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Il più grande illustratore italiano

Auguri a Lorenzo Mattotti, perché oggi fa sessant’anni. Un anno fa per Doppiozero, Giacomo Giossi gli ha fatto una bellissima intervista.

di Giacomo Giossi

Abbiamo incontrato Lorenzo Mattotti in Italia, di passaggio da Parigi dove abita ormai da diversi anni. Illustratore tra i più noti al mondo, esordisce a metà degli anni Settanta come autore di fumetti. All’inizio del anni Ottanta fonda con Carpinteri, Jori e Igort il gruppo Valvoline, che reinventa il linguaggio del fumetto italiano.

Raggiunge la popolarità nel 2000, quando è chiamato a illustrare la locandina per il Festival di Cannes, ma già da parecchi anni collabora con Le Monde e The New Yorker. Tra gli ultimi lavori, la collaborazione con Lou Reed attorno a The Raven e le tavole dedicate al padre e alla madre all’interno del volume a cura di Yves Haddad, Père & Mère (Editions de la Martinière), che raccoglie i lavori di diversi artisti.

 

Da poco pubblicato in Italia, Venezia (Edizioni Logos) è invece un vero e proprio reportage dalla città lagunare. Come scrive Claudio Piersanti nella prefazione,Venezia è stata raccontata e descritta innumerevoli volte, difficile è quindi sfuggire dallo stereotipo del già visto, ma illustrare è per Lorenzo Mattotti mostrare una percezione, entrare nell’intimità delle cose per rivelarne i sentimenti più reconditi. Fondere gli occhi con la mente tracciando un segno nuovo ogni volta, restituire la parola allo sguardo in un movimento ogni volta un po’ diverso, che ci appartiene e a cui apparteniamo, sedotti.

In questo breve dialogo, Lorenzo Mattotti scosta un poco la porta della sua officina mentale e ci accompagna tra i suoi ultimi lavori.

 


 

Quali sono le differenze nel concepire un lavoro come Venezia che proviene da una situazione reale e Pinocchio che è invece un oggetto letterario, un prodotto dell’immaginario?

Qui ci vuole un trattato teorico!

Se sono lavori che partono da bisogni personali, lo sviluppo può essere anche molto lento e con temi che crescono parallelamente con un segno che fa scaturire altre immagini che a loro volto aprono una porta per un mondo nuovo. E questo è totalmente un lavoro personale, in cui non si sa mai dove si andrà a parare.

Quando invece lo stimolo è esterno, dato da qualcuno che pone una scommessa o chiede una soluzione ad un problema, a quel punto mi domando quale sia la risposta migliore.

E questo provoca un incrocio di questioni, come reinterpretare, ma anche come pormi di fronte a questo nuovo soggetto.

Qual è il punto di partenza per un nuovo lavoro?

Sostanzialmente il problema riguarda le strutture e gli schemi grafici, che esistono anche nel fantastico, ma che si vorrebbe anche distruggere. Con Pinocchio ho iniziato partendo dalla mia firma grafica tradizionale a pastelli o a matita, quindi lavorando all’interno delle strutture che ben conoscevo. Poi però è stato necessario andare oltre. E mi sono posto una serie di domande per provare ad affrontare Pinocchio anche con segni diversi, con altre tecniche, con nuove forme.

Ogni volta il segno è il tuo pensiero e quando lo hai scelto è come se dicessi “io la penso così” perché il segno è come la parola e questo va capito prima di tutto.

 

Nell’affrontare un nuovo soggetto ha più spazio la mente, con il suo archivio di memoria, o lo sguardo, quel che vede di fronte a sé? 

Venezia è una sorta di reportage e ho lavorato sullo sguardo. Avevo bisogno di filmare la città per ricreare la spazialità e il movimento. Uno sguardo registrato che reinterpreta e poi filtra. Il segno diviene il risultato dello sguardo, la sua emozione. Quando invece racconto storie, come nei miei fumetti, sono molto più legato alla memoria. La memoria è la stratificazione continua di azioni e cose fatte ed ha per me ogni volta una forma diversa. Necessità di una forma nuova che sappia contenere le emozioni di cui sono composti i suoi strati.

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