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Il potere della tecnica nei mondi immaginari di David Cronenberg e Jennifer Egan

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di Francesco Musolino 

C’è un filo rosso che lega David Cronenberg e Jennifer Egan. Ancora meglio, non si tratta del gomitolo di fibra vegetale che Teseo usò per venire fuori dal labirinto, ma di una forte connessione fra il regista canadese (La mosca, Il pasto nudo e Crash) e la scrittrice statunitense, già Premio Pulitzer nel 2011 con Il tempo è un bastardo (edito da minimum fax). È un legame fatto di fibra ottica, brividi corporei e campi elettromagnetici.

I due autori sono recentemente sbarcati in libreria con Divorati (edito da Bompiani, pp.352 €18.50 trad. it. di Carlo Prosperi) e La fortezza (minimum fax, pp.32 €18 trad. it. di Martina Testa) e se per la Egan si tratta di un gradito e atteso ritorno, per Cronenberg la qualifica di romanziere si aggiunge ad un lunghissimo elenco di skill professionali.

Ne La fortezza, la Egan costruisce e ambienta ai giorni nostri un affascinante romanzo gotico trascinando Danny, un trentacinquenne metropolitano, in un castello diroccato in Europa centrale. Lontano da internet e ogni mezzo di comunicazione, lì nel bel mezzo di un progetto di ristrutturazione lussuosa e luddista organizzato dal ricco cugino Howard, Danny piomba in una profonda crisi d’astinenza che coinvolge non solo il suo equilibrio mentale ma persino il suo corpo. La Egan, infatti, corrisponde a Danny una serie di “poteri”, di doti invisibili e fra questi la sua capacità di percepire, a pelle, la presenza della copertura wi-fi, rendendolo di fatto, un hotspot in carne e ossa (“Se lo sentiva sui bicipiti, soprattutto, e sulla nuca. Questa dote gli era utilissima a New York, dove riusciva a controllare la posta gratis ventiquattr’ore su ventiquattro”).

Non siamo ancora ai livelli delle deformità del genere body-horror – di cui proprio Cronenberg è uno dei capofila – ma il legame uomomacchina ci conduce al più ardito Divorati, arrivato sugli scaffali italiani in contemporanea con La fortezza. Nel suo romanzo d’esordio, il cineasta canadese tesse una morbosa atmosfera narrativa dando vita ad un intreccio che lega una giovane coppia – Nathan e Naomi – su due distinte tracce: uno indaga sul morbo di Roiphie – una rara malattia venerea tornata fatalmente in auge – e l’altra su un macabro omicidio a sfondo filosofico, con annesso cannibalismo. I giovani protagonisti sono reporter sui generis (“Ormai siamo tutti fotogiornalisti. Scrivere e basta non è più sufficiente. Dobbiamo produrre immagini, audio, video”), con la tendenza al nomadismo e una spiccata tendenza al macabro, ardentemente desiderosi di raggiungere la pubblicazione sul New Yorker o sugli Annals of Medicine. Ciò li renderebbe, ipso facto, reporter a tutti gli effetti.

Nel frattempo, continuando ad amarsi a distanza, si baloccano con gingilli iper-tecnologici (“Sia lui che Naomi si servivano della tecnologia per incrementare la propria credibilità di professionisti”) che invadono la pagina con persistenza di sigle, codici e specifiche tecniche, sino a divenire il frutto proibito anche per chi legge. Perché è davvero forte la tentazione di riporre per un attimo il libro, aprire il browser e controllare il prezzo di mercato del maestoso registratore vocale Nagra Kudelski SD o quella degli obiettivi montati sulla Nikon D3 o sulla D4s, utilizzati e descritti con minuzia maniacale sin dalle prime pagine. Sino ad arrivare a condividere la teorizzazione dell’iPhone come strumento tecnologico di sublimazione, capace di fare tutto e dotato di un flash “capace di riversare 5400 gradi Kelvin di luce blu-fredda” sulla preda inquadrata.

In Divorati si avverte una crescita, una vertigine tecnocratica, in cui l’acquisto di nuova tecnologia è il vero fine ultimo dei protagonisti che rincorrono le novità più costose, eccitandosi con le schede tecniche tanto che Hervé, personaggio di contorno,  giunge ad affermare: “Sono drogato di fibra di carbonio”.

Si compie così il passaggio finale di ciò che, fra gli altri, Umberto Galimberti (Psiche e Techne), Oswald Spengler (Il tramonto dell’Occidente) ed Ernst Jünger (Il Trattato del Ribelle) avevano già delineato e temuto. Se non preannunciato. Nella notte dei tempi Prometeo aveva rubato il fuoco dall’Olimpo per donarlo agli uomini, scongiurandone lo sterminio divino, iniziandoli alla ragione,  donando loro la tecnica; dominando quest’ultima essi, noi stessi, abbiamo sottomesso la natura, imponendoci all’apice della catena alimentare. Ma come dimostra la corsa alla Bomba H, la ricerca del sapere tecnologico, libera e sfrondata dall’etica come dev’essere, può condurre per vie impervie e infine la tecnologia innestata nel quotidiano sovverte l’ordine delle cose, sino a divenire non il mezzo dell’agire umano ma il suo fine stesso, un vero e proprio idolo da venerare cui tutto viene sottomesso.

Eppure dobbiamo ammetterlo: dall’armonico e instancabile lavorio degli ingranaggi osservati attraverso il quadrante di un cronografo, al rombare dei pistoni dei motori da Formula1 sparato fuori dal subwoofer del sistema Dolby Digital, sino agli aspetti inquietanti e distruttivi dei sistemi missilistici termoguidati da telecamere in Hd montate su droni iperteconologici, la tecnica – e dunque il suo sapere – continuano ad affascinarci. Terribilmente.

Questo è in definitiva il suo più grande potere su di noi. E tanto Cronenberg quanto la Egan lo sanno bene.

Francesco Musolino, classe 1981, giornalista siciliano. Scrive sulle pagine culturali del quotidiano nazionale Gazzetta del Sud. Ha ideato su Twitter il progetto lettura noprofit @Stoleggendo. Alcuni suoi racconti sono sparsi online.
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