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Il paradosso dell’Islanda

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Partiamo da un paradosso: l’Islanda esiste, eppure non esiste. Quel territorio che compare all’improvviso, quando l’Europa è quasi terminata e sta per cominciare l’immensa distesa bianca della Groenlandia, è in grado di raggiungere livelli di concretezza così vertiginosi – l’Islanda sembra la sintesi di tutti i modi in cui la materia può essere presente sulla Terra – da farsi percepire come un luogo immaginario.

Un Altrove radicale, che può però essere raggiunto in qualche ora di volo. Un’isola così lontana e perduta in quel firmamento liquido che è l’Atlantico settentrionale da poter venire pensata – l’intuizione, splendida, è di Giorgio Manganelli – come una vera e propria isola pianeta. In Il libro dei vulcani d’Islanda. Storie di uomini, fuoco e caducità, Leonardo Piccione descrive quella particolarissima patologia – il Mal d’Islanda, già a fine ’800 diagnosticata con l’espressione «Iceland on the brain» – da cui però non si ha nessun desiderio di guarire. E per farlo racconta quelle specifiche manifestazioni «dell’inquietudine del creato» che sono i vulcani.

Attraverso quattro diverse esplorazioni, i quarantasette vulcani (ed ex vulcani) che punteggiano la materia islandese sono riepilogati in schede ma soprattutto trasformati in occasioni di racconto. Si incontrano figure più note – per esempio Bobby Fischer (vero e proprio magma in forma umana), che nel 2005, decenni dopo il match del secolo vinto nel ’72 proprio a Reykjavík contro Boris Spasskij, divenne cittadino islandese – e altre sconosciute e memorabili, come Óda, una studentessa di lettere che durante l’estate accompagna i turisti dentro il camino di un vulcano grande come cinque campi da basket; c’è la storia di Jón Leifs, che in Hekla, Op. 52 fece della potenza della «regina» dei vulcani un concerto suonato tramite incudini, campane e martelli, e c’è quella di JóhannesKjarval, che attraversò il ’900 dipingendo campi di lava (che non sono neri ma multicolori).

E c’è anche la storia recente, di normalissima eccezionalità islandese, dell’eruzione dell’Eyjafjallajökull, che a partire dal 20 marzo 2010 determinò la cancellazione di diecimila voli (complicando il lavoro di tutti quei cronisti che avrebbero preferito che a eruttare fosse il Katla, bisillabo e facilmente pronunciabile).

A scandire il libro di Piccione è una ben precisa consapevolezza: l’Islanda è uno di quei rarissimi spazi in cui ci è dato il privilegio di vedere il tempo accadere – dilatarsi, contrarsi, esplodere –, tanto da avere la sensazione di poterlo toccare, di poter addirittura «annusare i giorni». Del resto il tempo è quella cosa paradossale che, come l’Islanda, esiste, non fa altro che esistere, ma in fondo non esiste.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
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