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Il piatto abominevole della storia. Conversazione con David Van Reybrouck

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Durante lo scorso festival di Internazionale, a Ferrara, ho incontrato David Van Reybrouck per discutere pubblicamente con lui del suo libro “Congo”. Ecco il resoconto della nostra lunga chiacchierata.
L’intervista è uscita sull’ultimo numero de Lo Straniero, che questo mese ha moltissime cose interessanti. Vi consiglio di darci un’occhiata. Ringrazio Lo straniero (per ospitalità e sbobinatura) e il festival di Internazionale per aver favorito l’incontro con Van Reybrouck.

“La storia è un piatto abominevole preparato con i migliori ingredienti”.

È questa una delle frasi che risuona di più in testa dopo aver finito di leggere “Congo” di David Van Reybrouck. Il libro uscì per la prima volta nel 2010, e fu subito salutato come la più importante opera sul Congo e in generale sull’Africa scritta negli ultimi dieci anni. Si potrebbe forse definire una meticolosissima ricostruzione storica che si avvale degli strumenti del reportage letterario, dell’inchiesta, e non racconta soltanto la storia del Congo.

David Van Reybrouck, scrittore belga, fiammingo, laureato in archeologia a Cambridge e ricercatore presso l’università di Lovanio, si è lanciato in un’impresa non da poco: una grandiosa ricostruzione della storia del Congo che è anche un continuo gioco di specchi. Attraverso le vicende di quel paese, racconta anche la nostre. E attraverso le nostre, la loro.

Parte dal periodo precoloniale, ammonendoci su come le lancette della Storia in Congo (e in Africa in generale) non inizino certo a muoversi con l’arrivo degli europei, ma molto prima. Parla di come il Congo entrò nella sfera d’influenza del Portogallo e poi del Belgio, e di come (dopo la conferenza di Berlino del 1884-85) venne affidato a re Leopoldo II. Ricorda di come il numero di atrocità perpetrate dai colonizzatori verso la popolazione locale suscitò uno scandalo internazionale, prima che (dal possesso praticamente privato di Leopoldo II) il Congo diventasse nel 1908 uno stato coloniale: il Congo Belga.

E poi si parla della lotta per la liberazione del Congo che culmina con l’indipendenza del 1960, ma è un processo molto più contraddittorio di quanto vorrebbe ogni facile retorica sull’anticolonialismo, perché all’indipendenza del Congo seguirono forse più problemi di quanti ce ne fossero stati prima.

Traccia il profilo di figure controverse, affascinanti e inquietanti come Patrice Lumumba, o il dittatore per trent’anni Mobutu, che cambiò il nome del paese (da Congo a Zaire), che nel 1974 organizzò a Kinshasa quello che è l’incontro di boxe più famoso di tutti i tempi (Alì contro Foreman) e allo stesso tempo fece sentire nel paese il suo potere con una megalomania, una sottigliezza, una violenza e una malinconia degni di un tiranno shakespeariano.

Ricostruisce le terribili guerre civili che seguirono la morte di Mobutu, e arriva fino a oggi, con il Congo in mano alle multinazionali, con l’opportunità e al tempo stesso il rischio di diventare una colonia economica cinese.

Per scrivere il suo libro, Van Reybrouck non è rimasto a casa a consultare fonti storiche. Ha viaggiato moltissimo in Africa, girato città e villaggi, incontrato persone, realizzato oltre 500 interviste.

È impossibile riassumere in un discorso un libro così vasto, così partirei con la prima domanda a David Van Reybrouck.

Una cosa che colpisce, nel tuo libro, è il continuo effetto di spiazzamento con cui il lettore è costretto a convivere. Ad esempio l’impossibilità di tracciare un solco netto tra buoni e cattivi. Il Belgio potrebbe essere il colonizzatore cattivo, ma molti congolesi (dopo l’indipendenza) rimpiangevano la dominazione belga. Mobutu potrebbe sembrare uno spregevole dittatore, ma assicurò al paese un periodo di stabilità. Lumumba può sembrare un pazzo, ma ha anche un suo fascino. Si potrebbe accusare oggi la Cina di voler dominare economicamente il Congo, ma questo forse (per il benessere dei congolesi) non è soltanto una cosa negativa.

