repallido

Il postmodernismo nelle narrazioni di Wallace e King

Questo articolo è uscito nell’inserto «Ragioni» del «Riformista».

David Foster Wallace e Stephen King hanno scritto un unico grande romanzo. Uno straordinario ritratto dell’America che permette di fare il punto sullo stato attuale della letteratura americana. In Italia, i loro due ultimi libri sono usciti insieme e questa semplice coincidenza svela però il legame profondo tra i due testi. Il re pallido di Wallace (Einaudi, pp. 714) e 22.11.’63 di King (Sperling&Kupfer, pp. 780) sono perfettamente complementari. Uno è lo stile, l’altro è la trama. Uno è l’esempio perfetto di letteratura sperimentale, l’altro è l’incarnazione della letteratura “di genere”. Uno è il trionfo del virtuosismo esibito per l’acclamazione dei critici, l’altro è il concentrato di intrattenimento che i lettori sognano da un plot. Quello di Wallace è un romanzo incompiuto, con la trama irrisolta (non solo perché è incompiuto), mentre l’altro è una lezione sulla costruzione di un impeccabile intreccio lineare. Wallace usa l’espediente meta-letterario per mostrare che la letteratura è finzione, King usa la meta-letteratura per mostrare che fuori dal cerchio magico della letteratura c’è solo altra letteratura.

Sono, evidentemente, le due facce del romanzo americano. Il protagonista del libro di King trova un varco temporale e viaggia nel passato. Torna nel 1958 con la missione di fermare Oswald, l’uomo che nel giro di cinque anni avrebbe assassinato il presidente Kennedy.

Il re pallido è un testo tremendamente discontinuo, pieno di biforcazioni e, come molti testi di Wallace, vortica tra digressioni e malinconia, sprofondando nei precipizi del cuore e fendendo la marea nera che a volte dilaga nella mente umana. Il romanzo di Wallace, stando a ciò che afferma all’interno delle stesse pagine del romanzo, sarebbe «più un libro di memorie che una storia inventata». E infatti, il libro ruota intorno al periodo che Wallace trascorse all’Agenzia delle Entrate di Peoria, nell’Illinois, lavorando per il Centro controlli delle tasse. Racconta dunque «uno dei lavori impiegatizi più noiosi e monotoni d’America». Wallace ingaggia una sfida con se stesso: narrare qualcosa di «spettacolarmente noioso». Ma qual è il vero tema del libro? È davvero la noia? C’è un passaggio che fornisce una chiave di lettura: «Per me, almeno a posteriori, la domanda veramente interessante è perché la noia si dimostri un impedimento così efficace all’attenzione. Perché ci sottraiamo alla noia. Forse perché la noia è intrinsecamente dolorosa». L’interesse di Wallace è la condizione umana, la cognizione della fragilità: «La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa che tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza e il vigore della gioventù». Ecco la spina nel fianco della sua narrativa. Ecco ciò che striscia in tutti i suoi racconti: una sconfinata amarezza mista al febbricitante desiderio di un’illusione, sentimenti che palpitavano e si alternavano già in Infinite Jest, e che pulsano dietro ad ogni pagina wallaciana. È l’inquietudine dell’uomo che cerca la salvezza. È la lotta per resistere all’oblio. Se la letteratura salvasse, Wallace oggi sarebbe vivo. Ma la letteratura, che opera tanti miracoli, non salva.

Il re pallido è un libro ai limiti dell’illeggibilità (ma d’altronde è meravigliosamente illeggibile anche l’Ulisse di Joyce). Wallace è l’ultimo interprete di una letteratura americana consapevole. Viene dopo scrittori enormi e faticosi, impregnati di teoria, che rispondono ai nomi di John Barth (il maestro da cui Wallace prese le distanze in A occidente l’impero volge il suo corso), Donald Barthelme e Thomas Pynchon. Gli stessi autori che hanno forgiato Mark Lyner o George Saunders. Alcune pagine del Re pallido raggiungono punte di lirismo letterario sublimi. Wallace infatti è sempre sublime quando si lascia rapire da crepuscoli strazianti, quando la nostalgia iniettata nella pagina raggiunge toni lancinanti e tutta la narrazione è sommersa dall’odore dei pini, dal ronzio delle falciatrici, o quando è rischiarata da serate limpide in cui si riesce a leggere alla luce della brace. Altrove, il romanzo ristagna. Il viaggio nella noia si fa noiosissimo. Il lettore, legato e imbavagliato nella mente di Wallace, è costretto a seguirlo dove vuole lui: che siano situazioni comiche, psicologie imbarazzanti, derive enciclopediche, o lente progressioni che vivisezionano ininfluenti brandelli di realtà.

