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Il passato è dei giovani

Dice il nuovo slogan della Cgil della neosegretaria Susanna Camusso, Il futuro è dei giovani. Così come la frase di battaglia del movimento studentesco degli “indisponibili” è Ridateci il nostro futuro. Anche il Papa qualche angelus fa ha dichiarato: I giovani sono il nostro futuro. La rivendicazione delle (e per le) nuove generazioni italiane nei confronti di una gerontocrazia paralizzante sembra essere in fondo una battaglia condivisa, anche se un po’ di retroguardia.
È il loro motto, una decisa dichiarazione tautologica. Come dire, è abbastanza evidente che il futuro sia dei giovani. Cosa ci sia da esigere dunque non è chiaro: che i cinquantenni mollino i loro posti? che i settantenni muoiano?
Anche gli anziani giovanologi del nostro paese, prendete Umberto Galimberti e il suo Ospite ingrato oppure Pierlugi Celli e il suo La generazione tradita. Gli adulti contro i giovani, sembrano alludere, con toni più apocalittici, alla stessa mancanza: l’immagine che i ragazzi hanno del domani è oscura, minacciosa, un deserto. (Anche se è molto deprimente l’informazione che proprio Galimberti e Celli hanno delle culture giovanili, trattate nei loro testi come repertori di luoghi comuni; sotto-culture in senso spregiativo o ingenuo).
Ma, facendo una mossa del cavallo, il dubbio che potrebbe instillarsi quando vediamo esaltato questo desiderio legittimo di riappropriazione di una prospettiva di speranza comune è che questa ideologia giovanile nasconda in realtà una questione socio-politica più profonda.
I giovani come soggetto sociale, ci ha insegnato Jon Savage nell’Invenzione della gioventù, nascono già alla fine dell’Ottocento: ma il conflitto generazionale di cui sono portatori diventerà nel corso del secolo appena passato sempre meno una contrapposizione sociale e sempre più un processo di identificazione culturale. La cultura giovanile è nel 2010 in tutto il mondo occidentale la cultura dominante: il mondo dei consumi di massa è un universo pensato ad hoc per “chi vuol essere giovane” indipendentemente dall’età che ha.
Accanto però a questi processi di giovanilizzazione della società e di culturalizzazione dei conflitti socio-politici è avvenuta, negli ultimi tempi, un’ulteriore trasformazione: il concetto di gioventù è diventato un concetto non più dinamico. Essere giovani non vuol dire più essere plastici, mobili, disposti a trasformarsi, a crescere; ma permanere in un’età di mezzo in cui la gamma delle possibilità esistenziali, sociali, affettive, si rinnova di continuo senza mai acquistare una sua densità. Un esempio emblematico in questo senso? Prendete la diffusione della letteratura per teenager: molti dei libri che oggi i ragazzi leggono non si muovono più immaginando un attraversamento della linea d’ombra, ma spostandosi in un paesaggio orizzontale dove l’esplorazione può non avere mai fine. Ossia, se un Giovane Holden, un Ragazzi della via Paal, un Siddharta non contemplano l’idea di un seguito (la storia che raccontano esprime un passaggio che è unico e irreversibile, una bildung), le avventure dei personaggi di Moccia, di Harry Potter, di Twilight, di intere collane per teenager di Newton Compton, Fanucci, Mondadori possono invece continuare. I personaggi li ritroveremo nel prossimo libro. Potrà sempre essere uno Scusa ma ti chiamo di nuovo amore dopo Scusa ma ti chiamo amore, mentre – chiuso il libro – Holden Caulfield o Nemecsek li abbiamo lasciati al loro destino una volta per tutte, e loro al nostro.
Rivendicare il futuro diventa in fondo forse allora l’alibi per rimanere imprigionati in un eterno presente, in cui non è tanto il futuro a venire negato ma un’esperienza di gioventù diversa. Crescere, trasformarsi, rivoluzionare veramente la società vuol dire riconoscersi piuttosto in un confronto con il passato, farsi carico della storia che ci ha portato fino a qui e restituirle un nuovo senso. Ai Galimberti e ai Celli i ragazzi dovrebbero contrapporre una diversa consapevolezza di quello che è il loro passato e il loro presente: riservarsi il predominio del futuro vuol dire arrendersi a un universo in cui si è semplicemente gli ultimi figli desiderosi del giorno in cui saremo finalmente orfani, significa insomma deresponsabilizzarsi rispetto alle generazioni precedenti, aspettare solo il momento più propizio per uccidere i padri.
Non sarebbe glorioso un futuro diverso? Un futuro che finalmente faccia parte della storia?