Allora vorrei chiederti, rispetto soprattutto alle ragioni e ai torti, cosa hai scoperto viaggiando per l’Africa? Quali sono le idee che ad esempio ti eri fatto studiando, e che poi sono anche solo in parte smentite avendo a che fare con la realtà? Quanto è stato importante, a un certo punto, staccarti dai libri e andare sul posto, tra la gente?

Effettivamente ho iniziato a scrivere questo libro perché non avevo trovato quello che volevo leggere. Volevo partire per l’Africa, andare in Congo, e volevo un libro da leggere in aereo nel corso del viaggio; volevo un libro che raccontasse la storia di questo paese: che fosse corretto ma anche leggibile. Avevo trovato dei libri molto leggibili ma che non avevano sfumature, da una parte, e d’altra parte trovavo dei libri estremamente pieni di sfumature ma per niente leggibili: libri accademici, tecnico-scientifici. Quindi ho cercato di avere una combinazione delle due cose.

Hai ragione: il libro che ho scritto vuole andare al di là delle storie binarie. C’è qualcosa che mi dà profondamente fastidio: quando si scrive su qualunque aspetto del passato, ma soprattutto di un passato coloniale, non si riesce a superare una certa lettura dicotomica, binaria, della Storia. Quando guardiamo i libri pubblicati in Belgio o altrove, sono sempre estremamente binari. L’epoca coloniale? Europei contro africani, gli europei portavano la civiltà, si trattava di una grande testimonianza di gentilezza, e gli africani erano poveri e avevano bisogno del nostro aiuto…

Nella lettura post-coloniale, che mi sembra molto importante, i ruoli sono stati rovesciati: gli europei sono cattivi, gli africani sono le vittime. Quindi esiste sempre un pensiero binario: il post-colonialismo perpetua gli schemi, le distinzioni del pensiero coloniale, ossia noi contro di loro, gli europei o gli occidentali contro gli africani. Secondo me non è interessante questo modo di pensare: è importante vedere la complessità della prospettiva europea ma anche la complessità della prospettiva africana.

Le persone talvolta mi chiedono “Cosa pensano i congolesi del tuo libro?”. E io rispondo: “Ci sono ottanta milioni di congolesi, ci sono più congolesi che italiani, nessuno mi chiede che cosa pensano gli italiani del mio libro…” Ad alcuni piace, ad altri piace meno… Ci sono più congolesi che tedeschi: nessuno mi chiede cosa pensino i tedeschi del mio libro. È importante vedere che si tratta di una società ricca, complessa, multipla, sfaccettata; che non c’è un’unica prospettiva congolese.

All’inizio, quando sono andato in Congo, avevo paura di dire che ero belga. Io sono nato dopo l’indipendenza, che è stata nel 1960; io sono nato undici anni dopo. E pensavo che i congolesi mi avrebbero rimproverato il fatto di essere belga; all’inizio non osavo dirlo. C’è voluto un po’ perché mi rendessi conto che i congolesi erano invece contenti di vedere dei belgi. Nel pensiero post-coloniale abbiamo l’impressione che i belgi soffrano più dei congolesi.

Per esempio, le racconto un aneddoto, sul Teatro Reale Fiammingo – un teatro di Bruxelles, molto bello. Siamo andati in Congo, negli anni Cinquanta, a recitare per i colonialisti bianchi fiamminghi. Da allora non sono più andati nel Congo perché si vergognavano. Nel 2005 il Teatro Reale Fiammingo è andato per una seconda volta in Congo. Io ero lì, c’è stata una conferenza stampa, e il direttore del teatro ha detto: “Il nostro teatro era qua durante l’epoca coloniale, nel 1956. Ci scusiamo di aver fatto parte di una propaganda colonialista”. E i congolesi hanno detto: “Ma non dovete scusarvi, non vi rimproveriamo di essere stati qui negli anni Cinquanta: vi rimproveriamo di avere abbandonato questo paese per cinquant’anni”.