Il romanzo di King e quello di Wallace rappresentano di fatto i due sbocchi della letteratura americana degli ultimi cinquant’anni. Sono i due esiti della migliore letteratura postmoderna. Fredric Jameson, nel testo che gettò luce sulla cultura postmoderna, diceva che per il postmoderno la Storia è ridotta a simulacri: «la cinquantezza degli anni Cinquanta, la sessantezza degli anni Sessanta». Nel romanzo di King, il passato è evocato solo attraverso l’odore del talco, la brillantina, il fumo di sigarette, gli hula-hop, i ventilatori accesi. Il viaggio nel tempo di Wallace lo porta invece negli anni Ottanta. Tutto è precisissimo eppure la Storia può dissolversi tra le dita: «Mi sembra di ricordare che nel 1976 mio padre avesse predetto espressamente la presidenza di Ronald Reagan inviando addirittura una donazione per la sua campagna anche se, a ripensarci, mi pare che Reagan non fosse nemmeno in lizza nel ‘76».  Uno racconta l’evento più importante della storia americana, l’assassinio Kennedy, l’altro si perde nell’anonimato della provincia per raccontare pallidi sovrani della burocrazia, eroi nascosti nel tedio del quotidiano.

Non è un caso, comunque, che leggendo questi due romanzi, si intraveda in controluce, dietro entrambi, il maestro del postmoderno americano: Don DeLillo. La sua letteratura autorizza e permette entrambe le prove. Dietro l’omicidio Kennedy di King si sente l’eco di Libra, dietro la trama frammentata del Re pallido c’è l’esperienza di Underworld. Nel volume appena pubblicato, La letteratura americana dal 1900 a oggi (Einaudi) – un dizionario per autori a cura di Luca Briasco e Mattia Carratello – si dà una definizione molto precisa di DeLillo: «L’opera di Don DeLillo si configura come un monumentale affresco dell’America contemporanea, con i suoi linguaggi, miti, rituali, misteri, scevro tuttavia del disimpegno e della mancanza di profondità spesso associati al postmodernismo». Esiste un postmoderno buono. Ci sono scrittori postmoderni tremendamente profondi, che mettono al centro la coscienza individuale inquadrandola nel contesto delle trasformazioni storiche, culturali e dell’immaginario. Esiste, in letteratura, un postmoderno virtuoso, d’ampio respiro, che perfora la realtà, o almeno la insegue. I padri di King sono Edgar Allan Poe, H.P.Lovecraft, Richard Matheson.

Il pubblico di lettori, almeno in Italia, è spaccato in due. I lettori di Wallace non leggono King. I lettori di King non leggono Wallace. Sbagliano entrambi. Nel libro di King non si troverà mai una frase come: «La sera dal parcheggio della roulotte le colline prendevano un bagliore arancio sporco e i suoni degli alberi viventi che esplodevano al calore dei falò giungevano forti, e il rumore degli aerei che aravano l’aria ondulata riversando grosse lingue di talco». Perché questa è la sensibilità di Wallace. E nei libri di Wallace non leggeremo mai sentenze lapidarie come: «C’era qualcosa di sbagliato in quella città». Perché questo è il mondo visto dagli occhi di King.

Il fatto è che Wallace e King vanno letti insieme. Per capire l’America e la letteratura contemporanea è necessario passare per tutti e due gli autori e leggere quest’unico grande romanzo che hanno scritto insieme, senza saperlo.

C’è una frase che torna spesso in 22. 11. ’63 «La vita è un lancio di monetina». Il caso ha unito questi due libri. La sorte ha voluto intrecciare il destino di due degli autori più letti e amati della narrativa americana contemporanea. Due libri che il “New York Times” ha appena inserito tra i migliori libri del 2011. Il caso ha squarciato una verità critica. Autori diversi e stili opposti vanno osservati insieme. La letteratura è un tentativo raffinatissimo per conoscere il mondo e i sentimenti degli esseri umani. Non è il luogo per tifoserie, è il luogo dell’ascolto. I lettori sono una comunità. Gli scrittori un’orchestra.

