Il paese baracca

Questo articolo di Giorgio Vasta è uscito su Repubblica e la foto è di Lucia Re (Palermo 2011).

di Giorgio Vasta

Tra le diverse eredità che questo tempo ci sta lasciando – eredità che non riscuoteremo nel futuro considerato che sono già presenti adesso, quotidianamente erogate da quella capsula a velocissimo rilascio che è la nostra vita nazionale –, la scomparsa della vergogna è senz’altro decisiva. L’alone di pudore – dunque di dubbio e di scrupolo – che avvolgeva i nostri corpi conducendoci a sperimentare un’esitazione che era premessa di coscienza, civiltà e libertà, si disgrega fino a dissolversi del tutto. Quelle pause nelle quali negoziando con se stessi si costruiva dignità, sono sparite.
Diversi i titoli che negli ultimi tempi hanno provato a raccontare da angolazioni differenti questa eclissi, dalla storia dell’inverecondo Simonini di Il cimitero di Praga di Umberto Eco a La battuta perfetta di Carlo D’Amicis, da Persecuzione di Alessandro Piperno a Senza vergogna di Marco Belpoliti e a Politica della vergogna di Slavoj Žižek (tenendo sullo sfondo, come stelle polari, Il processo di Kafka e Vergogna di Coetzee).
In Sentimenti sovversivi, appena pubblicato da Isbn (dopo un’edizione bilingue a opera della Maison des écrivains étrangers et des traducteurs), Roberto Ferrucci fa i conti con una vergogna individuale e collettiva, un sentimento che cessando di essere il cratere in cui ogni cosa collassando scompare vuole recuperare la propria dimensione di argine, di limite, e opporsi orgogliosamente, persino sdegnosamente, al disastro etico di questi anni.
Nel suo ritiro francese di Saint-Nazaire, seduto davanti all’Atlantico, l’io narrante (di fatto lo stesso Ferrucci) vorrebbe raccontare una storia d’amore ma la percezione continua dell’Italia contemporanea, di questo “paese oscuro”, agisce sotto forma di un prurito psicologico, di un’interferenza che irretisce e distrae. Parte da qui “un viaggio di parole”, la cronaca di una miseria sociale e morale a cui sembra non si possa che soccombere. A sconvolgere Ferrucci è il crollo drastico di tutto ciò che salvaguardava i corpi e le loro relazioni. Un senso di esasperazione, quello dello scrittore veneziano, che fa venire in mente ancora un altro libro all’interno del quale ci sono pagine capaci di fornire una descrizione feroce del nostro presente.
In Lo stampo, infatti, raccontando nel 1922 condizioni e frustrazioni di un addestramento nella Royal Air Force britannica, Thomas Edward Lawrence rappresenta un processo di dissoluzione della vergogna.
«Inevitabilmente, pigiati nella nostra baracca» – scrive Lawrence descrivendo la coesistenza degli arruolati in uno spazio obbligato – «siamo costretti a comunicarci proprio quelle vergogne fisiche che la vita civile tiene velate. L’attività sessuale diventa un’ingenua millanteria, e ogni anomalia di appetiti o di organi è oggetto di curiosità e di esibizione».
Leggendo vengono in mente due cose.
Prima di tutto che il termine utile a descrivere il tempo italiano non è più ‘baraccone’, che si è via via depotenziato e in ogni caso, rimandando soprattutto a una dimensione carnevalesca, conserva un connotato vagamente ludico che attenua la percezione dello stato in cui ci troviamo; più esatto, nella sua neutralità, è ‘baracca’, sobriamente e spietatamente descrittivo.
Il secondo pensiero riguarda il modo in cui, nella baracca, viviamo stipati.
Condizione della nostra convivenza è la disgregazione dei bordi, del margine che separa i nostri corpi. La rimozione del pudore, in particolar modo di quello che riguarda il sesso, è strumentale a questa metamorfosi. Se tra i corpi non esiste più un confine, se non esiste più la possibilità di distinguere tra me e gli altri, allora non esiste più il trauma connesso al superamento del confine. Io sono gli altri, gli altri sono me, non c’è nulla di cui qualcuno debba vergognarsi e ciò che era trauma può ridursi a diceria, a innocuo giochetto discorsivo. Meglio ancora: a quotidiana cronaca biopolitica.
Continua Lawrence: «I grandi capi incoraggiano questi comportamenti. Tutte le latrine del campo hanno perduto la porta. “Fateli dormire, mangiare e andare di corpo tutti insieme”, diceva ridendo il vecchio Jack Gordon, un istruttore navigato, “e li vedremo marciare tutti insieme, con la massima naturalezza”».
Nel corso di questi ultimi anni – a partire da una specie di istinto condiviso, lo stesso che nel suo libro Ferrucci vive e racconta come trauma – in Italia si è prodotta una rottura paradigmatica della quale si è collettivamente responsabili, una metamorfosi che durante i decenni di governo e cultura democristiana aveva pazientemente atteso e che oggi si compie in forma drastica: la porta della latrina è stata divelta. Tutto ciò che era argine, limite, bordo, pausa, è scomparso. I nostri corpi sono diventati, tra loro e in sé, indistinguibili, arcimboldi fabbricati con le braccia di Ruby, le gambe di La Russa, il torace di Lele Mora, il collo di Belpietro sormontato dal volto cupamente ilare di Berlusconi.
In Sentimenti sovversivi Roberto Ferrucci cede a volte a una tentazione censoria (in pagine nelle quali l’accento moralistico prende forse il sopravvento) ma perlopiù fa del proprio sguardo argine attraverso una scrittura che rende visibile tutto ciò che è, o potrebbe essere, tenerezza (intendendo per tenerezza la capacità di sentire la naturale indistruttibile vulnerabilità di ogni fenomeno). Nella registrazione minuta dell’esistente, nella necessità di osservarlo e renderne conto, Ferrucci si rivela uno straordinario fenomenologo sentimentale.
E descrive una direzione che nascendo da questo presente si allunga verso il futuro.
A un paese baracca fondato sullo smaltimento del limite si reagisce restituendo forma alle cose, ripristinando i contorni: quelli dell’andatura di una ragazza, quelli di Jesolo, di Venezia, della spiaggia in cui venne girato Le vacanze di Monsieur Hulot. Si reagisce facendo della scrittura un altrove complesso e della vergogna, del sapersi vergognare, un sentimento sovversivo (nella coscienza – meravigliosa intuizione del finale, vera e propria exit strategy alla quale simbolicamente affidarsi – che l’altrove più irriducibile è l’immaginazione di un figlio).

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
2 Commenti a “Il paese baracca”
  1. Posso tentare di risponderVi, con uma mia semplice poesia.
    Siamo tutti qui:
    Ad un passo dalla pazzia
    a sbatterci in piena solitudine.
    Confusi, fragili lasciamo
    sia il tempo a decidere;
    nauseati dalla noia, giochiamo
    a chi muore prima,
    fottuti, restiamo
    col culo a terra
    in un angolo di vita
    spaventosa!

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