Quando Mobutu decide di cambiare il nome dello Stato (da Congo a Zaire) è convinto di farlo in nome del recupero delle radici, della tradizione africana pre-colonialista, e invece incorre in un abbaglio colossale. Crede che Zaire sia l’antico nome del fiume Congo, basandosi su una cartina portoghese del XVI secolo, mentre al contrario Zaire era lo spelling sbilenco della parola nzadi, una comunissima parola che in lingua kongo significa “fiume”. Quando i portoghesi arrivarono davanti a quella gigantesca distesa d’acqua chiesero agli indigeni come si chiamava, loro risposero genericamente nzadi (fiume) e i portoghesi capirono Zaire, credendo che fosse il nome proprio del fiume. 

Questo abbaglio di Mobutu (colui che avrebbe cioè dovuto incarnare lo spirito del ritorno alle origini), la dice lunga su come recuperare la propria cultura (mentre nel mezzo è successo molto altro) sia un’impresa più complessa di quanto si creda.

E allora ti chiederei come, attraverso il filtro storico della colonizzazione, il Congo ha cercato dal giorno dell’indipendenza di recuperare le proprie radici, quanto questa operazione sia possibile, auspicabile, e sensata, se lo è ancora.

Era certamente molto importante il fatto di formare una nazione. Non dimentichiamo però che dopo l’epoca coloniale i congolesi non potevano davvero viaggiare nell’ambito del loro paese, e questo perché all’inizio del ventesimo secolo c’era “la malattia del sonno” – la malattia del sonno provocava delle stragi vere e proprie. Per potersi spostare bisognava avere una cartina, un documento che consentisse di passare. Ancora oggi è così: se voglio spostarmi nel paese, ancora oggi ho bisogno di un documento per viaggiare. Bisogna passare la dogana pur essendo nello stesso paese; altri paesi forse ancora lo fanno.

Comunque al momento dell’indipendenza i congolesi non si consideravano veramente congolesi: più che altro ognuno sentiva di appartenere a una determinata tribù. Ci sono quattrocento tribù in questo paese, non lo dobbiamo dimenticare. Quindi, cosa vediamo prima dell’indipendenza? L’emergenza dei movimenti separatisti. In vari luoghi, tre o quattro luoghi, dove le tribù vogliono avere un’indipendenza regionale assistiamo a molti conflitti.

C’è la guerra tra il ’60 e il ’65, e Mobutu prende il potere nel ’65 con il sostegno degli Stati Uniti. La CIA era molto importante in quell’epoca, perché gli americani avevano vinto la Seconda Guerra Mondiale con i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki. Questa è una cosa che sappiamo tutti. Ma pochi sanno che gli americani hanno vinto la guerra utilizzando uranio congolese, per le bombe atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki. C’è poco uranio di buona qualità, nel mondo: gli americani volevano a tutti i costi mantenere il controllo del Congo; avevano paura che il Congo cadesse sotto l’influenza sovietica – questo peraltro è il caso di tutti i paesi intorno al Congo.

Quindi gli americani spingono Mobutu in avanti – Mobutu naturalmente è molto felice di avere questo sostegno americano – però Mobutu pensa: “Bisogna creare una nazione; noi siamo una sorta di mosaico di popoli, di mosaico di tribù: noi dobbiamo creare una sorta di orgoglio nazionale”. In dieci anni Mubutu lancia quello che chiama “il programma dell’autenticità”, per cercare proprio di costruire un orgoglio nazionale. Ci può venire da ridere, perché ad esempio una giacca come la portiamo noi non si poteva portare: bisognava portare l’abito tradizionale. Tutto veniva cambiato. Ad esempio le pettinature: le donne dovevano portare il capello africano e non potevano stirarsi i capelli… Gli sport anche, come per esempio la boxe, venivano nazionalizzati… Ebbene, tutto questo faceva parte di una propaganda del nazionalismo. Certo possiamo sorridere a vedere queste cose, ma siamo costretti a dire che in dieci anni il Congo si è unito, più unito di quanto oggi sia unita l’Unione Europea dopo cinquant’anni di esistenza. Le cose stanno così:  a quell’epoca si riuscì a creare un vero e proprio orgoglio nazionale. Mobutu poi distrugge tutto: come giustamente tu hai detto, è diventata una specie di dittatura shakespeariana, tutto è stato distrutto; ma una cosa rimane intatta: l’orgoglio nazionale.