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
7 Commenti a “Il passato è dei giovani”
  1. Larry Massino scrive:

    i padri, tutti i padri, con la scusa di mantenere i figli li hanno indebitati per generazioni, peraltro obbligandoli a pagar loro pensioni a volte da nababbi. Insomma, come nella peggio commediallitaliana, i padri si sono acquistati a debito i privilegi che hanno, rimandando cinicamente i creditori alla loro paziente prole. Certo, alcuni di loro, una volta morti, lasceranno copiose eredità, ma è l’ora di cominciare a dire che i padri, se vogliono davvero bene ai loro figli, debbono rinunciare ad alcuni privilegi e a parte della ricchezza in favori di essi. Per esempio penso che la parte più ricca dei pensionati, quella che sta sopra i mille euro, dovrebbe rinunciare al 15% della pensione a favore di forme di welfare rivolto ai giovani, tipo salario minimo e affitto calmierato. Si tratta di cifre tra i 20 e i 30 miliardi l’anno, che non sono noccioline.

  2. matteo scrive:

    Sono d’accordo sul fatto che il rivendicare il proprio futuro non debba essere un alibi per rimanere in un eterno presente, così come sul fatto che l’appropriarsi del futuro da parte dei giovani suoni come una tautologia: in effetti il futuro non può che essere dei giovani…
    Tuttavia ritengo che, partendo dal confronto con il passato (certamente necessario), i ragazzi (noi ragazzi, mi ci metto dentro anch’io..) debbano rivendicare non tanto un futuro (che già gli appartiene, il mero futuro temporale), quanto un futuro diverso, che forse gli appartiene un po’meno: un futuro di scelta, di consapevolezza, di responsabilità, di possibilità di cambiamento.
    Rivendicare quindi non il dominio sul futuro, ma la possibilità, il diritto di scegliere come costruirlo.

  3. Nicola Lagioia scrive:

    La Camusso di questo slogan mi sembra che dica involontariamente una triste verità.

    Quando questi giovani saranno adulti (dunque non più giovani) quel futuro (non più futuro) sarà presente. Dunque la frase significa in realtà: NIENTE è dei giovani.

  4. Fin dove arriva la possibilità di modificare lo stato di cose là si estende il futuro. Ma a noi viene riservato un posto da spettatori e basta.

    I nostri insegnanti non ci dicono che i nostri diplomi, e poi le nostre lauree, per chi ce la farà, nella maggior parte dei casi non serviranno a farci trovare lavoro. Tralasciano l’aumento della disoccupazione italiana, la dissuasione delle nascite, il calo del potere d’acquisto, il primato delle relazioni utili sulle competenze. Non ci avvertono del fatto che la nostra pensione sarà a malapena un quinto della media dei nostri ultimi compensi, che saremo sfruttati e malpagati trascinandoci di lavoretto in lavoretto, che le nostre famiglie, magari anch’esse ferite dalla vita e dalla povertà, dovranno continuare ad assisterci fino a quarant’anni e passa, sostituendosi allo stato sociale. Ancora si rifiutano di dirci che questo paese pieno di dinosauri deve essere distrutto, come sentenzia il docente universitario nel film “La meglio gioventù” di Giordana. Omettono tutto questo perchè sperano che noi continuiamo a studiare ed a combattere ciecamente, come se l’Italia non fosse in rovina. L’altro giorno ho letto che anche per fare le escort bisogna studiare, però in questo paese solo 5 dipendenti dell’industria su cento hanno fatto l’università. E decine di miei coetanei andranno a fare Scienze della comunicazione, cioè un cazzo, insieme a tanti futuri deejay, buttafuori, cubiste, autisti, strappatori di biglietti al cinema.