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
Commenti
29 Commenti a “Il postmodernismo nelle narrazioni di Wallace e King”
  1. antonella scrive:

    non capisco come si possa dire che Il re pallido sia illeggibile, io l’ho trovato invece lineare e fruibile. E’ palese la maturazione artistica raggiunta dall’autore rispetto ad Infinite jest, in cui sì molte pagine erano delle acrobazie letterarie fine a se stesse, mentre nel re pallido mi sembra che ogni cosa sia funzionale alla trama ed al messaggio del romanzo.
    mi dispiace inoltre riscontrare i danni che quei geni dell’Einaudi hanno causato spacciando il romanzo come una pseudoautobiografia, quando è palese che la buon’anima non ha mai lavorato per l’agenzia delle entrate (nel 1985 non aveva vent’anni ma 23 e frequentava il master di scrittura creativa all’università dell’Arizona), frequentò un corso di contabilità nel 1997 quando decise di scrivere questo libro.

    http://www.nytimes.com/2011/04/17/books/review/david-foster-wallace-and-the-literary-tax-accountant.html?_r=1&pagewanted=all

  2. Roberto scrive:

    Complimenti per l’articolo. Bisogna tuttavia aggiungere che questi due mondi si parlavano moltissimo. Wallace mise King nei primi posti della sua lista di letture: http://emdashes.com/2008/09/david-foster-wallaces-reading.php, e nei suoi archivi si può trovare una copia annotata di Carrie: http://cache.gawkerassets.com/assets/images/8/2010/10/wallace_books_king_002_large.jpg. Anche King ultimamente ha detto di ammirare Wallace (non ricordo dove). Insomma, non sono mondi separati…

  3. Rita scrive:

    Bell’articolo, soprattutto nella conclusione finale sulla letteratura. Uno di quegli articoli che invogliano a correre in libreria.

    Io sono sempre stata una sostenitrice di King (non di tutti i suoi romanzi, ok, ma questo lo si potrà dire quasi di ogni autore), grande narratore dell’America contemporanea, della nostalgia per il mondo dell’infanzia perduta, e grande scrittore proprio nella capacità di evocare atmosfere, stati d’animo, colori, odori con pochissimi tratti e scegliendo le “parole giuste”. Le atmosfere descritte da King entrano dentro e ci restano, per tanto tanto tempo. E basta pochissimo per evocarle, per resuscitarle: un colore autunnale, il rumore di una fronda mossa dal vento, lo scintillio di un lago, un cappellino da baseball, un negozietto d’oggetti d’antiquariato (chi ricorda “Cose preziose”?).
    Chiunque ami leggere non può non confrontarsi anche con la buona letteratura d’evasione. King è la dimostrazione che si può “evadere” con classe ed eleganza.

    Non ho mai letto Wallace invece, e a questo punto farò proprio come suggerisce l’autore dell’articolo: accoglierò entrambi questi romanzi, insieme.

    De Lillo invece, beh, è uno dei più grandi contemporanei, per me lo scrittore post-moderno per eccellenza.

    Colgo l’occasione per augurare un buo 2012 a tutti i lettori ed autori di Minima et Moralia

  4. Francesco Longo scrive:

    @Rita grazie per questo commento bello e sentito. E soprattutto per avermi fatto ricordare “Cose preziose”, un libro accogliente e dolce almeno quanto è sinistro.

    Su DeLillo sono pienamente d’accordo. Vera eccellenza americana.

    Auguri anche a te, buon anno.

  5. Giovanni scrive:

    Sono d’accordo e non sono d’accordo con quanto scrive Francesco Longo. Non penso d’essere una mosca bianca, ma io ho letto tutto Stephen King e tutto David Foster Wallace e li adoro entrambi. Entrambi sanno suscitare in me emozioni tra le più disparate, la nostalgia dell’adolescenza, come scrive giustamente Rita, di cui King è maestro, mentre Wallace riesce alasciarmi a bocca aperta in racconti fulminanti come ad esempio “Caro vecchio neon”, “L’anima non è una fucina”… Godibilissima ed avvincente la lettura di entrambi gli scrittori, tant’è vero che ho acquistato “Il Re Pallido” e “22/11/’63” contemporaneamente. Come però scrive giustamente Longo “Il fatto è che Wallace e King vanno letti insieme. Per capire l’America e la letteratura contemporanea è necessario passare per tutti e due gli autori e leggere quest’unico grande romanzo che hanno scritto insieme, senza saperlo”, e questa per me è verità sacrosanta, forse perché sono innamorato degli USA, di questi USA, dei suoi diversi volti che King e Wallace ci mostrano. Ancora grazie a Longo per avermi fatto riflettere sul perché amo questi scrittori e perché amo la letteratura, quella nordamericana in particolare.
    PS: per Rita: “Cose preziose” è tra i romanzi più belli scritti da Stephen King… Buon 2012 a tutti, lettori, autori di Minima et Moralia e di minimum fax.