Intorno al 2000 – c’era la guerra – gli americani dicevano: “Il Congo è troppo grande, dovremo dividerlo in tre pezzi; sarà più facile controllarlo”. Come se l’America o il Canada o l’Australia non fossero grandi. Comunque, se si facesse un referendum in Congo, oggi, e si chiedesse: “Volete dividere il vostro paese in tre o quattro parti?”, il novantotto per cento della gente direbbe di no. Perché c’è questo orgoglio nazionale. Una sola volta ho incontrato un giovane che diceva “il Congo non vale niente, vendiamo tutto e dividiamo il bottino, quando durerà questa indipendenza?”: una volta sola ho ascoltato questo discorso da un giovane congolese. Perché l’orgoglio nazionale invece c’è, ed è forte.

Ora, so che questa domanda per chi conosce la storia del Congo (e dell’Africa), è molto scontata, ma è anche quello che l’uomo della strada (me compreso) si fa quando pensa al Congo e all’Africa in generale. Il Congo, tu scrivi, paese ricchissimo di materie prime, ha sempre avuto la risorsa che serviva al mondo (specie quello occidentale) via via che la modernità avanzava. Era sempre il posto giusto al momento giusto. 

Vengono inventati gli pneumatici, il Congo ha la gomma. Il Congo ha l’oro e i diamanti. Scoppia la Guerra fredda, in Congo come tu dicevi prima c’è l’uranio. Esplode la rivoluzione informatica, il Congo è ricchissimo di coltan, che serve per la costruzione dei telefonini e dei computer. (Il lancio di una nuova versione della Playstation venne ritardato a causa di una delle tante guerre congolesi).
Allora l’uomo della strada si domanda: com’è che con tutta questa ricchezza, il Congo non è mai riuscito a emanciparsi?

E a questo punto (a seconda dell’orientamento politico e culturale dell’uomo della strada) si danno due risposte. Una, che è quella dei progressisti: il Congo non riesce a emanciparsi perché l’Occidente l’ha sempre dominato in maniera brutale.
Un’altra, con un certo sottofondo di razzismo e paternalismo: il Congo non riesce a emanciparsi perché, nonostante tutte queste ricchezze, nella cultura dei congolesi manca una seria volontà di camminare bene con le proprie gambe.

Ti chiedo cosa pensi, e se le cose — come immagino — sono più complesse di così.

È vero: il Congo ha sempre avuto ciò di cui il capitalismo mondiale aveva bisogno; da secoli ormai. Prima gli schiavi: è brutto dirlo ma è così, era una risorsa naturale molto importante, per tre o quattro secoli. Poi la gomma, poi il rame, poi l’uranio, il cotone… E penso che anche in futuro il Congo avrà nuove risorse molto importanti. Innanzitutto, l’acqua potabile.

In un’Africa che è sempre più secca, assetata, il Congo è come una spugna, come un fiume immenso con un dedalo di fiumi secondari, e quindi è una risorsa d’acqua potabile, d’acqua dolce, estremamente importante. D’altro canto c’è l’energia pulita, l’energia rinnovabile: se le centrali idroelettriche in Congo funzionassero bene, il Congo potrebbe alimentare tutta l’Africa in elettricità rinnovabile; senza nucleare, senza petrolio. È incredibile ma è così.

