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Il paradiso degli animali di David James Poissant

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo. (Immagine: Pannello in opus sectile con tigre che assale un vitello, Musei Capitolini)

Il paradiso degli animali, prima raccolta di racconti di David James Poissant, americano, deve il suo titolo a un’omonima poesia di James L. Dickey. Riportata in calce all’edizione italiana del libro – tradotto con grande efficacia da Gioia Guerzoni per NNEditore – la poesia si chiude così: “Sotto l’albero/cadono/sconfitti/si rialzano/si rimettono in cammino”.

I versi di Dickey vanno bene per gli animali, perché descrivono perfettamente quella che è la loro esistenza; e possono adattarsi anche agli esseri umani. Possono adattarsi, ma non con la stessa ineluttabilità del regno animale – perché non è scontato che gli esseri umani, una volta sconfitti o abbattuti, siano capaci di rimettersi in piedi. Una bestia non ha altra scelta; gli esseri umani possono scegliere. Anche non scegliere è una scelta, e può condurre alla rovina.

Ogni racconto di Poissant si gioca su questa tensione, e il fatto stesso che questa tensione sia assicurata in ogni episodio, in un modo sotterraneo e costante, rende Il paradiso degli animali uno dei libri più interessanti comparsi quest’anno. Qualcuno potrà vederci un’ancora di salvezza, altri rivivranno le proprie disperazioni. Non tutti hanno la fortuna di vivere vite perfette: diciamo che Poissant si rivolge al club degli imperfetti. E lo fa con gran classe, con una letteratura capace di arrivare a tutti, senza ricercare colpi ad effetto, rinunciando frase dopo frase alla pretenziosità gratuita.

Ma arriva. Come quando scrive una cosa così: “A cosa credeva adesso, lì a bordo piscina con i pantaloni fradici in una notte senza luna? Credeva nelle cose che sentiva. Era sicuro di potersi portare quella ragazza in camera, proprio come un attimo prima era sicuro che non l’avrebbe fatto. Era sicuro che avrebbe trovato la gatta, e anche che era già morta. Sicuro che un giorno la voce di Kate sarebbe sbocciata come un rododendro nel telefono, ed era anche sicuro, perfettamente sicuro, di averla perduta per sempre”.

Si prenda L’uomo lucertola, la prima storia – i cui personaggi ricompaiono nell’ultimo racconto, omonimo. Un doppio rapporto uomo/padre domina la scena, regalando prospettive per niente scontate, peraltro allineate alla nostra contemporaneità complessa. Dan non accetta l’omosessualità del figlio, mentre Cam, suo amico, deve vedersela col fantasma di un padre violento. Cam, a sua volta, vive per il suo piccolo Bobby. In ciascuna delle quindici storie che compongono questa raccolta a un certo punto s’affaccia una creatura animale, un insetto, che assume su di sé un carico di significati. Può trattarsi di una mandria di bufali, d’uno sciame di api, di un gatto. Nell’Uomo lucertola la bestia è un coccodrillo, di proprietà del padre di Cam. I due uomini, Cam e Dan, si danno da fare per liberare il rettile, in un insensato tentativo di ricondurlo alle acque libere a cui appartiene.

Il recensore del libro per la Los Angeles Review of Books ha giustamente notato che l’utilizzo continuo delle bestie in chiave simbolica “può facilmente sfociare nel territorio dell’omelia”, ma si tratta di un rischio a cui Poissant sfugge con grande abilità. Essenzialmente perché la funzione degli animali in ogni racconto non è ostentatamente metaforica; e perché i significati che convogliano – per esempio – nel gatto sfuggente in quello che a tutti gli effetti è uno squallido complesso residenziale (Il braccio) teatro di una impossibile love story sono calati dall’autore con naturalezza, naturalezza che può essere frutto esclusivamente di un profondo lavoro di scrittura. A dirla tutta, a volte degli animali non te ne accorgi neppure: perché al centro della scena, in fin dei conti, restano gli uomini.

Proprio per via dell’alto tasso di umanità, combinato con una certa disperazione suburbana, nel Paradiso degli animali siamo dalle parti del Pancake di Trilobiti, con un occhio rivolto alla predilezione saundersiana (nel senso di George) per gli sconfitti e con Raymond Carver a far da stella polare. E La fine di Aaron è davvero un grande racconto grondante d’amore. È bello che storie così siano state scritte.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
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