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Il nuovo fumetto indipendente USA, parte prima: Mat Brinkman – Multiforce

Valerio Mattioli ci racconta gli scenari del nuovo fumetto indipendente USA. Nella prima puntata, «Multiforce» di Mat Brinkman. 

di Valerio Mattioli

A inizi anni 2000 avevo vent’anni e una connessione internet 56k. Mi piaceva la musica rumorosa e non leggevo fumetti da un po’. Durante gli anni del liceo ero stato un buon appassionato di quelli che all’epoca andavano sotto il nome di alternative (o indie) comics americani, a partire dalla coppia Peter Bagge/Dan Clowes, a cui aggiungere all’occorrenza Charles Burns e naturalmente Chris Ware. Praticamente tutti questi fumetti venivano pubblicati da un editore di Seattle chiamato Fantagraphics Books, e tra questi autori c’era anche chi aveva illustrato le copertine di alcuni dei miei dischi preferiti. Ma erano gli anni 90, appunto. Tempo un po’ e sarebbe arrivato il film di Ghost World nonché le prime (almeno così mi ricordo io) accese diatribe sul cosiddetto graphic novel, un termine verso il quale provavo un’irrazionale, risoluta e preventiva avversione.

Nel 2001 la mia caracollante connessione 56k mi condusse praticamente per caso su un incomprensibile sito internet chiamato se non sbaglio fortthunder.org. Da quel che capivo, questo Fort Thunder era una specie di laboratorio/spazio per concerti/museo off off situato in quel di Providence, la capitale del Rhode Island il cui nome mi suonava familiare solo perché era la città di Lovecraft e del film Tutti pazzi per Mary. Dentro il Fort Thunder venivano prodotti dischi, un giornale chiamato Paper Rodeo, e soprattutto fumetti. Mi sembrava roba interessante, quindi mandai qualche dollaro ben nascosto in busta chiusa all’indirizzo in calce al sito (l’epoca PayPal era ancora di là da venire) ordinando titoli più o meno a caso. In cambio non mi arrivò nulla: non potevo saperlo, ma il Fort Thunder era uno spazio occupato abusivamente che proprio in quei mesi stava per essere sgomberato. Però non mi diedi per vinto e riuscii infine a recuperare perlomeno un paio di cd e una copia di Paper Rodeo.

Quando mi ritrovai il materiale tra le mani, ci rimasi secco: i dischi mi piacevano e anche parecchio, quello sì. Coi fumetti di Paper Rodeo invece, non sapevo che farci. Non riuscivo nemmeno a leggerli. Erano disegnati tutti storti, e un po’ ricordavano lo stile del collettivo francese di art brut Le Dernier Cri. Le ambientazioni erano un intricatissimo caos di ispirazione fantasy, con dentro un sacco di mostri, giganti, gnomi e montagne magiche. Il lettering era un macello, e le storie talmente vaghe che manco ti veniva da definirle tali. Un po’ era un classico prodotto underground, di quell’underground volutamente sporco e un tantino “sperimentale”. Ma c’era anche un che di… gioioso, in quelle tavole, che alla fine mi attirava. In fondo, roba così non l’avevo mai vista. Messa a confronto col Peter Bagge di Hate, che dopotutto restava il mio fumetto preferito, era praticamente un altro universo.

Negli anni a seguire ho assistito poco meno che allibito al proliferare del “fumetto alla Fort Thunder”. Per qualche tempo mi sembrò che Providence fosse veramente il centro del mondo: qualsiasi cosa mi piacesse, per un motivo o per l’altro riportava lì. A un certo punto misi finalmente le mani su un numero di Kramers Ergot, quella che veniva presentata come l’antologia definitiva del fumetto indipendente USA anni 2000: dentro c’erano Chris Ware e padrini dell’underground come Gary Panter, ma per tre quarti il resto del volume era occupato dai vari Mat Brinkman, C.F., Ron Rege jr, Paper Rad, Leif Goldberg… insomma, tutti tizi che avevo incontrato a Providence (idealmente, si intende; fisicamente, non ci sono mai stato).

Scoprii persino che qualcuno di questi nomi si stava facendo una certa reputazione nei circuiti dell’arte contemporanea “seria”, e cominciai a notare che un mucchio di altri autori – non di Providence – si erano messi a pubblicare fumetti sullo stesso stile. A New York sarebbe nata una nuova casa editrice, chiamata Picturebox, che praticamente si specializzò in quei materiali lì. E anche in Europa, la cosa prendeva piede. Disegni e illustrazioni alla Fort Thunder cominciarono a occupare le pagine dei magazine patinati, le copertine dei dischi, persino qualche pubblicità mainstream. Insomma, era successo qualcosa.