Anche qui potremmo dire: se un paese ha tutte queste risorse, se un paese ha così tante risorse naturali, allora questo paese dovrebbe essere il più ricco del mondo; dovrebbe essere il Giappone, per esempio. Ma non è così. Di fatto, nonostante le ricchezze del sottosuolo africano, congolese nella fattispecie, il Congo è uno dei paesi più poveri, più corrotti e più affamati del pianeta. In questo contesto, nell’ambito della letteratura scientifica, spesso si parla della “maledizione delle risorse naturali”. Se il Congo non avesse avuto tutte queste risorse naturali, sono sicuro che sarebbe stato più stabile e più avanzato, più solido.

Oggi, infatti, se il sottosuolo è ricco, e se lo Stato è così povero, ci sono sempre delle possibilità che delle forze esterne vengano a sfruttare quello che c’è. Per me il Congo è come una sorta di enorme negozio, un enorme deposito di stoccaggio, il deposito dell’economia mondiale. E i muri di questo deposito sono deboli, sono marci, e tutti cercheranno di infilarci le mani in questo deposito, per prendere ciò di cui hanno bisogno. È terribile, però è così.

Vediamo cosa ha comportato l’arrivo dei portoghesi nel sedicesimo secolo. I portoghesi facevano business con i leader locali in cambio di schiavi, e quindi era una élite locale ad essere avvantaggiata da questo commercio; e questo sistema continua ad esistere. È stato così con i portoghesi, è stato così con i belgi, è così con i cinesi, e con tutti gli altri attori economici che arrivano. Non è forse vero che dopo i belgi ci sono stati i cinesi? Sì, è vero; però ci sono una serie di nuovi attori: i coreani, i turchi, i brasiliani, i sudafricani… Tutti, tutti vengono in Congo; tutti si dirigono verso il Congo. In linea di principio potrebbe essere una buona cosa: se tu vuoi vendere una casa, sicuramente è meglio avere venti possibili acquirenti che due; certo; puoi ottenere un miglior prezzo se ci sono più concorrenti nell’acquisto, certamente. Ma questo non è il problema; il problema non è far aumentare il prezzo: il problema è dividere i proventi con il popolo. E anche qui è una situazione triste e tragica.

A volte sembra che il tentativo di far arrivare la democrazia in Congo abbia prodotto nel Novecento più sciagure che prodigi. In Occidente spesso si dice che (rispetto alla seconda metà del Novecento) noi rischiamo di vivere oggi già in un’era post-democratica, almeno se consideriamo alcuni pilastri della democrazia che credevamo acquisiti una volta per tutte.

Se le cose stanno così da noi (viviamo forse in una democrazia molto indebolita), cosa succederà in Africa? Il Congo del XXI secolo può fare a meno della democrazia e vivere bene?

Vero: la democratizzazione del Congo è estremamente problematica e povera. Però dobbiamo anche renderci conto che questo paese esiste da centotrent’anni. Nel corso di questi centotrent’anni ci sono stati solo quindici anni di democrazia: tra il ’60 e il ’65, e dal 2006 ad ora. Tra il ’60 e il ’65 è stata una catastrofe, e ora, tra il 2006 e il 2016, la situazione democratica non è veramente migliorata. Bisogna essere pazienti, io penso che quindici anni di esperienza democratica sia un periodo estremamente limitato. Però, ciò detto, anche gli occidentali hanno fatto degli errori.

Il Congo è stato in guerra tra il 1996 e il 2003; dopo l’armistizio ci dovevano essere le elezioni per garantire la democrazia. E sono stati gli occidentali che hanno preteso che nel Congo ci fossero delle elezioni secondo il modello europeo – quindi, facciamo questo rituale e il giorno dopo il Congo sarà come la Danimarca o come la Svezia. Ma è una visione estremamente semplicistica, estremamente povera. Io ho visto le elezioni del 2006, ho visto quelle del 2011: le elezioni hanno dato al paese molta violenza, molta criminalità, molta corruzione, e molta poca democrazia. Abbiamo la tendenza a pensare che organizzare delle elezioni sia abbastanza per avere una democrazia.