    Ci hanno insegnato a guardare seduti, questo è il futuro che ci hanno consegnato.

  5. Andrea scrive:

    Trovo che l’articolo sia molto accattivante. Tuttavia da cultore del genere mi sento in dovere di svolgere una sottile disamina e, anziché attaccar briga chiedendo provocatoriamente all’autore dell’ articolo “Ma lei ha letto per intero la saga rowlinghiana?”, preferisco patrocinare la causa di Harry Potter con una sorta di apologia essenziale pur nella parzialità dei suoi contenuti. Anzitutto, anche alla luce della porosità-poligenesi dell’esuberante campionario cui l’autrice britannica dà prova di attingere, credo proprio sia necessaria una smentita quanto all’impossibilità di classificarne l’opera come un esempio di Bildungsroman. Perché questo? Perché l’esuberanza del paesaggio fantastico è sorretta da un impianto narrativo fermissimo e tutto sommato molto tradizionale: la Rowling si affida ad un filone narrativo che impone regole formulari che molto nette come quello della school story, apportando ai portenti della magia il mondo riconoscibile delle lezioni, dei pasti comuni, dei dormitori e delle uniformi scolastiche. Ed è proprio attorno alle tre figure che l’orfano Harry incontra dentro e fuori della scuola (gli amici Ron e Hermione; la personificazione del male Lord Voldemort) che la Rowling costruisce legami familiari ed affettivi che sfociano nel settimo libro (e non in altri suoi ipotetici sequel!) nella realizzazione di un rinnovato e completo complesso di affetti familiari. Lord Voldemort è, dal canto suo e con un implicito ed involontario richiamo a Star Wars, il lato oscuro di Harry, che per la vittoria finale dovrà sacrificare qualcosa di se stesso: l’avventura della saga assume progressivamente le esplicite fattezze di un macroromanzo di formazione. Se diamo fede alle dichiarate intenzione dell’autrice, che a mio modesto avviso rientrano in un maturo disegno strutturale, i “nuovi” Harry Potter non possono trovare posto in ulteriori romanzi ma mettono la loro incredibile fortuna, per così dire, al servizio del mercato editoriale e della sensibilità e originalità dei “cloni” letterari a venire: nuove avventure di giovani maghi popolano gli scaffali, e spesso le speranzose indicazioni dei pubblicitari ci ricordano che si tratta di un “nuovo Harry Potter” (ad esempio le serie di “Artemis Fowl”, di “Karmidee” o “Samarkand”). Certo, forse con “Harry Potter”non ci siamo ritrovati di fronte ad un nuovo ed originalissimo canone: si tratta comunque di un caso editoriale che per la sua fenomenologia merita una attenzione scevra da preconcetti indotti da certo merchandising. E soprattutto in un’ottica metaletteraria, si presta a confronti e comparazioni feconde per l’elasticità della struttura, per la varietà delle dimensioni che può assumere, per la porosità (di nuovo) con cui assorbe diversi sapori e colori sparsi lungo secoli di tradizioni storiche, mitologiche e narrative.

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  1. […] come dice lo scrittore Christian Raimo, a furia di rivendicare il futuro ci si costruisce l’alibi per rimanere imprigionati in un […]

  2. […] stigmatizzazione di una «scissura generazionale» e tentativo di cucire un «racconto comune»: consapevoli del fatto che «essere giovani non vuol dire più essere plastici, mobili, disposti a trasformarsi, […]



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