, al giorno d’oggi reagì rivendicando l’importanza del possibile. Di ciò che sogniamo senza perderci in chimere: “Il “possibile” fa parte del reale”, scrive in un saggio raccolto nel volume Le verità inutili. “Si può sempre opporre il “possibile” a ciò che l’uomo politico ha, per via d’astuzia e di violenza, compiuto. Né il Terrore né il colpo di stato bolscevico erano inevitabili. Sono accaduti.”

Allargare il campo di ciò che possiamo fare dei nostri modi di interpretare, comprendere e immaginare concretamente il bene comune, la repubblica dove vorremmo vivere è un compito fondamentale. Siate realisti, chiedete il possibile.

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