  6. Secondo me, per far capire un paese un autore deve dare alla macina delle stampe l’universo linguistico della gente che lo vive (ed anche allora, non credo avrà dato chissà quanto, perché il mezzo stesso – la letteratura, le parole – è un mezzo difettoso per queste operazioni di trasfusione: ma avrà almeno fatto parlare la gente; ci sarebbe poi da discutere su cosa si deve traslocare da fuori a dentro la pagina: è in quest’ottica che, tra i due, mi interessa maggiormente DFW). Trattandosi dell’universo linguistico degli USA, la vedo davvero come una meravigliosa impresa titanica.
    Anche in questo senso l’autore del pezzo intende l’operazione congiunta dei due scrittori?

    ps: non è vero che l’Ulisse di Joyce non è leggibile. è la cosa più bella da leggere che ci sia, forse già l’ho detto qui.

  7. postilla al ps:
    Finnegans wake, ahimè, è davvero illeggibile: almeno per me.

  8. signor Longo, di grazia: ma cosa vuol dire ‘meravigliosamente illeggibile’ a proposito dell’ulisse? di bacon potremmo scrivere che è meravigliosamente inguardabile’? o di nono ‘meravigliosamente inascoltabile’?
    concordo con seligneri, fra l’altro:dopo una certa età, dopo molte e caotiche letture, l’ulisse di joyce diventa un’opera ‘meravigliosamente leggibile’.

  9. Fabio Palma scrive:

    Ho qualche perplessità su un paio di frasi dell’articolo (peraltro stimolante e non banale).
    Anzitutto, non direi che il Re pallido sia “trionfo del virtuosismo esibito per l’acclamazione dei critici”. Ho molti dubbi che la maggioranza dei critici sia benignamente predisposta verso Wallace, non più di quanto fu all’inizio ( furono i lettori a portarlo alla notorietà) e durante la sua vita ( quanti e quali premi letterari ha vinto? Quando le recensioni positive hanno anticipato, e non seguito, il suo successo?). Per vari motivi, non ultimo, secondo me, quello che vedeva DFW combinare non a caso e acutamente letteratura e astrazione matematica, presente in moltissimi suoi scritti, fra cui anche il Re Pallido. E non sono molti i critici letterari con una solida preparazione matematica nei loro studi…
    Inoltre, trovo che “Il re pallido” sia di lettura assai scorrevole, con capitoli assai diversi per architettura e stile, affatto difficoltosa per la presunta mancanza di trama ( Wallace ha abbandonato il concetto di trama dopo il primo romanzo. Anche nei suoi racconti la trama come la si intende solitamente è molto impalpabile).

  10. Francesco Longo scrive:

    Grazie a tutti per i commenti.
    Alcuni di voi si sono soffermati sul riferimento all’illeggibilità di Joyce e alla “meravigliosa illeggibilità” del Re Pallido, vi devo dunque qualche spiegazione.

    L’Ulisse di Joyce, per esempio, presenta pagine intere senza un punto. E’ una lettura che richiede oggettivamente un maggiore sforzo di concentrazione e una maggiore fatica nel seguire la sintassi, lo scorrere delle immagini e delle descrizioni. Joyce non scrive soggetto verbo e complemento. La sua scrittura è diversa da quella di un racconto di Carver o da un romanzo di King. Alcune cose sono più leggibili (più fruibili, più immediate, altre meno).
    Quando questa difficoltà supera delle soglie standard di attenzione e complessità si dice che un testo è poco “leggibile”, o “illeggibile”, è un termine ormai diventato quasi tecnico (esistono addirittura dei software che calcolano il tasso di leggibilità di un testo, programmi che a mio avviso sono poco indicativi, ma accenno alla loro presenza solo per dire che la “leggibilità” è ormai un criterio, per alcuni addirittura misurabile). Non è letteralmente illeggibile Joyce, ma presenta difficoltà.

    Alcuni scrittori provocano una fatica inutile, non si curano del lettore, sono in malafede, almeno secondo me. Wallace o Joyce no. Per questo, secondo me, la loro è una “meravigliosa illeggibilità”, perché lo sforzo vale. La fatica è ricompensata dall’intensità. La complessità è virtuosa.
    Potremmo anche dire che l’Ulisse è “meravigliosamente leggibile”, perchè no? Ma poi avremmo bisogno di trovare un’altra espressione per dire che Carver è “meravigliosamente leggibile”, necessità data dal fatto che questi due stili non sono uguali. E non possiamo definire due cose diverse con la stessa espressione.

