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Il pozzo della memoria: trovarsi a raccontare l’Alzheimer

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Questo testo è apparso sul Corriere Fiorentino – Corriere della Sera.  Racconta dell’esperienza dell’autore come narratore invitato nel progetto “A Più Voci”, un laboratorio di avvicinamento e narrazione per le persone affette da Alzheimer. Fotografia di Simone Mastrelli.

di Alessandro Raveggi

Ti senti una sorta di speleologo, che ascolta, e cerca di distinguere, i diversi gorgoglii di fiumi sotterranei. Ogni voce ha un proprio fluire: chi a singhiozzo, chi ridente, chi silente, prosciugato come a contenere una grandissima fonte, chi s’infrange sulla pietra più dura.

C’è S. che racconta le sue ribalde imprese da giovane, si descrive come architetto, manovale e assieme archeologo, mi tratta come se fossi suo nipote. Una signora, E., dal nome e la faccia glaciali, d’ascendenza istriana, mi accarezza con foga, quasi volesse stirarmi la faccia. Un’altra, G., dichiara d’essere stata una Miss qualcosa, parla delle sue belle gambe finite in una pubblicità negli anni ‘50. Qualcuno di più torvo, G. o C., mi studia dall’altro lato della stanza, borbotta e mastica: faceva il pasticcere, o l’elettricista, ed ora è solo un nonno in tuta, imbiancato e severo, forse più magico. Qualcuno poi ride e smembra le parole nella risata, come i timidi più audaci. Fanno di tutto per rimanere pezzi unici, paiono coscienti di lottare contro l’oblio. Repente, hanno questa qualità: divengono persone care.

Sono stato chiamato dal Dipartimento educativo del Palazzo Strozzi a partecipare ad un’esperienza laboratoriale inedita – in città, e in Italia molto probabilmente: A più voci è un progetto pluriennale che, mi spiega Irene Balzani coordinatrice dell’iniziativa, prende spunto da un’esperienza pioneristica del MoMA di New York. Ogni settimana anche a Firenze differenti gruppi di persone affette da Alzheimer s’incontrano al pomeriggio per scrivere storie e poesie assieme, a conclusione di un tour guidato all’interno della mostra in cartellone. Queste persone – la ridanciana, lo spione, la sboccata, il narratore, la vanesia, tra gli altri – accompagnate dai parenti, dai nipoti, o dagli assistenti di centri di cura disseminati in molti comuni del fiorentino, si mettono prima gioiosamente in circolo, si riconoscono,o fissano il vuoto, spesso stanno lì in attesa di ricevere qualcosa – apprendo subito che il loro declino per Alzheimer non è lineare, e per questo più crudele.

Viene quindi introdotta loro la mostra dalla premura chiarificatrice di Luca Carli Ballola e Michela Mei dell’Associazione Anna, i due “animatori geriatrici” del progetto, e si va a visitarla da vicino, sebbene con molta libertà,per concludere il percorso con una suggestiva interrogazione. I partecipanti si mettono infatti a commentare, lanciare spunti, e poi a scrivere assieme un racconto o una poesia, a partire da una singola opera. Al margine di cornici e basamenti, si crea una forma di complicità sacra.

Ed io, che ci faccio qui? La mia funzione è quella di raccontare la loro esperienza da intruso partecipe, perché in sole due ore macinerò in racconto le loro sensazioni, commenti, smorfie, obiezioni.È un esperimento al limite, ma non autoreferenziale: è dedicato a loro con rispetto. Li sto dipingendo in una delicata apertura, come cercassi da pittore di cogliere lo spiraglio vibrante e pulviscolare che taglia il pavimento davanti a una porta socchiusa.

Alla fine delle due ore, il mio testo sarà testimonianza davanti a loro: alcuni rideranno a sentirsi presi per personaggi, altri si faranno trapassare senza rispondere. Perché più che fiume, qualcuno è un pozzo. Devi appoggiare al bordo l’orecchio, e aver pazienza di sentire il rintocco sordo di una goccia, laggiù nel fondo.

L’esperienza di A più voci ha quindi di per sé i tratti di una venerazione: aggiungete che ciò avvenga per me durante la mostra Bellezza divina. Nello spazio perfettamente illuminato di chiaroscuri, in questa mostra dove si ha la meraviglia, il kitsch devoto, l’ingenuità primitiva, l’abiura di atei pentiti, la terribile processione russa in una crocifissione, l’isteria composta del socialismo cristiano nordeuropeo, in questo spazio s’intende subito che quel divino non sia una luce sola che tutto irradi, ma la possibilità di molteplici eresie. E lo sanno i partecipanti del laboratorio, che non mi piace affatto chiamare malati. A tratti si avventano sulle opere – come è brutta! non la capisco! – le caricano di blasfemie. Accanto a loro, i loro parenti, li frenano, o accarezzano, consolandoli, riportandoli alla calma. Quest’ultimi hanno una dignità sobria e straordinaria.

Ci siamo fermati di fronte a Chagall e alla sua Crocifissione bianca. La volta dopo di fronte alla Comulgante cadaverica di Maria Blanchard. Abbiamo discusso di profughi, simboli della croce, infanzia, pressioni famigliari e obblighi morali. Dalla mia, son venuti fuori due testi istantanei:un apologo di alcuni santi al bar, i loro miracoli dispensati in modo buffo; un dialogo di alcuni copy intenti ad ideare un nuovo Pitti giubilare, per preti trendy. Una gran voglia, la mia, di satirizzare, sottrarre peso alla mostra densa, e ai loro densi sguardi.

Finito di leggere il racconto, partito l’applauso, il gruppo si spezza, Luca, Irene e Michela s’accomiatano da tutti.Un po’ di melancolia mi ha colto: se dimenticheranno le mie storie, le storie che parlano di loro, non potrò fargliene una colpa.

Sebbene pochi giorni fa, sia arrivata via e-mail una lieta notizia: “Alessandro, pensa che R. ha chiesto dove fosse oggi quel ragazzo che scrive!”.

Per fortuna, non ero sparito nei suoi ricordi. E con me, lui. Ci siamo tenuti a vicenda sopra le rapide dell’oblio, in una specie di rafting chiamato vita.

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