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Il potere del Glamour

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero di IL, il magazine del Sole 24 Ore. (Immagine: una scena della Grande bellezza di Paolo Sorrentino.)

La posizione giusta sul glamour è che è sbagliato. Sono costretto a dirlo: appartengo a due categorie sociali e di mercato che escono dalla fabbrica con “Impostazioni – Glamour: sbagliato”. 1) Sono un intellettuale borghese italiano; 2) sono stato adolescente negli anni Novanta.

La seconda categoria ha per principali significanti i capelli sporchi di Kurt Cobain, l’acuto tamarro di Chris Cornell e la musica priva di fascino ma ricca di rabbia e moralità dei Pearl Jam. Il grunge portò, secondo il mercato e il mondo di MTV/Videomusic da cui la mia generazione è stata educata, il ritorno del rock no-nonsense sulla scena musicale e nel costume. L’aristocratica intensa sporcizia chitarristica di Sonic Youth, Pixies, Dinosaur Jr., che aveva tenuto in vita la controcultura americana negli anni Ottanta di tastiere, giacche argentate e sassofoni, arrivava nel mainstream grazie ai Nirvana.

Era una musica tutta sostanza: bisognava rifiutare le apparenze. (Da grandi poi, leggendo le storie orali del punk e della new wave e della no wave avremmo scoperto che gli antenati rumorosi del grunge erano in realtà devotissimi all’estetica, alla scena, al glamour, alla superficie. Kim Gordon dei Sonic Youth fa la stilista e suona musica sperimentale alle sfilate di moda altrui. Ma la storia venne raccontata così: gli anni Novanta avevano sostanza perché ereditavano tutto il buono e il sostanziale della controcultura occidentale. Se ti ispiravi ai Clash non era perché erano stati dei gagà perfettamente vestiti e con una collezione di dischi raffinata, ma solo perché erano stati Giusti: Joe Strummer era un Che, ma Paul Simonon era l’uomo più elegante d’Inghilterra).

L’altra categoria cui appartengo, quella dell’intellettuale borghese italiano, ha tra i suoi principi l’idea che l’immagine è sovrastruttura e fumo negli occhi: l’intellettuale guarda attraverso la patina della società dello spettacolo, ne decostruisce a dovere i meccanismi, fa l’analisi e demistifica. Una dimostrazione recente è la reazione compatta di quasi tutti gli intellettuali che conosco contro La grande bellezza di Sorrentino: cosa sta cercando di fare, Sorrentino? Di crearsi una mistica? La grande bellezza è un film falso (io sono talmente pronto ad accettare questo punto di vista che ho preferito non vedere il film per evitare le dissonanze cognitive e rimanere fedele al mio demographic), che non racconta la vera Roma, che usa Servillo come passepartout, come la mozzarella nei piatti estivi; il film è confezionato per i turisti, può piacere solo a loro, è una cartolina, non contiene immagini forti.

Sorrentino, al di là del merito, è un regista italiano conosciuto all’estero. L’intellettuale borghese italiano vorrebbe essere sicuro al cento per cento che Sorrentino non sia un autore sbagliato prima di affidarlo alle sensibilità di altri Paesi europei o degli americani. Noi non ci dormiamo la notte all’idea che i nostri amici inglesi o americani escano emozionati da un film che in realtà… in realtà… non so neanche come spiegartelo, my friend, Sorrentino lavora di menzogna a un livello così profondo che… sai, The Great Beauty, ok, ma don’t trust Sorrentino, vi supplico non fatelo diventare un mito.

L’intellettuale borghese italiano come me crede che parlando di Sorrentino stia parlando di film, di opere, ma non è così: la cosa che l’int. bor. it. non accetta è che esista un autore che affascina pubblici stranieri a cui non possiamo andare a dire: «Non fidatevi di lui, è un bignamino del cinema, non c’è un’idea…».

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Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
Commenti
6 Commenti a “Il potere del Glamour”
  1. spago scrive:

    Questa cosa dell’ “è davvero Roma?” è insopportabile.. mi fa pensare a Libero che commenta il film di Virzì scrivendo che “la Brianza non è così”.. ma perchè deve essere “davvero Roma?” chi ha detto a questa gente prima di entrare al cinema che stavano andando a vedere “davvero Roma”? ma la miseria di questi giudizi su Virzì, su Sorrentino..

  2. paloz scrive:

    Aria fritta. Magari il film guardalo anche.

  3. mattialife scrive:

    Ricordo con amore il nostro amico Francesco Pacifico, grande estimatore farlocco de I Mostri.

  4. Carlo scrive:

    Scusa eh, ma come si fa a scrivere: “la musica priva di fascino ma ricca di rabbia e moralità dei Pearl Jam”? non è che da buon intellettuale borghese ma di sinistra italiano, superati treanta hai inziato ad ascoltare solo jazz?

  5. Mario scrive:

    La falsa modestia di arruolarsi nella categoria sbagliata ( l’int. bor. it.) è davvero imbarazzante.
    Per non parlare della povertà di contenuti, degni di un aperitivo sui navigli.
    E anche sulla storia del rock cosiddetto “indipendente” siamo messi male. Avrebbe almeno dovuto intuire che l’int. bor. it. cresciuto negli anno ’90 in quanto a rock è quasi più farlocco del post proletario cresciuto negli anni ’80.
    PS appena avuta l’età della ragione ho virato su Topper Headon, e “London Calling” era appena uscito.

  6. Daniela scrive:

    Sui Pearl Jam Pacifico ha ragione da vendere. I PJ sono pallosissimi. Il rock, post rock, noise, elettronica ecc. hanno fatto nel frattempo grandi passi. Mai sentito nominare gli Animal Collective? E pure l’ultimo degli A. Fire, c’è molta più voglia di divertirsi facendo cose intelligenti… E Ryan Adams da solo vola più alto di Vedder e co.

    Sul resto: leggetevi l’articolo per intero, altrimenti dite cose che dimostrano che non avete capito quello che avete letto, o non l’avete letto fino in fondo.

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