Ho scritto un altro libro, che si chiama Contro le elezioni, è appena uscito in Italia. È un libro che ho scritto sulla democrazia in Europa, in Belgio, in Italia, negli altri paesi, perché anche qui iniziamo a renderci conto che la democrazia non è per forza sinonimo di elezioni. In Europa da tremila anni funzioniamo su base democratica, ma è solo da duecento anni che lo facciamo con delle elezioni. In linea generale funziona, però Hitler e Berlusconi sono stati eletti anche loro. Dobbiamo constatare che le elezioni non garantiscono automaticamente la democrazia. Se questo è vero per l’Italia e il Belgio, è ancora più vero per il Congo.

Le guerre congolesi degli anni Novanta sono state terribili. La prima — quella del 96-97, che vide l’attacco delle forze ribelli ruandesi e congolesi — e la seconda, quella del 1998-2003, una sorta di guerra mondiale africana che vide battersi sul territorio congolese gli eserciti di diversi paesi per il controllo dei giacimenti minerari di oro, coltan, diamanti.

Guerre talmente violente (nel libro sono raccontati episodi raccapriccianti, che vanno dal cannibalismo allo stupro etnico e si spingono anche oltre) e complicate, da arrivare a noi in modo assai confuso. Tanto che ne sappiamo poco. E ne sapremmo meno senza leggere un libro come “Congo”.

Durante quei conflitti, abbiamo assistito alle fallimentari prove di intervento umanitario poste in essere dall’Unione Europea. A distanza di vent’anni, davanti a un’emergenza umanitaria che si consuma molto più vicino a noi (quella dei migranti) l’Europa si è fatta trovare di nuovo impreparata.

So che i piani e gli scacchieri sono molto diversi, ma queste crisi internazionali che infiammano i paesi in via di sviluppo, e il modo di gestirle, che cosa dicono (ieri e oggi) di noi europei?

Quello che mi colpisce del dibattito sui migranti è che i leader europei ne fanno un problema di management, un problema di gestione. Mentre per me si tratta prima di tutto di un problema morale. Non solo una questione di percentuali, di distribuzione dei rifugiati attraverso l’Unione Europea: secondo me la questione principale è morale. Si tratta di sapere che cosa fare degli stati, delle frontiere, in un momento di globalizzazione. Qualcuno diceva, da poco, che l’idea stessa dello stato-nazione è una forma di apartheid in sé, è una forma di discriminazione. Se sei nato in Guinea, o se sei nato in Burundi, o se sei nato in Danimarca, ebbene questo determinerà il resto della tua vita. E non è perché lo meriti: è un caso.

Ciò che vedo con questa sfida, questa sfida immensa… Tutti dicono che l’Europa non ce la può fare, l’Europa non si organizza: è vero, trovo che la gestione di questo problema sia stata fatta in modo estremamente amatoriale; però, contemporaneamente, non siamo mai stati così europei come nel 2015. Prima di tutto una crisi finanziaria, poi la sfida della Grecia, poi ora la sfida della migrazione: per la prima volta gli europei iniziano a considerarsi europei – è la prima volta nella mia vita che io conosco il nome del ministro delle finanze greco: prima di Varoufakis non sapevo chi fosse il ministro delle finanze in Grecia.

Per la prima volta abbiamo una discussione, un dibattito pubblico, in una sfera pubblica, europea, sul futuro dell’Europa. Constatiamo di non avere una vera politica europea, però contemporaneamente abbiamo per la prima volta un dibattito europeo. E penso che il passo successivo sia un’integrazione più spinta soprattutto sulla migrazione e sulla fiscalità, per esempio. Ci vorranno anni e anni, l’ambiente dei popoli non è sempre così sviluppato, ma non so quale potrebbe essere l’alternativa.

Non so da voi, ma in Italia c’è chi auspica la nascita degli Stati Uniti d’Europa. Chi ritiene insomma che un’ulteriore cessione di sovranità sia la via da percorrere, e chi pensa che sia un tragico errore. C’è l’ostacolo della molteplicità linguistica, ad esempio.