Non so se è giusto paragonare l’esplosione di questo tipo di materiali alla grande stagione indie/alternative dei 90. So che comunque il nuovo fumetto americano, al 2012, è anche e forse soprattutto questo. Personalmente, negli ultimi anni mi è capitato di analizzarlo e scriverne a più riprese, di cui l’ultima sul numero di febbraio del mensile Blow Up; per l’occasione però, in attesa che i primi autori vengano tradotti in italiano (cosa che, a quanto pare, è dietro l’angolo), vorrei provare a stilare una prima lista dei titoli a mio giudizio “fondamentali”, o comunque indicativi del cambio di rotta intrapreso dal fumetto post-underground negli ultimi dieci anni circa. Ve li presento per come li vedo io, consapevole di alcune colpevoli omissioni (Brian Ralph, Ron Rege Jr, i più recenti Michael Deforge, Matt Furie, Lisa Hanawalt…) e cercando di limitarmi a quei lavori il cui respiro e la cui portata possono valere da “manifesto” di un immaginario. Gli autori che ho selezionato sono per inciso C.F., Johnny Ryan, Matthew Thurber, Jesse Moynihan, Brian Chippendale, Ben Jones, Edie Fake e Theo Ellsworth. Ma per cominciare, è pressoché obbligatorio partire dall’uomo (e dal fumetto) da cui – come si dice… – tutto è nato, e cioè:

Mat Brinkman – Multiforce

Di Multiforce il fumettista Frank Santoro ha decretato che è “l’opera che sta agli anni 00 come Love and Rockets [dei fratelli Hernandez] stette agli 80 e ACME Novelty Library [di Chris Ware] ai 90”; insomma, non tanto il più “importante” fumetto del decennio, quanto piuttosto il più… influente, ecco: quello che per i più avvertiti detta un clima, un’atmosfera, diciamo pure un immaginario.

Mat Brinkman concepisce Multiforce alla fine degli anni 90 e tra 2000 e 2005 ne pubblica i diversi episodi su Paper Rodeo, il giornale semiufficiale della comunità underground di Providence: è un’opera stramba, contorta e incasinatissima che mescola fantasie da Lord Dunsany dei bassifondi e horror disturbato, Tolkien e psichedelia indigesta, videogames e bruitisme grafico, combattimenti sanguinari e cittadelle medieval-extraterrestri. I protagonisti sono mostri, giganti e creature deformi che si muovono in un universo buio, labirintico e minaccioso, mentre la trama… be’, difficile ricondurre a una narrativa ordinaria il surreale susseguirsi di incontri, scontri, apocalissi e rivelazioni che scuotono le viscere di Citadel City, teatro della vicenda. E però, Multiforce resta una lettura avvincente. Sicuramente strana (weird, direbbero gli anglofoni), ma i legami con la tradizione fumettistica sia underground (Jim Woodring, Gary Panter) che non (i supereroi Marvel) sono solidi, persino esibiti.

D’accordo, l’alterità nei confronti dell’allora dominante poetica indie è profonda, diciamo pure disturbante, e la cosa verrà colta con una certa lungimiranza dal Comics Jorunal, che nel 2003 dedica a Brinkman e alla “scena di Providence” un intero numero speciale per tramite di una delle sue firme più prestigiose, l’ex direttore Tom Spurgeon. L’interpretazione di Spurgeon è nota e mi è capitato di farla mia a più riprese: Multiforce (ma l’analisi è estendibile a tutti i fumetti della scuola nata in Rhode Island) intraprende una specie di terza via distinta sia dal classico fumetto d’avventura che dagli intimismi più o meno problematici del post-underground USA; in sostanza, la storia si riduce a una serie di movimenti ad opera di “individui alle prese con gli spazi” che ricordano da vicino “i videogames, specie la prima generazione di videogiochi d’avventura, tutti basati su un singolo protagonista impegnato a esplorare aree e luoghi che alle volte possono non contenere nulla”.

L’unico videogioco casalingo che posso dire di aver approfondito negli anni rigorosamente tech-free della mia infanzia è Arkanoid, quello delle palline che sbattono contro i mattoncini in un ambiente vagamente sci-fi: e in effetti, pur nella totale assenza dell’elemento umano (o magari proprio per questo, suppongo), aveva un che di agghiacciante. Ecco, mi piace ricordare le parole di Spurgeon perché è vero, la lettura di Multiforce mi ha trasmesso esattamente quel tipo di sensazione lì: l’atmosfera straniante, onirico-orrorifica di Multiforce è tutta nella relazione tra ambiente e soggetto, uno slittamento piccolo piccolo in cui più che le parole contano i luoghi, e da cui deriva una tensione più che infantile atavica: ora che conosco questo posto, cosa mi riserverà il resto? Che succederà una volta che sarò passato al livello superiore? Quali mostri abiteranno il prossimo quadro?

E poi certo, c’è quell’effetto a spirale che, per dirla ancora con Frank Santoro, “cresce, cresce e continua a crescere su se stesso: quasi alla maniera di una città”, qualcosa come una superfetazione fuori scala che può ricordare tanto il Kadath lovecraftiano (dopotutto siamo a Providence, no?) quanto l’abusivismo edilizio di Roma Est, dove passai la mia infanzia – giocando tra le altre cose ad Arkanoid – e dove per la prima volta lessi lo stesso Multiforce: Citadel City come Torre Maura, più o meno.

I vari episodi di Multiforce sono stati raccolti in un unico albo formato extralarge dall’editore Picturebox di New York. I numeri originali di Paper Rodeo in cui apparve per la prima volta il fumetto, viaggiano a prezzi indicibili nel circuito dei collezionisti.

Commenti
2 Commenti a “Il nuovo fumetto indipendente USA, parte prima: Mat Brinkman – Multiforce
  1. Beatrice scrive:

    si, ma come fare a procurarselo?.. oramai è introvabile! :(

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  1. […] la seconda parte del reportage di Valerio Mattioli sul nuovo fumetto indipendente americano. Qui la prima […]



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