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Il nuovo libro di Aldo Busi

È uscito da poche settimane per Marsilio Vacche amiche, il nuovo libro Aldo Busi. Per gentile concessione dell’autore e dell’editore, ne pubblichiamo un estratto per i lettori di minima&moralia. Avremo modo di parlarne ancora dell’autobiografia non autorizzata di Busi. Vi invitiamo intanto ad acquistare questo libro, a godere della bellissima prosa.

di Aldo Busi

A Montichiari c’era la figlia disgraziata di una fruttivendola, la Giulietta dei pom, madre di questa ragazzina che si chiamava Marì tutta svergola affetta da un accumulo di deformazioni rare e strane combinate a dar luogo a una creatura di una bruttezza rivoltante, blesa, gobba, con la faccia butterata la cui parte sinistra sporgeva di un buon tre dita rispetto a quella destra e un naso lungo che le scendeva oltre il labbro superiore e qualche attacco di epilessia per soprammercato, era di carattere leggero e gentile, ci teneva molto a essere sempre in ordine e ben pettinata, tirava giù dei porcodio madornali quando gli uomini le facevano dei complimenti, «Marì, ta fo éder el bertagnì», «Marì, gran patùnô, bel fighì», non era stata nemmeno mandata a scuola a lungo, gli scherzi atroci di cui era vittima, quasi grata… meglio di niente, avrà pensato… avevano persuaso la Giulietta dei pom, analfabeta anche lei, a ritirarla per sempre dopo la seconda elementare, ma io andavo da loro a prendere il castagnaccio coi pinoli e il rosmarino detto patùnô, scherzavo con quella mia coetanea, la prendevo in giro e lei prendeva in giro me, eravamo ricci uguali, be’, quando c’erano i pomeriggi danzanti qui al Teatro Sociale e l’entrata era libera anche per gli adolescenti in grado di pagarsi il biglietto, io ero già un ballerino provetto, forse il più ambito e guardato, e lei stava su in loggione, dal cui parapetto spuntava con la testolina che faceva andare da una parte all’altra come un pinocchietto ricciolino seguendo la musica e le coppie in pista, e giù in pista lei non era mai scesa, e una domenica e due e tre domeniche, una domenica andai su in loggione, le chiesi di ballare con me, scoppiò a ridere, disse di no, rossa come uno dei suoi peperoni, e io insistevo e insistevo, volevo fare quello che nessun altro ragazzo avrebbe mai osato fare, ballare con quella specie di scimmietta mezza idiota e rachitica col mal caduco, finché la trascinai, quasi prendendola in braccio, e giù per le scale a rotta di collo e poi apparimmo in pista, la gente sgranò gli occhi e scoppiarono tutti a ridere sino a spanciarsi per farsi vedere, suonavano un lento e cominciammo a ballare, e tutti a buttarci addosso stelle filanti e coriandoli, la stringevo né tanto né poco ma la guidavo bene, le sorridevo, la rassicuravo, era così magra che le sentivo le costole e mi dava certe botte con gli spuntoni delle ginocchia e lei si lasciò andare, ardeva, la vestina mi scottava sotto i palmi, ho pensato, forse è svenuta, ha avuto una delle sue crisi, invece scottava dall’emozione, sudava e mi guardava sfinita, e quell’odorino di mughetto con una stria del suo rancido naturale non è che mi piacesse molto, e poi fu tutto un cha cha cha, un twist e un mambo e tutti che venivano a ballarci intorno e a fare cerchio con noi due in mezzo, lei emetteva dei suoni gutturali di animale liberato, e persino il rock and roll, il tango, il valzer, aveva imparato a ballare guardando per anni gli altri, di minuto in minuto tirava fuori un’impeccabile perfezione, e poi ogni domenica le facevo fare un giro di pista e non era facile per me, per la mia bellezza quasi sfigurata al suo fianco, la mia vanità sacrificata a una causa disperata… ero non un intrepido castigamatti ma uno stronzetto esibizionista che però si faceva forza.

Facevo tirocinio sulla mia volontà, volevo diventare a tutti i costi favoloso per me stesso, un’invenzione astrale tirata fuori dal nulla, e uno scrittore con una volontà e un firmamento in più, qualcuno di cui non avevo mai visto uno simile in giro, e così fu, grazie, sì, a me, ma anche alla mia insospettabile, meravigliosa salvatrice e maestra di compassione, mostruosa e sola, oltre che da sola, come io non lo sono mai stato né mai sarò, ma il finale starebbe nel ricordarne il nome, ma non mi viene.

 

Commenti
12 Commenti a “Il nuovo libro di Aldo Busi”
  1. RobySan scrive:

    Ecco; quando uno scrive così io lo bacerei, con tutto che non sono gay. Porcalavaccaccialurida! (e spero siano conclusi i tempi di quella mezza bojata di “E baci”).

  2. Luca P scrive:

    Grandissima prosa. Scrittura civile al quadrato del sentimento più nobile (e un tocco di civetteria)

  3. Laura scrive:

    Grazie. Bellisimo, in effetti. Vado a comprare “Vacche amiche”. Anzi, lo faccio proprio ora on line.

  4. giorgio scrive:

    che frociata. a me la scrittura di busi piace, però non la trovo eccezionale solo che è ovviamente sopra la media, valutando la maggior parte dei contemporanei. e i temi no, sempre egocentrico, che noia… in ogni caso meglio busi e gli abusi di penna di molti altri, prima o poi lo leggerò.

  5. Laura scrive:

    @giorgio: ma come scrivi? Secondo me se fossi stato a una presentazione del libro di Busi e lui avesse letto questo passo, non avresti mai avuto il coraggio di alzare la mano e dire “che frociata”. Sai da che lo capisco? Da come scrivi. La lingua rivela sempre e il coraggio, se uno non ce l’ha, se lo può sempre dare on line…

  6. giorgio scrive:

    esatto laura, ma io non ho pregiudizi né troppo coraggio, ho scritto quello che penso e che magari non è sempre gradito dire a voce. in ogni caso mica penso che non debba scrivere libri o cambiare orientamento sessuale, ci mancherebbe. ma l’avrei detto anche di un testo esageratamente votato alla virilità per huellebecq o a lamentele di genere per scrittrici donne alla de beauvoir. ognuno esprime quello che è e che vuole esprimere, in massima libertà. e io esprimo la mia opinione, questo tipo di scrittura mi annoia e non mi appartiene. a chi la ama, buona lettura!

  7. Laura scrive:

    e va bene, Giorgio, a ognuno piace ciò che piace e ok… Un saluto.

  8. enrico scrive:

    Ora,
    niente da eccepire sulla prosa di Aldo Busi, pirotecnica, inusuale, sorprendente, ma sembra sempre che sia il racconto a renderla necessaria e non viceversa, lo stile per lo stile e non per il racconto. Mi sembra sempre che a Busi manchi l’urgenza del comunicare, che poi fa di un artista un artista.
    Ho letto l’Especialista, ma non l’ho finito, per questo motivo, perché avrebbe potuto continuare all’infinito o interrompersi dove io l’ho lasciato. Citerei Torchio per capire quando una parola ridotta all’osso serva al racconto ne diventa il mezzo necessario e imprescindibile, faccia di ogni parola una densità semantica da buco nero, per poi rimandarci luce.

  9. Adriano scrive:

    Leggerò questo libro e approfondirò, tuttavia intervengo per dire che i commenti di Giorgio mi hanno fatto sorridere: A mio modo di vedere contengono elementi interessanti da analizzare, condividere o meno, ma forse “familiari”, come un alter ego, forse.

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