 Io vengo dal Belgio, e questo aiuta, perché il Belgio è l’Europa in piccolo, se vogliamo: è la versione in miniatura dell’Europa. Quindi mi sembra importante determinare quali competenze politiche devono rimanere nazionali, e quali competenze politiche invece diventeranno europee. Io non credo che si debba voler creare una cosa tipo Stati Uniti d’Europa, sarebbe troppo difficile; però come giustamente dicevi il problema è quello delle lingue.

Negli Stati Uniti è stato facile, tutti parlavano inglese; in Europa, vista la bellissima ricchezza linguistica del nostro continente, mi sembra veramente difficile un’ipotesi del genere. Allora, come diventare un impero senza ricorrere a strumenti imperiali? Questa è la domanda. L’Europa non diventerà mai un impero rimanendo dolce, e questa è una fortuna dovuta alla sua diversità. Ciò nonostante mi sembra importante delimitare le competenze europee e le competenze nazionali. E, cosa più importante ancora: l’Europa stessa deve iniziare ad investire massicciamente nelle democrazie nazionali.

Ci sono due cose che mi colpiscono. Per prima cosa, l’Europa lavora molto di più a vantaggio delle mucche francesi che a vantaggio dei cittadini francesi. Se guardiamo ai bilanci dell’agricoltura per la Francia, l’Europa fa tanto; ma non fa niente per quanto riguarda la democrazia nazionale francese.

Seconda osservazione: gli unici paesi nei quali l’Europa si immischia a seconda del tasso di democraticità sono i paesi candidati all’ingresso, cioè Albania, Serbia, Turchia; una volta che il paese fa parte dell’Unione Europea, allora non si parla più di democrazia. Guardiamo quello che sta succedendo in Ungheria con Orbàn: è terribile che nel cuore dell’Unione Europea ci sia un paese che veramente superi tutti i limiti di quella che deve essere una democrazia, e l’Unione Europea non debba dire niente.

Mi sembra quantomeno strano il fatto che da questo punto di vista abbiamo degli obiettivi millenari per l’Africa ma non li abbiamo per l’Europa. Io sono un attivista democratico. E credo che sarebbe molto importante dare la parola non ai leader politici nazionali ma al popolo: al popolo francese, al popolo italiano, al popolo greco, al popolo estone. Affinché la gente ci dica come vede l’Europa nel 2030, nel 2050, quali sono le priorità. Io non ho la sensazione che l’Europa abbia digerito tutto dal basso verso l’alto: l’Europa digerisce dall’alto in basso; digerisce dalla Banca Centrale Europea, dai mercati finanziari internazionali, e questo è estremamente nocivo per quanto riguarda lo stato democratico dell’Unione Europea.

Tu dici che in nessun posto come in Africa il XXI secolo va così veloce…

C’è qualcosa che mi disturba nello sguardo europeo rivolto all’Africa. Si parla sempre del “cuore di tenebra”, come dice Joseph Conrad; si parla sempre della violenza, la violenza in Congo che è qualcosa di tribale, qualcosa di primitivo, qualcosa di esotico, quasi qualcosa di precoloniale. Come se il Congo non appartenesse alla nostra epoca, al nostro mondo. Il mio libro racconta una storia, vuole mostrare una cosa: vuole mostrare che è lo stesso nostro mondo, è lo stesso presente, che vive il Congo. Non mi piace questo sguardo esotico verso l’Africa. Lo vediamo ovunque; spesso ci sono persone che dicono “Ah, io adoro l’Africa! Però ci sono quei microbi…”. Non si dice questo del Canada, per esempio; non si dice questo dell’Australia. Quando si parla dell’Africa ci dev’essere sempre una specie di delirio irrazionale – anzi molti pensano che l’Africa sia un paese e non un continente. Ecco, questo sguardo a me non piace.

Accadono cose strane. Oggi per esempio in Europa si iniziano a vendere i cellulari con due SIM. Ci sono molte persone – per esempio, che so, ministri – che vogliono avere lo stesso telefono, cambiano il numero, affinché nel fine settimana non siano disturbati. In Italia li vendete, ce li avete anche voi i cellulari con due SIM? Ci sono? In Belgio iniziano a venderli ora, questi cellulari; in Congo ce li hanno già da dieci anni.