    Grazie ancora a tutti per le vostre riflessioni preziose e auguri.

  11. Enrico Macioci scrive:

    Condivido l’articolo, ma anch’io come Antonella trovo che Il re pallido sia assolutamente leggibile, un passo in avanti (potenziale) rispetto al pur grande Infinite Jest; m’è parso insomma che Wallace avesse ancora molte, moltissime cartucce (straordinario il lungo capitolo, verso la fine, in cui parlano al tavolo d’un bar la “bella” e lo “sfigato”).
    E’ poi vero che Wallace e King rappresentano le due facce della medaglia americana, la cui fusione è DeLillo (specie il DeLillo di Underworld, sublime e sublimemente spurio, alto e basso, colto e andante, filosofico e narrativo); io fra Wallace e King non saprei scegliere – Wallace suona palesemente superiore da un punto di vista estetico e cognitivo ma poi t’accorgi che King ha un’immaginazione, una potenza di visione e una sensibilità incredibili, davvero incredibili. E’ il cantastorie per eccellenza del nostro tempo.
    @ Rita
    Cose preziose è magnifico e sempre troppo poco citato; se t’interessa, ne parla assai bene e con notevole acutezza Michele Mari ne I demoni e la pasta sfoglia.

  12. Nadia Russo scrive:

    Allora aiutatemi!
    Ho letto e straletto David Foster Wallace, letto e straletto DeLillo, letto e straletto Eugenides, Ellory, Moody, Pynchon, ora anche la Egan (bella assai) etc……
    ma non ho mai letto nulla di Stephen King, a parte una cosa che mi piacque davvero molto (“Stand by me”) e una cosa semifantasy che mi parve una boiata vera (“Gli occhi del drago”), da cui se ne ricava che di King so poco o niente. Un racconto lungo bello, un romanzo molto brutto che però, da ciò che capisco qui, non lo rappresenta.
    Per cui: mi consigliate un libro bellissimo (ma bellissimo, eh!) di Stephen Kiing che possa rendere più bello questo mio gennaio?
    grazie minima&moralia, sei un blog coi fiocchi!

  13. Giovanni scrive:

    @ Nadia Russo: ottimi gli scrittori che hai letto e straletto! Hai davvero gusti superbi. “Gli occhi del drago” di King, però come tu dici, non lo rappresenta molto, perché questo libro fu pensato per sua figlia tredicenne (e per estensione a tutti i tredicenni…) che non osava leggere i suoi romanzi per “adulti”. Per una “conoscenza” del Re, ti consiglio in ordine sparso, oltre al bellissimo “Cose preziose”, “It”, “L’ombra dello scorpione”, “La metà oscura”, “Mucchio d’ossa”, “Dolores Caliborne”, “Il miglio verde”, “Buick 8″… e sotto lo pseudonimo Richard Bachman “I vendicatori”, “Uscita per l’inferno”, “Blaze” (struggente come King sa esserlo…)…. E se poi ti sono piaciuti e non ti bastano (!!) c’è la saga della “Torre Nera” un western-horror-fantasy giunta al settimo volume, ma noi seguaci del Re stiamo già aspettando con ansia l’ottavo… Ovviamente ne ho tralasciati molti altri degni di nota, ma penso che per ora bastino questi… Ma se davvero ne vuoi uno solo, ma bellissimo, bellissimo come dici tu “Cose preziose” va benissimo per entrare in contatto con la “poetica” del Re, grande cantore dell’adolescenza (perduta e no)… Buona lettura!… e fammi sapere!

  14. Enrico Macioci scrive:

    @ nadia russo
    Io invece ti consiglio di leggere:
    – Cuori in Atlantide
    – 22/11/63
    – Il miglio verde
    – Misery
    – L’ombra dello scorpione
    – Cose preziose
    – Colorado Kid

    E anche, in second’ordine:
    – Christine
    – Cujo
    – Buick 8

  15. Nadia Russo scrive:

    grazie!

  16. Giovanni scrive:

    “Christine”, “Cujo”… come ho potuto dimenticarli?? Anche “Colorado Kid” lo ritengo molto ben fatto, ma secondo me, essendo un “esperimento” come l’ha definito King, non è da consigliare ai neofiti del Re perchè non è esemplare della sua produzione.

  17. Nadia Russo scrive:

    Aiuto: adesso iniziate a confondermi…

  18. Enrico Macioci scrive:

    Giovanni
    Hai ragione, Colorado Kid è di un King inusuale; però è un libro tanto piccolo quanto sconfinato e inquietante, che secondo me si chiede: quale è, se c’è, la logica di tutto?

  19. Rita scrive:

    @ Enrico Macioci

    Grazie per avermi segnalato I demoni e la Pasta Sfoglia, lo prenderò senz’altro. E magari coglierò anche l’occasione per riprendere in mano Cose Preziose, visto che l’ho letto almeno vent’anni fa, pure se il suo ricordo nella mia memoria – almeno sotto il profilo della gratificazione che ne ebbi – è rimasto indelebile. Io in verità lo cito molto spesso, ogni volta che sento qualcuno parlar male di King tiro fuori Cose Preziose come fosse un asso nella manica. :-)

    @ Nadia Russo

    Ti hanno già consigliato più o meno i migliori, comunque aggiungo volentieri anche la mia lista:

    Cose Preziose (appunto…)
    Dolores Claiborne
    Misery non deve morire
    Mucchio d’ossa
    Il miglio verde
    Stand by me
    La metà oscura
    e, per alcune suggestioni, aggiungerei anche Il gioco di Gerald e Insomnia: romanzi non perfettamente riusciti, specialmente nel finale, ma di cui ricordo visioni inquietanti che mi hanno accompagnata per tanto tempo e che non riesco assolutamente a scindere dalla mia “idea” del King scrittore.
    Ricordo di aver letto anche molti racconti brevi di cui alcuni davvero notevoli, ma i titoli, ahimé, non saprei indicarteli.

    22/11/’63 devo ancora leggerlo, dicono che sia il suo capolavoro.

    Buona giornata :-)

  20. Giovanni scrive:

    Sì Enrico, appunto, “Colorado Kid” è inusuale per Stephen King; anzi, per tornare al tema principale, lo vedo più indicato per David Foster Wallace, tanto è sconfinato e inquietante, pur essendo un libricino. Ma, pur essendo un libricino, mi ha impegnato molto di più a confronto di, non so, per esempio “It”!
    @ Nadia: non ti confondere Nadia, non era nostra intenzione! Prendi uno di questi libri indicati da noi e dopo averlo letto passa ad un altro e capirai perché è così difficile, per noi appassionati, indicare solo ed unicamente un libro di Stephen King!

  21. Enrico Macioci scrive:

    rita
    Figurati, parlare di King per me è un piacere, e sono d’accordo su Cose Preziose; anch’io lo lessi una ventina d’anni fa e ne rimasi incantato; emozione pura.
    E comunque in quel libro Michele Mari parla di King, mi par di ricordare, più d’una volta; è uno dei suoi scrittori prediletti.
    Fra i racconti brevi, presi da varie raccolte, ce ne sono alcuni memorabili: L’uomo vestito di nero, La nebbia, Il virus della strada va a nord, L’ultimo piolo, La scorciatoia della signora Todd, Pranzo al Gotham Cafè e parecchi altri che adesso non ricordo.

  22. Francesco Longo scrive:

    Grazie a tutti, ancora.
    Bellissimo ricordare i libri di King. Mi fate sentire a casa in un blog in cui invece di polemizzare a vuoto, si parla di libri letti (e se ne parla con questa passione).

    @Nadia Russo: hanno già elencato tutto, ed è verissimo che King è il tipico autore da leggere per larghezza. Ci sono scrittori che hanno scritto un solo capolavoro e il resto è polistirolo. King è uno di quelli che invece scrivono tanto e va letto per esteso, trasversalmente, passando da un libro a un altro per mettere insieme il suo immaginario, i suoi personaggi, i suoi luoghi.
    Se però ti dovessi dare un consiglio secco, se dovessi forzare le cose e trovare un suo libro che faccia da sintesi dei suoi altri io ti direi semplicemente “It”.
    Saluti.

  23. Niccolò Giannini scrive:

    Io sono d’accordo in tutto e per tutto con l’articolo per quanto riguarda le opinioni su questi due autori monumentali.
    La produzione di King è sterminata, e quindi non sempre riuscita, quella di Wallace più contenuta ma fatta di personaggi ed immagini così forti da non riuscire a dimenticarle dopo mesi che si sono lette. Tuttavia, non credo che leggerò il Re Pallido. Non voglio, non perché spaventato dall’impresa (dopo l’Ulisse di Joyce con guida della lettura annessa quasi niente mi spaventa più), ma perché non lo trovo rispettoso nei suoi confronti. Mi spiego meglio. è un romanzo che non aveva finito, che aveva bisogno ancora di chissà quante riletture e aggiustamenti perché uno come Wallace fosse convinto e contento di quello che ne sarebbe uscito fuori. In un certo senso, non l’ha abbandonato volutamente, ne è stato strappato via a forza prima che avesse la possibilità di farci vedere com’era davvero. E io non ho intenzione di sbirciare nei suoi pensieri come una madre che ti entra in camera senza bussare.
    Scusate, mi son dilungato, concludo ribadendo che sono due autori che meritano tutto il tempo che potrete dedicare loro.