Nell’ultimo capitolo del mio libro io sono partito dal Congo e sono andato in Cina, quindi ho fatto Kinshasa-Nairobi, Nairobi-Bangkok, e poi sono tornato in Cina. L’aereo era vuoto: quasi tutti i passeggeri erano commercianti, donne, che andavano a comprare vestiti e telefonini. Io, in quanto antropologo, ho fatto quella che si chiama “partecipazione osservante”, e quindi ho comprato anch’io un cellulare in Cina pagandolo venti dollari. Poi ho comprato dei cellulari per i miei amici africani; e c’erano già brutte copie dell’I-Phone ma con due SIM. Sono infine tornato a Kinshasa con una valigia piena di falsi cellulari, falsi I-Phone – diciamo che ho un po’ aiutato la globalizzazione della Apple – per venderli a delle persone che avevo incontrato in Congo.

Ecco, questo semplicemente per farvi un esempio tecnologico. Il cellulare in Africa è ovunque: l’Africa sta diventando il continente più importante per quanto riguarda la tecnologia informatica. Il Kenya, per esempio, è un paese dove ci sono pochissime banche, ma c’è un sistema bancario che funziona con il cellulare, molto più avanzato di quello che abbiamo noi.

Quando noi belgi guardiamo il Congo, spesso diciamo: “Prima dei belgi non c’era storia, dopo i belgi non c’è stato futuro”. Secondo me le cose non stanno così: per certi versi il terzo millennio va molto più veloce in Africa centrale di quanto lo faccia in Europa occidentale.

In Italia ultimamente c’è stata una polemica a proposito dell’uso delle fonti nei reportage letterari e la loro indicazione in appendice ai libri. Tra chi ritiene che se ne possa fare a meno e chi ritiene che le fonti debbano sempre essere dichiarate. Come la pensi al riguardo?

Per ciò che riguarda le fonti, in questo libro io ho trovato molto importante indicarle: dato che ho avuto una formazione scientifica, per me era fondamentale dichiarare i documenti e gli archivi che avevo consultato. All’inizio avevo pensato di mettere tutto su internet, però poi ho messo tutto nel libro perché mi sembrava estremamente importante farlo… Però capisco anche Roberto Saviano, che ha una scrittura diversa, e difendo il suo diritto ad avere un approccio più libero.

Per quanto mi riguarda, ho consultato circa cinquemila fonti e ho fatto circa cinquecento interviste. Ho parlato a tante persone che ho incontrato per caso: ho intervistato pochi ministri, pochi militari, pochi diplomatici, perché ciò che loro dicono è facile da trovare, lo troviamo già nei documenti, lo troviamo sulla stampa, nei giornali; è facile. Però io sono interessato a sapere come una donna di ventisei anni – che ha quattro figli e tutti i giorni va al mercato a lavorare – ha vissuto la fine della guerra; io sono interessato a capire come un signore anziano ha vissuto la transizione tra l’epoca coloniale e l’indipendenza; io voglio chiedere ad una donna che ha novant’anni quale fosse la lingua che parlavano a casa, che cosa mangiavano, dove preparavano i pasti.

Ho voluto fare una sorta di scrittura partendo dal basso, una scrittura sociale in qualche modo. Perché la storia di un paese va oltre la sua storia politica, militare, diplomatica, che è una storia sempre molto maschile. La Storia è anche la storia dei bambini, dei poveri, delle donne, la storia delle persone emarginate; e quindi ho voluto lasciare la parola ad una diversità di voci. E per me era molto importante mostrare la diversità e la ricchezza di un paese per il quale non abbiamo abbastanza amore.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
2 Commenti a “Il piatto abominevole della storia. Conversazione con David Van Reybrouck”
  1. maria teresa bono scrive:

    interessante importantissimo, grazie! è un grande regalo un abbraccuio

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  1. […] Nicola Lagioia Il piatto abominevole della storia: conversazione con  David Van Reybrouck […]



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