  24. Marco scrive:

    Ronerto, ma lo sai leggere l’inglese? Nel post che segnali c’è scritto che Wallace non ha compilato seriamente quella lista di libri. Era, ed è evidente, sarcastico. Come si possa confondere Stephen King con Thomas Harris o Tom Clancy non lo so. Wallace, lo ha fatto.

  25. Marco scrive:

    Su quella frase di King riportata nell’articolo – «C’era qualcosa di sbagliato in quella città» – ci si potrebbe costruire un’intera conferenza.

  26. Giulio scrive:

    Articolo interessante e ritengo attuale. Così ieri così oggi così domani. Ahimè, trovo farlocche certe considerazioni dell’articolista che saltano la questione cardine, lì proprio dove il nodo non si è sciolto. Si fa prima a dire dov’è questo nodo, che non a muovere delle contestazioni specifiche all’articolo – e con una premessa, naturalmente. Quindi, che i due autori siano letteratura – alta letteratura – non ritengo sia opinabile. Ci mancherebbe. Ma il punto non è questo, il punto è che se vogliamo trovare dei termini di paragone, “paragone” – ben inteso – in una prospettiva ampia, così come la si sta abbracciando anche nei commenti e nelle note dell’autore, a nome di questi due grandi della letteratura e della narrazione (e direi anche del pensiero), allora la questione si riassume così: King è un autore disonesto, Wallace è un autore onesto.

    Usiamo un’immagine efficace: ci si trovasse nell’esasperata e fantomatica situazione in cui si dovrebbe buttare giù uno dalla torre – tra i due, sarebbe King a spiccare il volo. Punto. King, tanto è magnifico, tanto è sporco della cultura e del mondo che lui stesso inquadra, senza mancare di faziosità, oltretutto; Wallace è limpido, è vero, è un diamante, sempre. Che poi Wallace annoi o che non annoi, è ovviamente un’altra questione. King, divergendo da Wallace (e non che sia in antitesi) sa raggiungere vette di coinvolgimento eccelse, però la sua bravura paga sempre il prezzo a un impianto furbesco della struttura romanzesca e del soggetto e, spesso, non si prende, per soprammercato, nemmeno la responsabilità di rispettare il potenziale di certe narrazioni, che portano a notevoli scivoloni e cadute di stile (non da poco). Scivoloni, questi, che l’autore sa riprendere e recuperare (è comunque un maestro), essendo lui un fenomenale prestigiatore della narrazione e dell’emozione umana. Quindi, per concludere: – sia mai considerarli due facce della stessa medaglia, magari “Americana” (un paese penoso, oltretutto, e ancora osannato come terra delle libertà, che non si può stare seri a sentirla), poiché King e Wallace non sono affatto in antitesi; bensì divergenti. Che poi, siano da leggere entrambi, questo Sì. Sono due preziosi database della condizione umana. Uno onesto, l’altro disonesto.

  27. Paola Di Mitri scrive:

    Leggo questo post, che Minimaetmoralia ripubblica su Facebook dopo sette anni.
    E non riesco a non farmi prudere le mani e a voler aggiungere ai commenti qualche riflessione.
    Proprio perchè Il re pallido è stato per me e per le persone che hanno condiviso con me questo percorso, in questi ultimi due anni, oggetto di studio, ossessione e riflessione.
    Con la mia compagnia La Ballata dei Lenna, compagnia teatrale che si occupa di drammaturgia contemporanea e ricerca di nuovi linguaggi espressivi, ho scritto un testo, Human Animal che ha dato vita a uno spettacolo che parte proprio dalla lettura de Il re pallido.
    A dire la verità abbiamo prima amato DFW come lettori e divorato tutta la sua produzione letteraria fino ad arrivare a quest’ultimo libro, incompiuto e fragile. Solo allora, dopo la lettura di quest’ultimo libro, abbiamo deciso di farne uno spettacolo.
    Sono d’accordo quando si dice che il re pallido sia un libro ai limiti dell’illeggibilità, ma sicuramente non per colpa di Wallace. Come sappiamo dopo quel 12 settembre del 2008, che misero un punto al compimento dell’opera, i capitoli de Il re pallido furono assemblati e riodinati da Michael Pietsch editore di Wallace, e alcuni di questi non videro una seconda stesura. Su alcuni archivi americani è possibile trovarare degli appunti che DFW scriveva per se stesso, con delle indicazioni a margine dove si possono scorgere degli intorrogativi circa la lunghezza e la chiarezza de testi.
    La prima sensazione leggendo Il re pallido e immaginando la puntigliosità con cui Wallace affrontava il suo mestiere, è quello di violare qualcosa, di entrare nel privato, di essere testimoni di un processo ancora ad uno stato molto grezzo. Non so quanto Wallace sarebbe stato d’accordo a darci l’autorizzazione nel mettere il naso tra le sue carte, eppure è così meraviglioso potersi addentrare in queste pagine.
    La sensazione è come di entrare e muoversi tra le macerie di una grande cattedrale, dove all’interno è possibile riconoscere oltre gli intenti del libro anche i codici (fiction/ non-fiction realtà/finzione) ma soprattutto gli intorrogativi che hanno caratterizzato tutta la sua esperienza letteraria.
    Durante le prime fasi del nostro lavoro, durante lo studio dell’opera, mentre cercavamo di capire perchè si volesse descrivere proprio la noia burocratica e impiegatizia, ci siamo persi dentro ad un labirinto di segni, di concetti per poi ritrovarci sempre davanti alla stessa domanda:
    Come si fa a restare dei fottutissimi esseri umani nonostante la noia e la complessità della vita quotidiana?
    Con HUMAN ANIMAL non abbiamo voluto fare una riscrittura dell’opera, non ci siamo permessi di toccare alcuna parola, ma attraverso un lavoro di immedesimazione con l’autore, abbiamo (per quel che si è potuto) condotto nell’arco di alcuni mesi, una ricerca all’interno di diversi uffici dell’Agenzia delle Entrate del nostro Paese. Ci siamo fatti guidare da David Foster Wallace, anche attraverso la sperimentazione di nuovi codici espressivi, l’apertura verse nuove modalità di coinvolgimento del pubblico, scoprendo di quanto stesse a cuore all’autore l’affermazione della letteratura e la sopravvivenza di quest’ultima nella dirompente società dell’immagine.
    Tutto questo materiale ha prodotto una drammaturgia originale che gioca con la frammentarietà del romanzo, che si accosta ad esso per poi tradirlo e tradurlo sulla scena attraverso un docuteatro, (un documentario a teatro) che tenta di donare, un nuovo senso all’opera.
    Per chi fosse interessato posto un link con il trailer del nostro lavoro: https://www.youtube.com/watch?v=aAQfu3ZvnhA&feature=youtu.be
    Saremmo molto felici di conoscere il vostro parere, di avervi come pubblico nei teatri, di generare delle discussioni, per tener viva questa cultura molto spesso maltrattata eppure così necessaria.
    Intanto… la domanda rimane e la risposta è incompiuta:
    Cosa significa essere un fottutissimo essere umano?
    Come diceva David Foster Wallace «basta guardare molto da vicino. Se si guarda molto da vicino ci si accorge che l’acqua del cesso non è mai ferma»

  28. Giulio scrive:

    Cosa significa essere un fottutissimo essere umano? Chiede Paola Di Mitri. Beh, naturalmente, bisogna dapprima accettare che la domanda in sé, e di per sé, non può ambire a una risposta propriamente esaustiva/conclusiva, se non a prezzo di accettare l’elemento sofistico. Questo significa dover accettare la frammentarietà paradossale di una domanda che vuole ambire ad una risposta totalizzante. Quindi, essendoci una volontà sofistica all’interno della domanda, lì dove si dà per scontato che l’essere umano sia ‘fottutissimo’, potremmo chiedere: “E se non lo fosse, fottutissimo?”

    L’essere umano è fottutissimo? Ok, bene, per dovere di ricerca, allora parliamo di quando è fottutissimo (e lasciamo cadere l’elemento oggettivo dell’equazione, che ci dice di un problema temporale e di retaggi antropologici e sociologici che non sarebbero sganciabili dalla domanda).

    Cosa significa essere, allora, un FOTTUTISSIMO essere umano? Beh, la risposta c’è, e non è affatto incompiuta: è compiutissima. Essere un fottutissimo essere umano significa: confondere l’ego col proprio spirito. Né più né meno. La questione è più che risolta.

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